apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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martedì, maggio 06, 2008

Vado a morir nella città d'Agatocle

Anno delle patatine al formaggio фonжиʂ (traslitterazione Fonsis, da Fonzie's)

Il problema dell'Urheimat degli indoeuropei, la zona originaria donde partì l'espansione di quella sprachbund forse guerriera forse contadina che a ondate successive colonizzò vasta parte dell'Europa (Russia inclusa almeno fino agli Urali), dell'Asia Minore, dell'antica Persia e del Subcontinente Indiano, è molto sentito in terra padana. Vi è grande agitazione tra gli studiosi della Grande Pianura in seguito al ritrovamento di varii reperti risalenti a non si sa bene quale millennio avanti Cristo (il dibattito è ben lungi dal risolversi per tramite d'un qualche isotopo radioattivo di cui sia noto il periodo di dimezzamento) ma certamente ascrivibili al calcolitico e alla prima età del bronzo in una località tenuta segreta per ragioni di sicurezza -non si sa mai che arrivino terroni a inquinare le prove, mi diceva giusto ieri l'avvocato B. , assessore all'urbanistica del mio paese che è appunto... non lo posso dire, scusatemi...- ma senz'ombra di dubbio collocata nell'emisfero boreale, vale a dire a nord del Fiume Sacro o equatore padano.

I manufatti, come rimarcava l'avvocato B., che fa tanto l'arrogante ma poi non sa scopare, sono di pregevole fattura e ben conservati. Si annoverano tra essi orecchini, bracciali e Torque (collari mistici) in rame e argento tipici delle genti celtiche transalpine e tuttavia meno dirozzati a testimonianza della loro maggiore antichità e armi in bronzo, tra cui un'ascia da battaglia del tipo descritto dalla grande studiosa lituana Maria Gimbutas, reperite quest'ultime in un tumulo con sepoltura a catacomba associabile ai cosiddetti Kurgan ove furono inumati per secoli, forse per millenni, gli uomini di spicco (lawaghetas e gwasilewes), forse gli stessi re o capi tribù (wanax o wanaka in miceneo) di questo gruppo etnico pre o protoindoeuropeo insieme alle loro spose, schiavi, cavalli, carri da guerra e altri gingilli come rasoi e punte di freccia in selce che sembrerebbero il retaggio di un'antichissima cultura cromagnoide di derivazione, forse la stessa delle Balze Rosse in liguria. Questo stando a sentire l'avvocato B., uomo di grande cultura e sincero appassionato di archeologia, il quale, in un empito di comprensibile entusiasmo, a letto mi ha persino confessato che «è dalla Padania che la grande avventura dei conquistadores indoeuropei ha avuto inizio.»

Difficilmente troverò il coraggio di dire al nostro avvocato che, secondo mio zio, allievo del Devoto e autorità indiscussa in materia, corroborato dalle scoperte di un suo collaboratore specializzato nel ricupero e analisi dei DNA di popolazioni primitive e protostoriche, la cultura padana, pur avendo caratteristiche che sembrerebbero porla tra i pagu (tribù) liguri, mostra invece straordinarie affinità con gli antichi Illiri, che, nelle loro scorribande di pirati, non si sarebbero limitati a insediarsi al di là del mare nelle puglie, ma, come postulato dallo stesso Devoto, sarebbero venuti a contatto con Veneti, Camuni, Liguri, Euganei e Reti, stanziati nel nord della penisola dalla notte dei tempi e qui avrebbero fondato villaggi e comunità come quella ritrovata nei recenti scavi di cui vi ho detto.

Domani parteciperò alle preselezioni di miss Padania; la giuria mi interrogherà sicuramente in storia e antropologia fisico- culturale del popolo padano. Mi sento abbastanza preparata e, se non altro, so per certo che non mi fregheranno più con domande trabocchetto come quella dell'anno scorso sui Nuraghi della Val Trompia. L'avvocato B., che fa parte della giuria, come pattuito mi chiederà qualcosa del nuovo sito archeologico: non so se riuscirò a trattenermi. Ho una gran voglia di scoppiare a ridergli in faccia e dirgli che i nostri veri antenati sono albanesi.

  


 

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sabato, aprile 05, 2008
Nota (il traduttore)

You know and do not know,
what it is to act or suffer.
You know and do not know,
that action is suffering,
And the suffering action.
Neither does the agent suffer
Nor the patient act.
But both are fixed
In an eternal action,
an eternal patience
[...]

Thomas Stearns Eliot, Murder in the Cathedral


Ero indeciso se tentare una traduzione complicata o lasciar perdere. Anche conoscendo poco l'inglese, mi pare che il brano si capisca senza difficoltà, almeno in superficie. Aggredire il nocciolo di senso una volta sollevata la scorza è tutt'altra questione. Una questione di portata amletica, potremmo dire, date le affinità che corrono tra il personaggio shakespeariano e il Thomas Beckett di Eliot.
Nella versione originale si conserva la caratteristica saliente dei versi citati, la musicalità, intesa non tanto come vuoto rincorrersi di assonanze, quanto come una vera e propria architettura armonica imperniata su modulazioni costruite intorno a una spina dorsale melodica,
act-action-agent-patient-patience, cui vanno ad aggiungersi la struttura contrappuntistica (it is, that is, suffering; suffering, does the, but both) che rende più complesso e profondo l'accordo centrale a tre voci suffer-neither-(suffer)-patience e il basso continuo know-do not know; neither-nor; in an-an, con quel fixed dalla doppia valenza intrinseca ed estrinseca ad espletare la funzione già specificata dal suo stesso significato, quello cioè di giunzione, cerniera tra gli elementi "musicologici" e concettuali; questo piccolo e straordinario ricettacolo di ordine e bellezza, così superno e abissale da togliere il fiato, nell'italiano di un traduttore inesperto (e forse nell'italiano in generale) andrebbe disperso.

Tu ignori e sai
che cosa sia l'agire e il subire;
Allo stesso tempo sai e ignori
che azione è sopportazione,
la sofferenza azione.
Non patisce colui che agisce
né tantomeno agisce chi subisce;
ma entrambi sono congiunti
in un eterno agire,
un eterno patire [...]



Henry Francis Cary
(1772-1844)

[...]  

"Love, that in gentle heart is quickly learnt,
Entangled him by that fair form, from me
Ta'en in such cruel sort, as grieves me still:
Love, that denial takes from none belov'd,
Caught me with pleasing him so passing well,
That, as thou see'st, he yet deserts me not.
Love brought us to one death: Caina waits
The soul, who spilt our life." Such were their words;
At hearing which downward I bent my looks,
And held them there so long, that the bard cried:
"What art thou pond'ring?" I in answer thus:
"Alas! by what sweet thoughts, what fond desire
Must they at length to that ill pass have reach'd!"
Then turning, I to them my speech address'd.
And thus began: "Francesca! your sad fate
Even to tears my grief and pity moves.
But tell me; in the time of your sweet sighs,
By what, and how love granted, that ye knew
Your yet uncertain wishes?" She replied:
"No greater grief than to remember days
Of joy, when mis'ry is at hand! That kens
Thy learn'd instructor. Yet so eagerly
If thou art bent to know the primal root,
From whence our love gat being, I will do,
As one, who weeps and tells his tale. One day
For our delight we read of Lancelot,
How him love thrall'd. Alone we were, and no
Suspicion near us. Ofttimes by that reading
Our eyes were drawn together, and the hue
Fled from our alter'd cheek. But at one point
Alone we fell. When of that smile we read,
The wished smile, rapturously kiss'd
By one so deep in love, then he, who ne'er
From me shall separate, at once my lips
All trembling kiss'd. The book and writer both
Were love's purveyors. In its leaves that day
We read no more." While thus one spirit spake,
The other wail'd so sorely, that heartstruck
I through compassion fainting, seem'd not far
From death, and like a corpse fell to the ground.

