apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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giovedì, agosto 28, 2008

Poesia per eserciti di parole disarmate

              ahi quanto a dir qual era è cosa dura! (Dante)

piedi che ghiacciano
come bastoni
mentre stiamo accovacciati
carponi
in lividi canti
non siamo altro che soldati
dagli scarponi
che chiocciano
pazientemente penzolanti
dai lacci all'armacollo:
i lacci diresti
budrieri che schioccano
per il pavido sibilo frollo
intimidito dal gelo
diacci!
ridendo o gemendo
smozzicando o salmodiando,
smoccolando ti presti
al sogghigno
del vento
t'accucci
stai forse cagando?
sì farsesco è il suo ghigno 
il gracchiare di ralli e di grole
doppiato dall'eco scimmiesco
 di gole e di valli
noi siamo quel mutilo cielo
eppure benigno
(corrucci
del tempo la plica
tu mutilo cielo
diurno) 
nel liscio dirupo
arrivolto
ove si tuffa rampando
su in alto,
su in alto è la zuffa!
(non dico la fica)
il ruzzante derviscio
notturno
allegro memento
è il pelo del lupo
sullo spirante pastore
fin dentro la ferita
assolto
dall'obbedienza al comando,
congedato
dall'ordine superiore
il sangue all'uscita
s'è rotto istoriando
uno scisto
spezzato
chi ha visto
quei segni sinuosi
rappresi, quei fregi
ritrosi
le rocce screziare
sussume i suoi pregi
a modello
di lasca fattura
frattura piuttosto
che opponesi allo snello
alfabeto composto,
al dialogare
di conclamata orditura:
screzio geometrico
o spazio di rigorosa nettezza
piuttosto
giammai primordiale
giammai
ghiribizzo inarmonico
ma crampo mai sciolto
d'inganfita forbitezza
militare
O pastore storto dal comando
il clangore si sperda
dell'arma!
 Noi, quando il fucile si tace
e tutt'intorno è un rimando
all'operosa pace
(l'ozioso karma)
che s'insegue nel rimare
e nell'aria s'effonde un vapore
come di merda,
no! di caldana
e la guerra, tra rami fronzuti
e nuvoli bioccoluti
giù sugli sprazzi di cale
declinanti nella caligine
si sfoglia in rozza grana
ecco si lustra il palco,
la tribuna
lo scranno 
più umìle e basso
sozzo di filiggine
al caporal maggiore 
col bugliolo dei carcerati
e la striglia
come fosse catafalco
per un re o un'opaca luna
cui render lo splendore...
siamo individui ammezzati!
Quanto caparbio è il passo
degli altieri prigionieri
invece
che hanno ferro nei ginocchi
e sul groppo un bel paiolo
invece
e che meraviglia!
guardare, guardare
e di lor ragionare!
osservare
 la fiamma nel largo
bacile degl'occhi
della pagina ostile
è già fumigare!
il fulmine san tutti che è fuoco
turbato dal suo bianco letargo
che scende e si versa
sottile
né mai tergiversa:
se è stanco, se è fioco
non sale il segnale
la resa non giunge
la morte che urge nel campo
pure lei desolata
 non pugna né punge
non s'abbacina col lampo
la vita sfiancata
da bagni d'inchiostro nel male
...

 

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giovedì, luglio 17, 2008

I bambini adorano Gilda

mamma dice d'aver visto un calabrone starsene appeso per le mandibole nel centro di un girasole trafficando un poco con le zampe. Appena volato via il calabrone, dal grembo del cerchio colorato di semini aranciati, mancava qualche tessera,

come quel gioco, sai, che io non ricordo bene, ma si facevano disegni appuntando a un tappeto verde da fachiro playmobìl, fatto di tozze asticelle e fitte,

fitte come capelli osservati con una gran lente, o, tolta la lente, aculei d'istrice spuntati,

s'appuntavano dei chiodi colorati dalla geometria d'alveare,
alveare nei singoli elementi svolto -un cubo che ti mostra tutte e sei le facce d'un sol fiato,- appiattiti nella mappa della città delle api,
ma chissà se c'è una città dei trogloditi
e se ci sono le donne gorilla,
qualcuna la portarono sulla nave di Annone, che sia morta nel ritorno?