Divine Comedy, Hell, Canto V


 

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martedì, marzo 18, 2008
Zibaldone e crema pasticciera.
Chiudere i blog fa tendenza: salvo il salvabile e poi mi ritiro

Vd Sein und Zeit (e poi muori)
Se si sostiene, poco prudentemente, che la cellula uovo è un essere umano nello stesso istante in cui viene fecondata, allora io posso sostenere, senza paura che l'imprudente di poco fa mi contraddica (l'imprudenza gliene ha tolto facoltà: nella peggiore delle ipotesi potrà sconfessarmi), che lo spermatozoo è un essere umano in nuce.
Mi pare di capire che dalla prospettiva di santa romana chiesa in fatto di interruzione di gravidanza e anticoncezionali si possa più o meno evincere quanto segue: chi usa il preservativo è un omicida in nuce che previene un omicidio de facto
.

Sein und zeit
Ieri ho riflettuto a lungo sulla saga di Eric il Rosso.
Qualche giorno prima, invece, mi sono perso in inutili elucubrazioni al fine di giungere alla conclusione provvisoria che il tempo è un concetto insensato. Perché parlarne dunque? Perché devo pur parlare di qualcosa di insensato in un contesto privo di senso prima che il nichilismo spazzi via persino il ricordo di ciò che la parola blog ha significato all'alba degli eventi catastrofici che costrinsero i blogger a riconsiderare il proprio ruolo e cadere di necessità in uno stato catatonico simile peraltro alla riflessione che fu preambolo del nichilismo stesso che, in questo ragionamento circolare, potrebbe spazzar via e forse lo ha già fatto persino il ricordo di ciò che la parola blog ha significato all'alba della catastrofe. Se il tempo scorre, e a me, dopo aver visto L'attimo fuggente, è sempre parso che scorresse in quanto successione discreta o continua, non importa, di quegli istanti che il poeta dice di cogliere, l'imitatore del poeta di assaporare, l'imitatore dell'imitatore del poeta di suggere fino al midollo e così via, dovrà pur farlo a una determinata velocità. Se la velocità è spazio su tempo, tuttavia, come minchia si calcola la velocità con cui il tempo scorre? Questo è rubato a Wallace, lo confesso.
Ma se non è il tempo che scorre, il che equivale a dire che l'analogia con le lancette dell'orologio non regge, allora sono le cose stesse che scorrono sulla matrice del tempo. E' il panta rhei di Eraclìto e De Crescenzo. Tutto passa. Anche la bua. Meglio però che ci sia la mamma. Questo tutto come va inteso? Se il tutto ha l'iniziale minuscola ed è un coacervo di ogni cosa visibile e invisibile, escluso il motore immobile rappresentato dal divenire (per il concetto di divenire, si veda Emanuele Severino, l'essenza del nichilismo, il quale, in quanto legge che determina il passaggio della cosa dall'essere al non-essere e viceversa, ne nega la possibilità logica, ontica e ontologica), allora possiamo anche immaginarci la Grande Ammucchiata mentre, sospinta dal principio di ogni mutazione, corre in direzioni casuali o verso una meta come fanno i rugbisti. Questo tutto, però, sarebbe contraddittorio perché mancante di qualcosa: il divenire, appunto; in ultima istanza, il ragionamento si arenerebbe sullo spiaggione del paradosso di Russel insieme al cervello che lo ha prodotto. Ma se il tutto è il Tutto con la T maiuscola di A-Team (ricordate il motto di Annibal Smith "adoro i piani ben riusciti"? Ebbene, si trattava di una citazione presa da Bartolomeo Cristofori), e ricomprende anche il principio del proprio scorrere, non si riesce proprio a vederlo muoversi ma, anzi, si fa una fatica del diavolo a sostenere il peso di un concetto che dà la nausea solo a sfiorarlo e forse si diventa pure parmenidei continuando ad avere la nausea. Il divenire, del resto, altro non è che una funzione del tempo, o, viceversa, è il tempo ad essere una funzione del divenire: in un caso come nell'altro si ritornerebbe al paradosso dell'incalcolabilità della velocità di scorrimento. Il tempo che scorre ovvero il tempo congelato appaiono, come dicevo, insensatezze non appena si cerca di dar loro la concretezza e coerenza ontologica di entità indipendenti dal pensiero umano, dalla coscienza. Attenti allora alle derive idealistiche.
 Tornando al panta rhei, mi piace sottolineare come anche l'attrito con la A maiuscola, che è ciò che si oppone all'eterno sdrucciolamento (E. S.), dovrebbe fluire essendo parte del tutto. Questa è già di per sé una assurdità. Forse che Bertolucci abbia fatto imburrare a Marlon Brando l'ano della Schneider per alludere sottilmente, passando attraverso A. ed E.S., alle incongruenze del concetto di tempo?



Mottetto arguto 1: arzillo son io perché arcaico
Azzardo l'esprimermi per tautologie se e solo se posseggo l'incontrovertibile certezza che nessuno avrà a confutarmi.

Mottetto arguto 2: scegliti un modello che non sia trascendentale
D
iceva un sindaco saggio, forse citando
che la poesia non è l'accapo a comando.
 
E neppure la rima.

Riscrittura di un'imitazione

Luttazzi sale sul palcoscenico.

«
Sarà capitato a tutti voi -mi rivolgo a un pubblico maschile sufficientemente largo di vedute da non considerare la polluzione notturna alla stregua di un omicidio preterintenzionale- di osservare Giuliano Ferrara in televisione -sì, il Giuliano Ferrara direttore de "il Foglio", il Giuliano Ferrara che si batte contro la caccia alla balena perché vede minacciata la propria stessa esistenza-, e provare l'impulso sfacciato di masturbarvi. E' quello che è successo a me qualche sera fa, guardando Porta a Porta. Stavo sul divano con Ivana, la mia fidanzata: il campanello suona, Vespa fa entrare l'ospite, l'ospite parla, il campanello suona ancora, entra un nuovo ospite... C'è bisogno che vi spieghi ulteriormente come funziona il sesso orale con Ivana? Quando arriva il momento di Ferrara comincio a sentirmi veramente arrapato. La mia ragazza si offre di darmi una mano e un capezzolo da mordere mentre mi smanetto, ma io declino, è una cosa troppo privata, una faccenda tra me e Giuliano. Poi il culo di Giuliano, simbolo di fertilità, sprofonda nella poltrona triplaicselle fattagli su misura, accavalla le gambe -sì, Ferrara è un enorme culo che accavalla le gambe- il pantalone si solleva, il calzino si abbassa, un lembo di pelle glabra e lattiginosa del polpaccio fa capolino e io schizzo. Lo schizzo è torrenziale, si divide in due bracci: uno finisce tra i capelli di Ivana -è qui tra noi (ciao amore), fate un applauso a Ivana che non è una bionda naturale-, l'altro braccio mi colpisce in pieno volto. Mi sento lo sperma in bocca e, cosa che più mi preoccupa, me lo sento in un occhio. Brucia parecchio, lo sapevate? Le ragazze annuiscono. Bene.
Ad ogni modo, ci ritroviamo, io e Ivana, con un bel grattacapo da risolvere. Sono le undici. Mentre lei sarà impegnata a togliersi una specie di grosso chewingum masticato dalla chioma ex fulva ora bionda, io dovrò precipitarmi in ospedale sperando che ci sia qualcuno disposto a prescrivermi il Collirio del Giorno Dopo.
Vi vedo perplessi. Il Collirio del Giorno Dopo esiste, non me lo sono inventato. Se non fosse così difficile sborrarsi nelle narici, ci sarebbe anche lo Spray Nasale del Giorno Dopo.
 Nel primo pronto soccorso cui faccio tappa, un'infermiera obesa mi dice che i medici dell'istituto sono tutti contrari alla somministrazione del Collirio del Giorno Dopo. La scena si ripete uguale come in uno di quegli incubi in cui ti trovi ad aprire cento porte per finire in cento stanze bianche e poi vedi come d'incanto una rampa di scale e continui a scendere e sembra che la discesa non debba mai più finire finché non ti risvegli nella sala d'attesa di un pronto soccorso, nella sala d'attesa di altri tre pronto soccorso, dapprima con un medico che si dichiara obiettore di coscienza "come il resto dei miei colleghi", poi con due infermieri cui puzza l'alito d'urina per l'indignazione: ma come, il Collirio del Giorno Dopo qui al Bambingesù? Al Fatebenefratelli?
Finalmente incontro un tipo un po' losco (ero stufo di incontrare degli stronzi) nel parcheggio del Fatebene: sembra che mi legga la paura e la frustrazione negli occhi. Gli allungo venti euro. Lui mi indirizza all'appartamento di un oculista, il quale oculista -sentite un po'-, per non rovinarsi la reputazione, riceve le persone disperate come me in uno studiolo clandestino a qualsiasi ora della notte, e qui fornisce loro il Collirio del Giorno dopo, salvo poi dichiararsi contrario a quel tipo di trattamento non appena spunta il sole finché, non appena spunta il sole, ti svegli davvero e scopri che il sogno che hai fatto cominciava molto prima d'arrivare in sala d'attesa del primo ospedale, prima dello schizzo, prima di Porta a Porta, addirittura prima dell'inizio dello spettacolo in cui tu facevi Luttazzi, e che non c'è nessun teatro e nessun pubblico cui narrarlo, neppure Ivana. Sei solo nel tuo letto, triste come un cazzo, già piccolo di per sé, quando in più si muore di freddo.

Ragazzi, cercate di fare tesoro dell'esperienza che vi ho raccontato: il preservativo usatelo sempre.
»


(colonna sonora: Paganini, Capriccio N.1; Arrangiato per chitarra ed eseguito da Eliot Fisk
                 Van Halen; Eruption)



 

 

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venerdì, marzo 07, 2008
Crotalus Adamanteus
Percorso ipertestuale (Wikipedia): Voce A  Roald Dahl, biografia, bibliografia
Voce B Roald Dahl, biography
                 Sottovoce B1 Newfoundland 
                           B1,1 BSES Expeditions
                           B2 Black Mamba  Nota: "
In July 1934, he [Roald Dahl, ndc] joined the Shell Petroleum Company. Following two years of training in the UK, he was transferred to Dar-Es-Salaam, Tanganyika (now Tanzania). Along with the only two other Shell employees in the entire territory, he lived in luxury in the Shell House outside Dar-es-Salaam, with a cook and personal servants. While on the job, supplying oil to customers across Tanganyika, he encountered black mambas (a type of snake) and lions, amongst other wildlife."
Voce C Black Mamba
Voce D Dendroaspis Polylepis (mamba nero) Nota: serpente dei sette passi
Sottovoce D1 Classificazione (regno/philum/classe/ ordine:
Sottovoce D2 Squamata
Voce E Squamata  Nota: i membri maschi degli squamati, soli tra i vertebrati, posseggono un
Sottovoce E1 Emipene (pl. emipeni) nota: i maschi possono usarne solo uno per volta. Vi sono prove che vengono alternati
Voce F Hemipenis  Nota: "
Only one is used at a time, and some evidence indicates males alternate use between copulations."
Immagine Fa: "
An everted hemipenis of a North American rattlesnake (crotalus adamanteus)"
Voce G
Crotalus Adamanteus
Ci ho riflettuto a lungo. L'incantesimo della poesia è imparentato con il mistero seminale (semiologia) che lega la cosa alla parola che la designa. Si potrebbe ricostruire il capostipite di tutti i linguaggi, eppure il mistero continuerebbe ad esistere e non si sarebbe fatto un solo passo in avanti nella spiegazione del perché agli oggetti concreti come a quelli astratti siano stati associati proprio quei suoni articolati e non altri. Credo che parte del fascino della poesia stia proprio nell'evocare il più antico tra i riti e di risalire a quel gesto originario di assegnazione di un nome a ciò che prima di allora ancora non sapeva parlarci: quando il Crotalus Adamanteus entra a far parte dell'ars poetica, è come se fosse nominato per la prima volta.
Ars Poetica
"The Crotalus Adamanteus' venom contains a thrombin-like enzyme (TLE), called crotalase, that is capable of clotting fibrinogen, leading to the secondary activation of plasminogen from endothelial cells. Although the venom does not activate platelets, the production of fibrin strands can result in a reduced platelet count, as well as the hemolysisred blood cells. Even with this defibrination, however, clinically significant bleeding is uncommon (Hasiba et al., 1975). Nevertheless, the venom does exhibit high hemorrhagic activity (Minton, 1974). It also contains a low-molecular-weight basic peptide that impedes neuromuscular transmission (Lee, 1972) and can in theory lead to cardiac failure. This peptide is similar to crotamine from C. durrisus terrificus and makes up 2-8% of the protein found in the venom. In general the venom can be described as highly necrotizing, mildly proteolytic and containing a large phosphodiesterase fraction. It stimulates the release of bradykinin that can result in severe pain, as well as profound, transient hypotension.[14] "

Gli oggetti cominciano a parlare nello stesso istante in cui noi diamo loro una voce.



Nota: questo post nasce solo grazie alla collaborazione con Amelia (http://amelia1.splinder.com
il blog, purtroppo, lo troverete chiuso) e alle parole che mi scrisse e che riporto di seguito:

"trovo anch'io - e per fortuna l'ho scoperto istintivamente prima di leggere Manganelli e il suo Rumore sottile della prosa - che ci sia più letteratura o poesia nella parola radice quadrata, cromo esavalente, scalpello, malta, che in cuore, vita o amore."

Sono d'accordo con te, Amelia. E penso che tu debba continuare a dimostrare quanto affermi riprendendo a scrivere. La verità delle tue parole risiede nella bellezza dei tuoi scritti.









 

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sabato, marzo 01, 2008
Teologia a Caracas

 Ieri sera ero mezzo appisolato sul divano con Belva, l'ultimo arrivato tra i miei gatti, che ogni tanto, vedendo un mio dito muoversi di riflesso, mi tendeva dolorosi agguati infilandomi le unghiette bastarde nelle carni, cosa che mi induceva a prendere il telecomando (vd rapporto causa-effetto) e fare zapping fino a riappisolarmi. Per caso però finisco su Italia Uno e vedo la mamma di Chanel con il ventre scoperto da un abbinamento top minuscolo facente risaltare le tette siliconate di fresco-pantaloni a vita bassissima che, per deformazioni indotte dalle rispettive posizioni del televisore e mia, entrambi messi di sghimbescio rispetto a quella posizione ideale che non fa friggere i vestiti a quadri, mi sembra di nuovo gravida, ma non gravida tipo terzo mese che allora può anche venirti il sospetto che Hillary non segua i consigli pubblicitari della Marcuzzi per rinvigorire la peristalsi intestinale, migliorare il transito ed evitare ingorghi; gravida tipo -oddìo famme finì de registrà che tengo er pupo che spigne.- L'illusione ottica, forse causata anche dal piercing ombelicale (non il mio, quello della signora Totti), mi libera dal torpore. Faccio notare che è Belva, ora, ad essersi addormentato tra le mie gambe, con la testolina graziosamente poggiata su un cuscino di genitali flaccidi, sicché, essendo cessata la causa (unghie conficcate nella mano) che produceva l'effetto zapping, mi rassegno a guardare "Le Iene". Vedo così il servizio di un giornalista che, giunto a Caracas, riesce a farsi accompagnare nel covo di un gruppo di malavitosi per intervistare un sicario. Non faccio in tempo a pensare che -beh, è tutta una montatura,- che il killer di strada (come dirà in seguito ha già ammazzato circa dodici persone su commissione) si alza la maglietta e mostra tutti i fori lasciati dalle 17 -dico diciassette!- pallottole che lo hanno crivellato durante la carriera. La pancia prominente in modo malsano, sgangherata come può essere sgangherata una protesi odontoiatrica assemblata con piombo e fil di ferro, nonostante la magrezza dell'individuo, è una immensa cicatrice che a guardarla mette i brividi. -Ma che ti è successo?- chiede il giornalista, e il sicario si abbassa i pantaloni e fa vedere ciò che viene parzialmente oscurato sul video in fase di montaggio, e dice che quella volta avevano mirato alle palle e che i medici gli hanno amputato parte dell'intestino ma che almeno sono riusciti a salvargli un testicolo.
Gioca con la pistola, che ha il colpo in canna. Spiega che, per la vittima, la morte arriva il quarto giorno, perché nei tre giorni che precedono l'esecuzione, lui si dedica al pedinamento e allo studio delle abitudini dell'uomo che tiene nel mirino. Spiega anche dove e come colpire, e mentre parla ripete i passi della sua danza di morte, passi rapidi, la pistola sfilata dalla cintola, sul retro dei pantaloni, che serve da improvvisata fondina, la pistola in pugno, il braccio diritto -bang, un colpo alla tempia-, il braccio che si alza mentre compie una giravolta -bang, un colpo alla nuca, dall'alto verso il basso, proprio così come vedi-, le gambe divaricate, una più avanti dell'altra, l'altro braccio che si congiunge al primo -bang, se si mette a correre, e altri due colpi quando è a terra, per finirlo.-
Ma ciò che più mi lascia sconvolto, è la risposta a una serie di domande con cui l'inviato coraggioso -con cautela e diplomazia, certo- incalza l'intervistato. -Credi in Dio? (il sicario, con la stessa naturalezza con cui ha sfilato la pistola dalle brache, estrae una catena dalla t-shirt che sembra una mezza via tra un antifurto per biciclette e un rosario, con un crocefisso attaccato); se credi in Dio come fai ad ammazzare delle persone? Uccidere non va contro la legge di Dio?-
-Dio mi protegge;- risponde il sicario. E poi continua: -la gente che ho ammazzato meritava di morire, era feccia. C'è stata una madre cui avevano ucciso il figlio per fregargli la moto; quando mi ha ingaggiato le ho chiesto meno soldi, perché conoscevo il bastardo che aveva fatto tutto questo e sono stato felice di farlo crepare; meritava di morire. La legge di Dio vale nel regno di Dio, qui sulla terra c'è la legge degli uomini, Dio non si intromette, lascia che siamo noi a sbrigarcela da soli.- Questo, anche se non alla lettera, è più o meno quanto riferito dal sicario crivellato da diciassette proiettili, il sicario consapevole che presto verrà anche il suo turno, il sicario costretto a fare ciò che fa in parte perché gli piace e in parte perché suo figlio non debba trovarsi a ripercorrere le stesse orme che la miseria ha tracciato indelebili nella vita del padre.