Quei disegni erano pigri e invariabili, porte girevoli dell'Iper, l'Iper dove mi conducono spesso, sebbene le porte ti tocchi sempre rincorrerle, sebbene incespicando le porte t'incalzino da dietro s'incastrino i carrelli le liste della spesa si gonfino simili a gonfaloni che sbatacchiano nei vortici che originano dalla mistura di refoli dei condizionatori e zaffate che sollevano l'asfalto dei parcheggi le gomme delle macchine le suole delle scarpe i tubi di scarico e poi

nel crepuscolo delle porte girevoli
nella luce ambrata dell'interstizio
tra il sole battente e i neon spettrali

ci sono le teste di uomini e donne che sembrano modelli dove poggiare le parrucche, ogni uomo e ogni donna porta le spalle aguzze sotto le magliette di vinavil e cotone

be', le vetrate crepuscolari scorrono mulinando, ecco le scale mobili,
ruote per criceti in fondo, immobili, invariabili come quei disegni di fiori e soli aztechi, appunto.
Ma io non ho veduto né il calabrone né il girasole, e mi sembra di aver perso qualcosa d'importante, un concerto per violino solista in un campo di frumento, fruscianti in sottofondo le spighe come in uno spot mulino bianco, con le bocche di bambini che sgranano rosari di cereali asciutti e quasi petrosi. Sai, quei denti bombati di bambini, gli incisivi smussati oltremodo spessi del Pel di Carota tutto lentiggini e malizia fanciulleschi: adocchia un baccello -sembrerebbe di fagiolo- e subito lo morsica per sentire dappresso il clonc di sarcofago deiscente che scatta sui cardini, si scoperchia e sputa una perla d'un verde smorto e dolce; sai, quel baccello si muove invece, è un bruco. Dalla bocca del bambino ora cola una linfa brunastra dal sapore diabolico, amaro unicum, l'hai mai assaggiato, Gilda? Hai mai succhiato la canna tronca di un soffione? Ne esce bile bianca. Soffioni e fiele, bruchi e bile. Le donne gorilla di Annone il Navigatore Cartaginese che giunse fino al golfo di Guinea spargendo uomini e donne lungo la costa come semenza: vivevano sull'isola all'interno di un lago all'interno di un'isola.

In conclusione, non posso perdonarmi d'aver mancato allo spettacolo del bombo e dell'eliotropio, una favola d'Esòpo scritta solo per me, secondo i miei desideri, con Gilda che interviene nel clue della situazione, Gilda che sopravviene;
 « Teneva ella in tasca le tessere mancanti del girasole.»



 

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martedì, luglio 08, 2008
Prendendosi gioco della storia (intermezzo)
si raccolga la farragine
in fondo ai fondachi
e si spazzi la fanghiglia
dalle cisterne
ormai sterili
la si sospinga
a ripercorrere
gli acquedotti
senza temere
le pendenze
secondandole piuttosto
o raggirandole se
necessario
se necessario
siano stroncati gli acquedotti
stessi
che crollino dunque
e sollevino polvere
con le travi dei sottotetti
siano allestite piattaforme
vi si adagino le vettovaglie
gli otri le ampolle
indispensabili
a compiere il viaggio.
Siano esse
mobili come basamenti
di macchine da guerra
terribili
come chiatte
che solchino erba e ghiaia
e roveti
non vi siano gualdi
o acquitrini che ostacolino
il cammino verso il nuovo golfo
che si abbattano i bastioni
per trascinarle
nei campi falcidiando
le messi
a tal fine si scelgano le bestie
più forti degli armenti
le più deboli siano abbattute
e lasciate agli sciacalli
sgozzate i cavalli e gli elefanti
che nessuno
di loro
abbia a pensare
che saremo presto per sempre
assediati
non lasciate segatura
se non alle tèrmiti
siano bruciate le cataste
di legna
sia bruciata l'arenaria
l'oro della Nubia
l'argento della Spagna
rubini e smeraldi cari
alla Luna
siano sepolti insieme
alla cenere
alle vesti
agli schinieri
le cotte gli usberghi
gli scudi le sarisse
dei guerrieri
insieme agli eunuchi
ai sacerdoti
alle pergamene
ai profumi
al sale
alla porpora al cinabro
ai capelli dei traditori
e delle concubine infedeli
tutto ciò che vi è di sacro
sprofondi nelle paludi
precipiti negli orridi
rimbombi il suono
dello schianto nelle gole
di uomini e monti