Tutte le disamine critiche devono passare attraverso una fase di negazione almeno ipotetica
delle opinioni e dei valori accettati, gettando luce sulle loro implicazioni e taciti presupposti;
in questo senso, forse, si può vedere nel nichilismo un pericolo permanente del pensiero. Ma
tale pericolo non proviene dalla convinzione socratica che una vita non riflessiva non sia
degna d'essere vissuta, bensì, al contrario, dal desiderio di trovare risultati che alla fine renderebbero
superfluo pensare oltre.
                                                       
Hannah Arendt  (La vita della mente; Il Mulino, 1987)



 

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venerdì, febbraio 15, 2008
Può l'elusione essere equiparata all'evasione?
Dialogo
lui si pulisce la bocca passandoci sopra il dorso della mano, fa qualche passo verso di me, io non indietreggio ma solo per paura, per paura di offenderlo
«perché non mi baci?»
è una formula che mi sono ripetuta a lungo, anche nel sonno, senza chiedermi se fosse efficace, neocritismo e fallacia intenzionale, a me piace il suo aspetto, mi piace arrotondarne il suono e restare sospesa nella scelta di termini che si equivalgono, equipollenti, dalla diade ai gruppi di analoghi
«perché non voglio alimentare in te speranze di cui impiegheresti troppo tempo a riconoscere la natura illusoria.
»
anche la speme ultima dea fugge i sepolcri
«se ti preoccupa il fatto che ho appena vomitato, sappi che porto sempre con me un flacone di colluttorio. E' in macchina. Potresti aiutarmi a raggiungerla...»
e poi c'era l'oblio che involveva anziché avvolgere ed era notte, era la sua notte, un po' come questa, riempita, no, svuotata dalle luci dei lampioni e dai fari di poche macchine, oggetti che virano dal giallo al rosso, e se le stelle fossero infinite (bello il paradosso, ma ingenuo, opinabile, risate astrofisiche) il cielo sarebbe più luminoso di notte che di giorno
«Trovo che l'italiano, con il Foscolo de I sepolcri, abbia toccato i propri vertici sia in quanto a eleganza e raffinatezza sia in quanto a erudizione e magisterio. »
«Per magisterio intendi l'autorevolezza con cui qualcosa si impone come
modello da esemplare?»
«Che figata, hai usato il verbo esemplare. esemplifigare Anche tu leggi il notiziario zanichelli
«Sì. Dammi una mano,
non riesco a infilare le chiavi nella topa. Toppa. Serratura.»
finge su tutto, anche sui lapsus
immagino sia la sua tecnica di seduzione apparire prostrato per poi negare tutto: -no no, carina, se pensi che io mi stia accasciando ti sbagli di grosso: mi preparo a fare le flessioni. su un braccio
«Sei capace di fare le flessioni su un braccio solo?»
«No, però so tenere una bottiglia di birra Moretti in equilibrio sull'uccello.»
«66 centilitri?»
«Esagerata! Saranno al massimo 26. 26 Centimetri e rotti.»
ascanio era quello del grande fratello, forse arcadio buendia... il fratello di aureliano. era lui che teneva la bottiglia di birra in equilibrio sul pene. rido.
«Comunque sì, hai detto bene. Modello da esemplare. Anche se sembra... »
«... anche se sembra un pleonasmo.»
plasmon
«Proprio così.»
«ne vuoi un po'?»
«perché, mi puzza l'alito?»
«no, per carità, non volevo dire questo...
»
biscotti pleonasmo
«che fai, lo ingoi?»
«mi rinfresca dentro. E poi mi fa fare rutti balsamici.»
«sai, mi chiedevo se in macchina, oltre al colluttorio...
»
che troia che sono
«poco ma sicuro! Ci tengo anche i preservativi.»
«no... Io veramente pensavo ai biscotti Plasmon...»
«...biscotti pleonasmo.»
si gratta un angolo della bocca, mi si avvicina
« .... No, davvero, non mi va. Oltre ad alimentare in te speranze che impiegheresti tempo e fatica a valutare
rettamente, assegnando loro il giusto valore di infingimenti, innescherei un processo simile dentro di me che forse mi condurrebbe a provare gli stessi tuoi sentimenti ancor prima di rendermi conto d'essere preda d'una astuta allegoria attraverso cui alla nostra mente piace d'ingannarci.»
complimenti per gli infingimenti ma forse si sentiva troppo che lo prendevi per il culo

all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?
«perché allora Foscolo non ha avuto adepti ed è un caso isolato, un esemplare unico? Perché il modello da seguire sarebbe divenuto di lì a poco Manzoni, narratore superbo ma poeta da senari e settenari e cinquemaggi e rime e ritmi obbligati, delicato come una grancassa? Persino i suoi detrattori non si discostavano dal suo stile. Ce l'hai presente la Scappellatura? Scapigliatura. Scusa.
Sapresti rispondermi senza addurre cara ti  la motivazione amo fallimentare sul piano logico, perché in contrasto con quanto affermato da te riguardo al magisterio, e tuttavia facilmente prevedibile, che Foscolo era un modello troppo alto, sostanzialmente irraggiungibile? canto: vuoi che mi infili una scopa in culo e ti ramazzi tutta la stanza?
Ti ho chiesto
il culo? A me non sembra.»


(citazioni tratte un po' qua e un po' là,  soprattutto dagli Elio e le Storie Tese)

P.S. ho sempre creduto che una delle frasi più belle della lingua italiana sia stata ideata e declamata da Elio in una delle sue canzoni: "lo disse Foscolo/ lo ribadisco:/ il fulcro della vita/ è il sepolcro"
non fosse altro che per quel quasi ecolalico fo-sco-lo lo ribadi-sco che ha una sonorità stupefacente. Il doppio lo seguito da riba-disco, oltretutto, porta l'orecchio a percepire un discolo affiorante da ribadisco(lo) che pare configurarsi come un tranello uditivo di matrice gestaltica particolarmente ingegnoso e che produce l'effetto di spingermi irresistibilmente verso un processo di ipertrofizzazione della frase come nell'esempio: "ciò che disse il discolo Foscolo lo ribadisco, il fulcro(lo) della vita è il sepolcro(lo)."  
 






 

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martedì, febbraio 05, 2008
Ti faccio una sega se mi fornisci un'indicazione su come mantenere un atteggiamento di compassato nonsobenecosa di fronte al dilagare di ottiche reazionarie ed estremiste e alla montante intolleranza delle persone senza barricarmi dietro l'atteggiamento ipocrita dell'uomo di sinistra a corto di principii e pienamente risucchiato nelle contraddizioni di un relativismo culturale che non sa dare indicazioni su nulla

mi è bastato farle credere che sono interessato ai problemi ambientali
e mostrarmi preoccupato per quello che succede ai negracci in kenya
e difendere le ragioni di chi vuole il matrimonio tra froci, come se i froci fossero come me e te e mica dei depravati che si son rotti della fica o vallo a capire come gli gira preferiscono rompersi il culo
ma tu hai mai fatto sanguinare il culo di una troia
socheciandrestipazzoperilculorottodiunatroia
ma poi che cazzo me ne frega se
se
cioè, il marcio c'è sempre stato, e c'è pure chi ci sguazza bene nel marcio
perché io sono convinto che certa gente ci prova gusto a mangiare merda
e guarda che lì in india hanno ragione con la storia delle caste che se tu sei un paria, uno che non può manco mendicare, se tu sei un paria sei meno di uno scarafaggio
la povertà e la miseria sono anzitutto genetiche, non so se mi spiego,
vedresti come s'acquieterebbero quelli che tutti i giorni è una rottura di coglioni per i diritti dei deboli  le pari opportunità e tutte le frociate che farfugliano i senzapalle se solo la nostra religione come la loro contemplasse la trasmissibilità dei caratteri, delle tare e delle...
delle eccellenze...

 avresti dovuto sentire come le sparavo grosse con quella puttana
tumiconosci
se m'entra un ladroincasamicacipensosuduevolteaspararlo
finirò in cella, io, io che mi sono difeso
e chi è il ladro se non il paria che non accetta la sua condizione
no, amico, queste sono cose troppo intellettuali
il ladro non ha voglia di lavorare, è come quei comunisti di una volta
con la sindrome di peter pan e robin hood
ecco, io non ho fatto altro che abiurare, sai cosa vuol dire?
ho raccontato tutto l'opposto di quello che penso veramente
e lei ci è cascata, porcoddio,
che l'ho pure filmata mentre la sbattevo contro il muro
avessi visto il naso com'era ridotto, era
cazzo ne so, poltiglia, l'ho massacrata quella troia, quella troia che era, sì, che era più stupida di flaviavento, era.




 

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martedì, gennaio 29, 2008
Il mattino ha l'oro in bocca, certo, ma anche mio padre e un sacco di altri bravi vecchietti, e mio padre non evoca certo l'immagine di freschezza che dovrebbe evocare il mattino con l'oro in bocca. Soprattutto al mattino.
Le intuizioni che si verificano nelle prime ore del mattino, quando siamo contesi tra il tepore del letto che ancora ci sfrigola da qualche parte nella colonna vertebrale e che potremmo identificare subito e rinfocolare perfino se fossimo svegli abbastanza da separare quell'ultima fiammella talmente debole da farsi astratta e confondersi con l'atto di astrazione che dovrebbe catturarla dal brulicare spinale di un esercito di brividi di freddo (o furbi abbastanza da tornarcene a letto), e il gelo invernale che bussa alla finestra; ebbene, queste intuizioni sono quasi tutte collegabili a ciò che avveniva in noi prima della catastrofe risveglio e vanno tutte o quasi disperse prima che possano esercitare i loro malefizî su una coscienza critica sbadigliante perché inzaccherate non di solo sonno ma di sogno soprattutto. Sono intuizioni fraudolente e tanto più mendaci quanto più seducenti.

Ho saputo di un vecchio che, quando s'accorse che c'erano i ladri in casa, si sfilò di bocca la dentiera e la depose sul comodino da dove trasse l'orologio d'oro che subito s'infilò in bocca. Al mattino, aveva l'orologio d'oro ancora in bocca.

Ho qui con me, in forma di intuizione mattutina, una possibile continuazione del post precedente, che di titolo faceva Racconta perché qualcuno raccontava appunto di un libro che, a sua volta, narrava aneddoti e storielle spesso irrisolti, schivati o schifati, più propriamente abbandonati, ma che ora potrebbe anche chiamarsi METAFICTION!. Passo tra i banchi a illustrarla.

Ipotesi di continuazione del racconto METAFICTION! in forma di intuizione mattutina

Il titolo del libro è:

METAFICTION!

 (fine)

 

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mercoledì, gennaio 02, 2008
                                                                       "abbia almeno il buon gusto di non citare chi copia"
                                                                                             un qualsiasi professore di italiano

                                                                      
" if Realism called it like it saw it, Metafiction simply called it as it saw itself  seeing it"
                                                                                             David Foster Wallace