 

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sabato, giugno 21, 2008

Questo cazzo di terremoto non può far passare in secondo piano la mia alopecia

Los Angeles oggi è, nelle intenzioni dei cittadini rimasti a Los Angeles, come la Londra del 1666, quando l'incendio appiccato da Nerone divorava tutto e in tanti, presumo, anziché cercare consolazione sotto una pianta di fiche gocciolanti o rifugio sul barcone di Caronte ancorato nel Tamigi, si barricavano nei loro bugigattoli, s'introgolavano rincantucciati nell'angolo meno affumicato e inginocchiati ai piedi delle immagini sacre con uno straccio bagnato d'urina di mula sulla testa, enumeravano i peccati tuttora inconfessi marcandoli con la statuetta di un Lare per non perdere il segno o, peggio, supplicare due volte per lo stesso delitto e per ciascuno d'essi -superbia ma avevo ragione, superbia ma non avevo torto, ira, però se non avessi picchiato così non avrei salva la pelle, ira, accidia,  superbia e ancora ira, ma le donne sai anche tu quanto rompono i coglioni e lussuria e avarizia ma avevo fame;- invocavano sia il perdono che il purgatorio battendosi il petto a testimonianza di sincera contrizione, giacché alle lacrime badava già il fumo. E il fumo profumava d'incenso, scommetto, al culmine di quel rito d'espiazione e come gorghi e spruzzi del Giordano era l'intreccio di lingue di fuoco che inondavano le baracche.
Los Angeles è il nucleo superespanso di millenaristi che si lasciano caricare su di un nastro trasportatore senza far nulla verso la fine dei tempi, il mattino del venticinque dicembre, Sol Invictus!, del 999, Anno Domini, mi sembra di vederli tutti quanti, ginocchioni, il busto calcato nell'imo, la faccia premuta nel letame, le braccia aperte, palmi all'insù, in schiere che rivestono d'un nero formicolante brulicame intere pianure, un manto che si solleva col sollevarsi di fiacchi pendii, mentre legioni di barbuti in tuniche bianche dagli orli strappati e impeciati di merda, inveendo, passano in rassegna le coorti, vibrando calci in culo con quanta più forza riescono a raccogliere dal delirio.
Qui non si attende il giudizio universale. Ci si aspetta qualcosa di più intimo, raccolto: giusto una Gomorra rasa al suolo con Sodoma; il terremoto battezzato con un nome degno di un Mcdonald, Big One (e se i fastfood e i ristoranti in generale non fossero deserti, tutti si accorgerebbero dei nuovi arrivati in casa McDonald, il Big Quake menù o il sorbetto Shake and Dive), è stato previsto con una accuratezza tale che se accendi il televisore puoi perderti nell'ebete contemplazione del countdown aggiornato ai millisecondi su tutti i canali locali e qualche rete nazionale.
E' il passare dei millesimi di secondo ad altissima risoluzione, così netti che ti sembra di distinguerli uno per uno, che più di ogni altra cosa ti cattura e che, se sei recettivo abbastanza, ti svuota perfino dell'angoscia come un'ovatta che attutisca il rumore dei pensieri o come... sì, mi hai capito, anch'io caco stronzate della stessa stronzaggine che il finto Maestro di Escatologia Esistenziale falsamente tibetano Lapo ammannisce dal canale 26. Penso comunque che la gente non sia fuggita solo per l'effetto catartico e di completo abbandono-annullamento di quei numerini, e che davanti alla televisione ci siano milioni di occhi vitrei e mascelle rilassate che colano saliva. Quanto a me, è il Dovere che mi ha trattenuto in città.
Mi chiamo John Cahill. Punto. 
Qui viene il difficile perché non so da dove cominciare per parlarti di me. Il nome te l'ho dato, vedi di fartelo bastare, almeno per ora. 
continua...
 