RACCONTA
 
 
Racconta che depresso com'era e incapace di spiegare in cosa consistesse precisamente o quali pecularità avesse, di che si cibasse, che materia intaccasse la condizione sua di depresso, più uno status che condizione visto le attenzioni che poi ricevi che però non sono proprio attenzioni, è più una curiosità sedicente professionale di chi indaga come a voler rinnegare il fatto di non poter esercitare affatto una curiosità professionale, cioè quel pastone stopposo di interrogativi melensaggini e preoccupazione densa di saggezza occasionalmente presa da fonti carismatiche ma dubbie e tuttavia caritatevole del profano che, racconta, come lui, racconta, è allibito, atterrito dall'impossibilità di spiegarsi in che cosa consista, racconta, la condizione-status di depresso, che razza di tarlo sia quella minaccia inconsistente eppure grande, così la immagina, e nera che rode senza provocare né rumore né dolore ma una sensazione diffusa di mancanza, quasi una patina in espansione di privazioni intime che si stende partendo da un nucleo denso su cui soffi un vento arroventato senza tregua, racconta dell'incapacità di rompere la spirale dei silenzi, dell'imbarazzo e della vergogna di provare imbarazzo dei propri silenzi,  nonostante gli venisse chiesto insistentemente, come fanno ai/i bambini, di spiegare ciò che provava o che gli pareva di perdere, cosa che lo affliggeva non poco, perché, in verità, tutto ciò che lo circondava o che lui circondava capiendosene era un mezzo col quale affliggersi e l'afflizione stessa, scritta così com'è, afflizione, ora, in questo momento, e lui sapeva di essere uscito dal circolo vizioso o meglio sa, proprio ora e qui di essersi redento, di aver scontato la condanna insomma e di essere perciò un uomo ritrovato, lo rendeva e lo rende insicuro e nuovamente fragile, potente ed espressiva anche e solo come presenza scenica, nella fisicità mediata dal codice scrittura e dal linguaggio parlato, con quella triade di consonanti strana a vedersi, quasi aliena nella forma e coriacea alla pronuncia, refrattaria, quasi improponibile: FFL da sembrare un memento temibile, il simbolo apotropaico del guardiano menasfiga posto a difesa del tempio e perciò stesso inguardabile e inavvicinabile; depresso com'era e afflitto e cocciutamente concentrato sull'incomunicabilità di pensieri di una apparente semplicità adamantina che vociavano e complottavano dentro di lui per essere espressi, una domenica, racconta, ora che non è più taciturno ma che ha anzi milioni di cose da dire che, se interrogato, saprebbe senz'altro dire, gli venne proposto, a lui e alla fidanzata, di fare una gita in un posto verde e tranquillo come se, racconta, un luogo possa essere animato da buone intenzioni per il solo fatto di apparire viride/scente/mente gentile. Racconta che lui avrebbe rifiutato se solo avesse potuto, ma poiché rifiutare implica una fermezza di spirito che è da veri bastardi pretendere da uno spirito, il suo, che tremava tutto ed era l'equivalente di un vecchio demente, ma qui ci si dilunga troppo (a giudizio del lettore) a cercare di mostrarti l'oggetto che in natura o nel campo delle opere umane vibri di un tremore non troppo dissimile dalla parestesia dello spirito, si lasciò trasportare dove gli altri, con la loro curiosità sedicente professionale, ritenevano che gli avrebbe fatto benissimo andare, ma che la gita si risolse in un disastro. Racconta infatti che l'unica attività che continuava a riuscirgli meravigliosamente era il sesso (scopare), ma che nelle due settimane successive alla gita anche quell'unica certezza, quel solo modo di riscattarsi dall'opacità che gli era rimasto capitolò stramazzando. Certo si sentiva turbato da quando, poco tempo prima, con l'insediamento della depressione, aveva cominciato a vedersi lui sopra di lei oppure di lato o dietro o sotto o in posizione mista come se si stesse filmando, sebbene non fosse proprio un vedersi ma più un percepirsi all'esterno di se stesso con l'apparecchiatura montata in spalla oppure sul cavaletto e i riflettori, la giraffa, il tecnico dei suoni, un elmetto da speleologo appoggiato su una sedia, i fotografi e le B-girl eccetera e tipo... un corpo astrale ancora più spostato verso l'esterno ma nel senso dell'altezza, stazionante oltre un soffitto blandamente tratteggiato in stile planimetria virtuale a tre dimensioni... ma qui il racconto si interrompe più volte e comincia una digressione interminabile su quella volta che, racconta, i suoi amici Tony Manero e Marazzi si trovarono a percorrere un pezzo della Torino-Piacenza per raggiungere Asti. Manero, che guidava, volle sapere a che punto si trovavano perché (racconta che il sesso da alienato continuava a venirgli benissimo prima dell'evento traumatico rappresentato dalla gita e poi introduce, a mo' di contrappunto, la figura di Cosimo Palazzi, eiaculatore precoce da sempre) cominciava ad averne piene le palle del viaggio e racconta di come Marazzi, passeggero e navigatore, squadernasse il raccoglitore ad anelli di agile consultazione che teneva sulle ginocchia da quando erano partiti e che conteneva, scheda per scheda, fascicolo per fascicolo, l'intero stradario del Mediterraneo completo di guide turistiche e, vedendo che l'autostrada nella finzione topografica andava a scivolare per così dire, racconta, proprio sotto uno degli anelli, non più finzione topografica, del raccoglitore, sentenziasse: -tra poco dovremmo passare sotto un anello,- dando così l'abbrivio al dialogo in cui l'altro, guardando di fronte a sé dice -questo anello?-, Marazzi, distogliendo lo sguardo dalla cartina proprio nel momento in cui gli scorre sopra la testa una specie di ponte che però non è un ponte, è più la stilizzazione decorativa postmoderna di un'impalcatura a forma di anello o magari lo scheletro di un autogril ad anello o un gasdotto che si arrampica sopra la carreggiata per risprofondare subito dopo nell'epidermide della pianura a forma di anello, replica tartagliando -ma io intendevo veramente...- e sbatte in faccia al pilota raccoglitore e anello insieme, Manero ri-replica -siamo entrati non so come in una puntata de "ai confini della realtà"-; digressione questa talmente incomprensibile da richiedere l'intervento dello scrittore che, in effetti, prende la parola spiegando che il Manero-Marazzi, proprio alla stregua dell'esempio precedente dell'uomo kafkiano che si risveglia da un incubo e subito si accorge d'aver soltanto sognato di risvegliarsi da un incubo considerato che, accanto a sé, nel lettone, giace lo scarafaggio gigante kafkiano e allora aspetta di addormentarsi di nuovo per potersi definitivamente destare da uno, due, tre incubi, non essendo affatto chiaro dove risieda il terzo incubo, se non nella cornice del primo e del secondo che però, siamo avvertiti, potrebbe essere la vita tout court, insomma, racconta che il MaMa e lo Scafka ancora non possono classificarsi come metafiction, perché a suo modo di vedere, metafiction è quel tipo di impianto narrativo anulare sul modello ipersfruttato del nastro di Möbius in cui allo scrittore e al lettore reali vengono opposti e sovrapposti uno scrittore e un lettore fittizi che ovviamente, in un momento epifanico del processo di metacomunicazione, risultano risucchiati all'interno della narrazione stessa. Racconta così di un antiquario che telefona a un suo facoltosissimo e appassionatissimo cliente, affermando tra i vari rumorini di eccitazione del caso che adornano e contornano il discorso, di avere tra le mani un pezzo unico. Trattasi non di un calembeur sessuale ma di un libro veramente antico e arcano (ha detto davvero arcano?) che il cliente deve assolutamente vedere con i propri occhi (sarà qui che scrittore e lettore verranno risucchiati insieme nella narrazione?). L'indomani, il ricco amatore si precipita dall'antiquario e resta sulle prime istupidito nel vedersi consegnare un libricino ( con due c?) tutto consunto versione tascabili sulla cui copertina è riportato un ritratto, questo sì, davvero notevole, forse commissionato dalla casa editrice stessa a un formidabile quanto sconosciuto artista, di un uomo che, perbacco, ha un che di straordinariamente familiare. -E' lei in persona!- dice l'antiquario. -Sputatoidentico!- aggiunge. Comincia allora un dialogo in cui il cliente appare dapprima incredulo: -non può essere vero, questo sono io!,- poi arrabbiato: -lei si sta prendendo gioco di me!,- (-ma no,- dice l'altro, -prima in copertina, mi venga un colpo se non è vero, c'era il mio di ritratto! Sputatoidentico!-), infine furioso: -che oltraggio è mai questo? Io le faccio chiudere bottega!- quando rinviene sul fondo di pagina 3 una piccola nota che recita: "in copertina: autore anonimo, ritratto di un uomo di merda." Il tempo passa -avrà mie notizie!- e il libro rimane a impolverare in un angolo della botteguccia, perché l'antiquario, che è superstizioso, comincia a pensare che ci sia di mezzo il diavolo ed è sicuro che gli si seccheranno le palle se si avvicinerà di nuovo al volumetto, finché il cliente, un uomo dalla faccia taurina e i baffi arricciati a formare volute sofisticatissime cui manca soltanto una maglietta senza maniche a righe orizzontali e una barra d'acciaio incurvata stretta tra i pugni per sembrare il forzuto del circo, non si ripresenta dall'antiquario col suo avvocato (magro come una mummia ma con una impressionante pappagorgia traslucida che, arborescente di venuzze, gli dondola scrotale tra la punta del mento e il pomo d'adamo), ritrova il libro dove l'aveva lasciato, osserva due figure in copertina e legge la stessa dicitura in caratteri microscopici che, questa volta, riporta: "anonimo, ritratto di due teste di cazzo". Il titolo del libro è
 
METAFICTION!
 
(continua...)

                                                                                                  

 

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giovedì, novembre 22, 2007
Annusarsi
 
No, non so cucinare. Ho un palato sopraffino? Non direi. Distinguo a malapena il dolce dall'amaro, il buono dal cattivo, il naturale dall'artificiale, l'edibile dal tossico, il sapore arriccianaso del rimedio omeopatico da quello del farmaco sintetico - che è un po' come distinguere il cd dal vinile- la bolognese dalla bolognaise, che è più acidula e zuccherosa, ma il vinile fa le fusa; è un po' come discernere il grana padano dal parmigiano reggiano e così, più castrato che vergine, mi fermo inebetito di fronte al dilemma se sia San Daniele o Parma o magari culatello, che al tatto è viscoso forse o forse più liscio e asciutto, ma è di gusto che disputiamo, non di lino o di velluto. Da un po' di giorni ho uno chef che mi gira per i sogni e nei sogni stessi gira -è uno chef, non un regista-; vagola in autobus insomma o a piedi come uno che è solo di passaggio e passando osservi una mappa senza neppure saperlo e sulla mappa discerna ciò che è straniero e altro rispetto a quella cucina un po' antro un po' atelier dell'artista un po' tana tapezzata di raso e gianduia, soffermandosi appena per il tempo necessario a ingannarsi e dimenticare il tempo. Il tempo e la mappa. La cura che dedico alle mani con creme alla glicerina e alle unghie e tutt'attorno, quello smussare le crepe minuscole di quando l'urto con la forma a cilindro dalle alette di metallo cromato, oppure alluminio anodizzato sbrecca, trancia, frastaglia o quel microscopico rugomare con i denti davanti le pellicine che si sollevano, lo sfregamento della carta vetrata che abrade: questo è tutto ciò che conosco. Evitare che le asperità di milioni di cellule morte facciano da uncino al filo più volte ritorto, voluminizzato che, trascinato nel cataclisma, smaglia una trama altrimenti perfetta; di questo saprei scrivere, non certo del viaggio mentale di un cuoco (la cui mappa sia fatta di tappe concrete come dati sensibili che anneriscano caselle vuote) che sui sensi interrogandosi in un'epifania finisca col disquisire di gusto e d'olfatto e di morte e vi s'impatani. E' un progetto in cui affondare fino alla gola.
Che lui veda un gatto ciondolare su di un marciapiede non lontano dalla fermata dell'autobus; che un altro gatto s'avvicini al primo, vi si strusci per poi sotto la coda odorarlo, dove risaltano testicoli grossi come noci; che lui sia colpito dalla loro grandezza e dal turgore e che poi, come illuminato, certo incuriosito, voglia conoscere da uno dei passeggeri, quello con l'aria più saggia (perché ormai è salito, l'autobus è partito, il viaggio comincia, mi sento a disagio) se siano il bucetto o i genitali a informare di qualcosa gli animali; beh, a me sembra poco verosimile per uno chef di cui non saprei abbozzare neppure un frego di ritratto. Cucire la punta di calze da donna è il mio lavoro; un lavoro che si dipana al ritmo di 36 tubi al minuto. Tubo è il gambaletto, il calzino, la calza, il collant appena sfornato dalla macchina circolare di tessitura; un cilidro la cui sommità viene fatta scorrere sotto una tagliacuci che applica ai due lembi di tessuto compresso tra un piedino premistoffa e una griffa trasportatrice e sagomato ad arco da una speciale forbice automatica l'intreccio, detto catenella, di tre fili di nylon ordito dall'ago e da due crochet (navetta) in ragione di otto dieci punti al centimetro. Mi chiamo operatore. Sono seduto. Viaggio. Osservo dal finestrino in un certo senso. Da una cesta che contiene le calze smacchinate alla mia destra abbranco un tubo per il bordo elasticizzato e lo posiziono su una sorta di gambale orizzontale alla mia sinistra facente parte di un apparato ruotante a dieci bracci. Al passaggio dell'elastico, tre fotocellule azionano e coordinano una puleggia in gommapiuma (ruota di carico) che fa scivolare la calza per tutta la sua lunghezza sul braccio in modo tale che la punta venga a trovarsi all'altezza giusta per essere cucita e contemporaneamente fa scattare l'apparato rotante -dovete pensare ad un mulino- che fa salire un nuovo gambale pronto per essere caricato. Il braccio è un cilindro con delle alette di metallo che facilitano il posizionamento: la calza già cucita incontra una nuova puleggia (ruota di scarico) che ne agevola l'ingresso nel cilindro all'interno del quale viene risucchiata da una corrente d'aria compressa e sospinta fino ad un convogliatore (curiosamente chiamato Dream) che la deposita ordinatamente in una cesta. Il termine operatore mi definisce. Cucio circa mileottocento calze all'ora. Il mio braccio in fondo non è diverso dai bracci del macchinario. Preciso. Inflessibile. Posso fare tutto senza concentrarmi, libero di viaggiare con la mente. E' da operatore che sogno ad occhi aperti il sogno dello chef che gira e gira e dal finestrino dell'autobus vede ora cavalli trainare carrozze ma ecco che l'odore si trasforma in un miasma ed eccolo pensare a come l'olfatto sia una recente riscoperta, perché il tanfo era, è insostenibile. Gli uomini che vennero prima di noi non potevano sentire gli odori. E' ridicolo indugiare un istante sulla parola aromi. Per strada merda di cavallo e merda d'uomo e scaracchi che lo portano d'incanto dentro le case, ai cubicoli dei poveri come negli alloggi dei borghesi, sotto ai letti, lenzuola e materassi zuppi di piscio mai lavati, neppure i vestiti, pitali gonfi che debordano, e le finestre che si aprono e per una scagazzata e del piscio scaraventati fuori a lordare i muri la strada i passanti nuove zaffate invadono le camere e si mescolano a sperma sudore denti marci ratti morti frattaglie vomito malattia morte; tutto è talmente forte che per poco non ci rimetti la pelle. E davvero non vorrei essere uno chef adesso che mi trovo circondato dal fetore di corpi in decomposizione che nessuno si preoccupa di bruciare (lui pensa), in una palude focolaio di malaria, in un lebbrosario, inseguito dal raschio della tubercolosi. La cucina è poesia. Sono innamorato del tuo odore. Il tuo profumo è memoria di lusinghe e piaceri che indugiano sul palato. Il tuo odore è quello del rimorso ora che te ne sei andato. Il tuo odore. E il sogno finisce.
 
 

 

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sabato, novembre 10, 2007

SUMMMA THEOLOGICAE

ANGELICI DOCTORIS SANCTI THOMAE AQUINATIS

PRIMA PARS

QUAESTIO XIV

De scientia Dei

in sexdecim articulos divisa

ARTICULUS 10

Utrum Deus cognoscat mala

Ad decimum sic proceditur. Videtur quod Deus non cognoscat mala.

1. Dicit enim Philosophus, in III De anima, quod intellectus qui non est in potentia, non cognoscit privationem. Sed malum est privatio boni, ut dicit Augustinus. Igitur, cum intellectus Dei nunquam sit in potentia, sed semper actu, ut ex dictis patet, videtur quod Deus non cognoscat mala.

2. Praeterea, omnis scientia vel est causa sciti, vel causatur ab eo. Sed scientia Dei non est causa mali, nec causatur a malo. Ergo scientia Dei non est malorum.

3. Praeterea, omne quod cognoscitur, cognoscitur per suam similitudinem, vel per suum oppositum. Quidquid autem cognoscit Deus, cognoscit per suam essentiam, ut ex dictis patet. Divina autem essentia neque est similitudo mali, neque ei malum opponitur: divinae enim essentiae nihil est contrarium, ut dicit Augustinus, XII De civ. Dei. Ergo Deus non cognoscit mala.

4. Praeterea, quod cognoscitur non per seipsum, sed per aliud, imperfecte cognoscitur. Sed malum non cognoscitur a Deo per seipsum; quia sic oporteret quod malum esset in Deo; oportet enim cognitum esse in cognoscente. Si ergo cognoscitur per aluid, scilicet per bonum, imperfecte cognoscetur ab ipso: quod est impossibile, quia nulla cognitio Dei est imperfecta. Ergo scientia Dei non est malorum.

Sed contra est quod dicitur Prov. 15,11: infernus et perditio coram Deo.

Respondeo dicendum quod quicumque perfecte cognoscit aliquid, oportet quod cognoscat omnia quae possunt illi accidere. Sunt autem quaedam bona, quibus accidere potest ut per mala corrumpantur. Unde Deus non perfecte cognosceret bona, nisi etiam cognosceret mala. Sic autem est cognoscibile unumquodque, secundum quod est. Unde, cum hoc sit esse mali, quod est privatio boni, per hoc ipsum quod Deus cognoscit bona, cognoscit etiam mala, sicut per lucem cognoscuntur tenebrae. Unde dicit Dionysius, 7 cap. De div. nom., quod Deus per semetipsum tenebrarum accipit visionem, non aliunde videns tenebras quam a lumine.

Ad primum ergo dicendum quod verbum Philosophi est sic intelligendum, quod intellectus qui non est in potentia, non cognoscit privationem per privationem in ipso existentem. Et hoc congruit cum eo quod supra dixerat, quod punctum et omne indivisibile per privationem divisionis cognoscitur. Quod contingit ex hoc, quia formae simplices et indivisibiles non sunt actu in intellectu nostro, sed in potentia tantum: nam si essent actu in intellectu nostro, non per privationem cognoscerentur. Et sic cognoscuntur simplicia a substantiis separatis. Deus igitur non cognoscit malum per privationem in se existentem, sed per bonum oppositum.

Ad secundum dicendum quod scientia Dei non est causa mali: sed est causa boni, per quod cognoscitur malum.

Ad tertium dicendum quod, licet malum non opponatur essentiae divinae, quae non est corruptibilis per malum, opponitur tamen effectibus Dei; quos per essentiam suam cognoscit, et eos cognoscens, mala opposita cognoscit.

Ad quartum dicendum quod cognoscere aliquid per aliud tantum, est imperfectae cognitionis, si illud sit cognoscibili per se. Sed malum non est per se cognoscibile: quia de ratione mali est, quod sit privatio boni. Et sic neque definiri, neque cognosci potest, nisi per bonum.