 

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sabato, maggio 31, 2008
A colui che seziona la psiche
 
C'era la Graziella per maschietti, troppo alta per poggiare i piedi a terra. Feci togliere le rotelle perché non s'impara a camminare nel girello. S'impara a contare sulle dita. Il pallottoliere è più astratto del numero. Questa è per te, che credi che l'unità sia il massimo grado d'astrazione. L'unità è l'esperienza prima. A volte mi sembra impossibile spingersi oltre. L'astrusità è diversa dall'astrazione. E' come il Pi greco anacronistico appollaiato sul pannello sovrastante una delle porte della città di Dholavira, con i suoi glifi intraducibili di pietra incastonati nel legno, che interroga il viandante: chi sono io, chi sei tu? Mi siedo diritto in sella e parto per il giro del Belgio. Ci sono Bartali e Coppi e Binda, il cannibale del Benelux, e Bottecchia. C'è anche Moser che guida il gruppo. La strada è piana. Rettilea ma senza testa. Ma con i denti. Mi tengo sulla destra perché mamma si adombra se non ubbidisco alle regole d'oro del ciclismo. Mamma ha il terrore dei rettili. Passa la prima macchina che io son già caduto da un pezzo. Chiedo soccorso, per la Graziella finita nel fosso, per me stesso, soprattutto per le mie gambe che non sembrano più mie. Io sono dolore, dico al Pi greco. Posso infatti sottrarre una quantità alla tua essenza affinché tu sia divisibile in parti uguali, ma quella quantità è indecifrabile. E qui mi confondo. Non puoi togliere il dolore che provo senza troncare la mia essenza, e qui mi confondo per la seconda volta. E il dolore non è quantificabile. Non lo puoi nemmeno scrivere. Il nesso tra significante e significato si disperde. Il dolore è più astruso del numero, dove il segno rimanda almeno a un simulacro di concetto. Ma qui mi confondo per la terza volta. Paga il tributo all'Ensi se vuoi irrigare i tuoi campi: lo chiamano dispotismo idraulico, dice Pi greco. Ho le gambe enfiate, piene di bitorzoli che sembrano uova di serpe sul punto di schiudersi. Vritra, il serpente che cinge le acque. Indra. Colui che liberò i fiumi uccidendo il serpente. C'è sempre un tributo da pagare, rifletto. E c'è sempre un'autorità che estorce. Come i canali che si dipartono dal Tigri e dall'Eufrate e i canali secondari dai primari, così il potere è ramificato e capillare. E tu lo eserciti, nel tempio all'inizio, quando avevo bisogno di Dei, poi nel palazzo. Le città stato di Sumer furono spazzate via da un diluvio che depositò tre metri di limo sulla lista dei Re. Prima d'allora i regni duravano millenni. Io, Utnapishtim di Shuruppak. Ho perso prima il pedale, sfuggito all'attrito della scarpa con un rumore di consonante affricata, plosivo e sibilante, poi l'equilibrio. Per non essere sepolto dai tre metri di limo del diluvio mi sono aggrappato all'erba dell'argine. Stavo a testa in giù, come appeso a pelo dell'acqua stagnante, le gambe, lasciate scoperte dai calzoncini estivi, si dibattevano in un cespuglio di ortiche. Passa allora la prima macchina. Sono riuscito a risalire e sto in piedi in mezzo alla strada per attirare l'attenzione. Mi tocca scansarmi. Pensai allora (tagliato in due dal dolore, ma qui mi confondo): perché non ti fermi? Eppure mi hai visto. Hai visto le mie gambe, ci sono e non ci sono. Non si sono mai fatte sentire più forte di adesso, eppure non sono. Non mi appartengono più. Pensavo: sono un bambino, perché non ti fermi? Nessuno può odiare i bambini.
 Lo penso anche adesso. (Solo a Harappa non esistono templi.)