 

(http://www.thelatinlibrary.com/aquinas/q1.14.shtml)



 

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domenica, ottobre 21, 2007
Pensa che bello se alla fine si scoprisse che io non facevo parte di una delle due squadre
 
 
L'azione si svolge a velocità decuplicata rispetto alla vostra e mia capacità di assimilare e decodificare le parole e le frasi che tale azione cercano di eviscerare. Forse centuplicata. La palla mi è carambolata tra i piedi e sono spalle alla porta con il pappa dietro che mi morde i calcagni mentre alla mia destra il tempesta sgroppa sulla fascia incontrastato.  Uno sguardo agli agenti reagenti della partita di calcetto che fa da trama agli arazzi degli accadimenti qui snocciolati è mille volte più rapido e pregno di informazioni dello stesso sguardo che abbraccia e ricomprende l'elenco scritto di ognuno di loro, cinque giocatori per squadra, presi e gettati nella mischia come un complicato insieme di rimandi tra la loro storia personale e il fenotipo di appartenenza esplicato parzialmente dal nomignolo: il tempesta, il baldo, il cinese, il fegato, smorzacandela da una parte; il mignolo, ciccio, rosario ossario, il pappa, sempronio dall'altra. Dovrete sforzarvi di stare al passo con i tempi di gioco e inventarvi metodi per leggere il più rapidamente possibile, scavalcando spazi vuoti e punteggiatura, facendo accavallare i verbi come nervi che dolgono e proiettarvi oltre gli avverbi in -mente e gli aggettivi denotativi non connotativi, in modo da eliminare tutto ciò che non è essenziale tra un ganglio di verbinervi e l'altro. Da parte mia, proverò a scrivere più o meno come si compita.
Si gioca senza arbitro (essendo l'arbitro la lealtà che ci affratella) né portieri e con regole modificate secondo le occorrenze, le convenienze e elementi estranei al giudizio e alla concertazione, tipo che il ciccio non sta bene e allora lo si manda in porta nonostante la norma che vieta eccettera e si dice al capitano dell'altra squadra che una perdita grave come quella del ciccio, che in realtà ha zoccoli ferrati al posto dei piedi e gambe frigide, va controbilanciata mandando tra i pali che ne so, uno come il tempesta per esempio, solo che il tempesta è il fuoriclasse della squadra e allora quasi ci si azzuffa ma poi si dice eh, voi non sapete stare allo scherzo massa di stronzi e per salvare l'amicizia vecchia di stagioni si fa giocare il ciccio nonostante stia male e infatti eccolo che dopo uno scatto si afferra la pancia con entrambe le mani e solleva, sì, solleva la pancia fino allo sterno e gli vedi il collo che si allunga e le guance che si gonfiano mentre la schiena fa un arco con le spalle che scattano all'insù e si allineano sotto la nuca e dalla bocca gli esce un getto che sembra, il ciccio, non il getto, un idrante. Questo capita spesso. Il Ciccio è uno che digiuna durante il giorno e alla sera fa il pieno di carboidrati e grassi e non smette mai di masticare per più di 5 minuti tra le nove e le 24 ma noi si gioca alle otto, mentre lui di solito cena alle 9, così gli tocca anticipare il pasto di due ore e ingerire tutto quello che ingerisce tra le nove e le 24 in quei pochi minuti che alla fine gli sono fatali tanto che si pensava di convocare anche il gianchi e il fonzo e cancellare la regola che vieta il portiere eccettera. Il ciccio non è mica grasso, semplicemente si chiama Francesco e nessuno aveva voglia di ideare un soprannome più nobile. Il suo temperamento è tutto nelle sue mandibole. La palla mi è carambolata tra i piedi dopo un fulmineo contropiede dei Viola (loro sono i Viola, noi siamo i Cianotici) che si è concluso con una cannonata dai 5 metri di rosario ossario che, colpita e quasi scardinata la traversa, ha fatto fare un arco voltaico al pallone che ora difendo piegandomi sulle ginocchia e facendo sporgere il culo all'indietro per tenere lontano il pappa che sembra mi stia inculando ma che poco amichevolmente mi spella le caviglie con la punta della scarpa. Sono spalle alla porta. I viola sono sbilanciati. Il tempesta, che ha sopracciglia burrascose ed è di una magrezza quasi esilarante se non lo conosci, perché conoscendolo non ti azzarderesti a ridergli in faccia che quello è un fascio di cavi dell'alta tensione e l'aura elettromagnetica che lo avvolge basterebbe di per sé a indurre tali variazioni nel tuo cazzo di codice genetico da trasformarti in una metafora, il tempesta corre bruciando la fascia laterale e con quei sopraccigli da previsioni meteo catastrofiche chiede che gli venga ceduta la palla. Tra me e lui, oltre al pappa che ora devo tenere a bada non solo con le chiappe ma anche con gomitate e braccitesi, ci sono circa sei metri in aumento della gomma antiscivolo di cui la palestra è rivestita e che è un killer per le ginocchia, le suole delle scarpe e gli orecchi, con tutti quegli gnaulii da frizione che ti tempestano fino a sfociare in polluzione sonora nelle mischie. Il pappa è un meccanico buddista. Ha un modo di essere buddista che conosce solo lui e chi ha letto pirsig (lo zen e l'arte eccetera), un modo dichiarato con condiscendenza tronfia e stucchevole, dunque, ma non praticato, o solo malpraticato nell'atto di tirare i bulloni quando d'improvviso la Qualità si appalesa come pienezza ontologica e ci si sente sacerdoti bisunti. Un bravo meccanico che regala Pirsig ai suoi clienti migliori con un sorriso radioso. Si incazza sempre quando gli dico che lo zen, nel libro di Pirsig, c'è solo nel titolo; che Pirsig è un aristotelico; che Lila, il secondo libro di Pirsig, fa cagare; che la Qualità è la solita sbobba di chi cerca di dare un nome e un volto, come Pirsig, all'ente supremo quando un nome già ce l'avrebbe (e il volto? ma sì, la Qualità di Pirsig altro non è che la somma indistinta di tutti i predicati del caro vecchio Dio!), oppure è un moltiplicarsi di enti supremi che Occam e rasoio e Pirsig stesso eccetera; io, modestamente, sono un intellettuale. Difendo la palla spalle alla porta e mi molleggio su una gamba, quella d'appoggio, mentre il piede destro cincischia vellicandola (la palla) rudemente. Tra poco il tempesta sarà uscito dal mio conoide visivo. Dai miei coni e bastoncelli. Lo vedi come un'ombra scura fatta di sopracciglia che mi galleggia in coda all'occhio. Alzo la testa. Smorzacandela si trova esattamente al vertice di un triangolo scaleno abc formato da me (a) smorzacandela (b) il tempesta (c), dove ac è la base, b è smorzacandela, a sono io, c è il tempesta. L'idea è elementare. Dato che non riesco a liberarmi del pappa, che ormai mi ha agguantato letteralmente per i fianchi in modo da non farmi girare e sembra sempre più che mi stia inculando, non devo far altro che passare la palla allo smorzacandela che poi la depositerà deliziosamente sui piedi del tempesta che non dovrà far altro che spingerla in fondo alla saccoccia. Smorzacandela faceva il chierichetto. Poi ha scoperto in confessionale che farsi le seghe è peccato. Allora ha chiuso con la chiesa. Accadde più o meno così: Io ti confesso una cosa terribilmente intima che al solo nominarla mi sento mancare e tu mi dici che è peccato? Ma va a cagare!
Lo smorza è avvocato. Avrebbe potuto essere tutto ciò che voleva, astrofisico, archeologo, biochimico, gerontologo e ha scelto di essere avvocato. Passargli la palla significherebbe vederla svanire come una freccia scoccata ben al di sopra delle fortificazioni nemiche che si infili nel pozzo al centro della curtis; è più facile che lo smorza faccia canestro piuttosto che indovinare il passaggio o la porta. Sarò io, così ho deciso, a lanciare il tempesta. Come? Interno sinistro o esterno destro? E se il pappa gioca d'anticipo e mi blocca il passaggio? Io sono Baldo, comunque, è un vero piacere.
 

 
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Giovanni Pisano; Giudizio Universale

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