 

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martedì, maggio 06, 2008

Vado a morir nella città d'Agatocle

Anno delle patatine al formaggio фonжиʂ (traslitterazione Fonsis, da Fonzie's)

Il problema dell'Urheimat degli indoeuropei, la zona originaria donde partì l'espansione di quella sprachbund forse guerriera forse contadina che a ondate successive colonizzò vasta parte dell'Europa (Russia inclusa almeno fino agli Urali), dell'Asia Minore, dell'antica Persia e del Subcontinente Indiano, è molto sentito in terra padana. Vi è grande agitazione tra gli studiosi della Grande Pianura in seguito al ritrovamento di varii reperti risalenti a non si sa bene quale millennio avanti Cristo (il dibattito è ben lungi dal risolversi per tramite d'un qualche isotopo radioattivo di cui sia noto il periodo di dimezzamento) ma certamente ascrivibili al calcolitico e alla prima età del bronzo in una località tenuta segreta per ragioni di sicurezza -non si sa mai che arrivino terroni a inquinare le prove, mi diceva giusto ieri l'avvocato B. , assessore all'urbanistica del mio paese che è appunto... non lo posso dire, scusatemi...- ma senz'ombra di dubbio collocata nell'emisfero boreale, vale a dire a nord del Fiume Sacro o equatore padano.

I manufatti, come rimarcava l'avvocato B., che fa tanto l'arrogante ma poi non sa scopare, sono di pregevole fattura e ben conservati. Si annoverano tra essi orecchini, bracciali e Torque (collari mistici) in rame e argento tipici delle genti celtiche transalpine e tuttavia meno dirozzati a testimonianza della loro maggiore antichità e armi in bronzo, tra cui un'ascia da battaglia del tipo descritto dalla grande studiosa lituana Maria Gimbutas, reperite quest'ultime in un tumulo con sepoltura a catacomba associabile ai cosiddetti Kurgan ove furono inumati per secoli, forse per millenni, gli uomini di spicco (lawaghetas e gwasilewes), forse gli stessi re o capi tribù (wanax o wanaka in miceneo) di questo gruppo etnico pre o protoindoeuropeo insieme alle loro spose, schiavi, cavalli, carri da guerra e altri gingilli come rasoi e punte di freccia in selce che sembrerebbero il retaggio di un'antichissima cultura cromagnoide di derivazione, forse la stessa delle Balze Rosse in liguria. Questo stando a sentire l'avvocato B., uomo di grande cultura e sincero appassionato di archeologia, il quale, in un empito di comprensibile entusiasmo, a letto mi ha persino confessato che «è dalla Padania che la grande avventura dei conquistadores indoeuropei ha avuto inizio.»

Difficilmente troverò il coraggio di dire al nostro avvocato che, secondo mio zio, allievo del Devoto e autorità indiscussa in materia, corroborato dalle scoperte di un suo collaboratore specializzato nel ricupero e analisi dei DNA di popolazioni primitive e protostoriche, la cultura padana, pur avendo caratteristiche che sembrerebbero porla tra i pagu (tribù) liguri, mostra invece straordinarie affinità con gli antichi Illiri, che, nelle loro scorribande di pirati, non si sarebbero limitati a insediarsi al di là del mare nelle puglie, ma, come postulato dallo stesso Devoto, sarebbero venuti a contatto con Veneti, Camuni, Liguri, Euganei e Reti, stanziati nel nord della penisola dalla notte dei tempi e qui avrebbero fondato villaggi e comunità come quella ritrovata nei recenti scavi di cui vi ho detto.

Domani parteciperò alle preselezioni di miss Padania; la giuria mi interrogherà sicuramente in storia e antropologia fisico- culturale del popolo padano. Mi sento abbastanza preparata e, se non altro, so per certo che non mi fregheranno più con domande trabocchetto come quella dell'anno scorso sui Nuraghi della Val Trompia. L'avvocato B., che fa parte della giuria, come pattuito mi chiederà qualcosa del nuovo sito archeologico: non so se riuscirò a trattenermi. Ho una gran voglia di scoppiare a ridergli in faccia e dirgli che i nostri veri antenati sono albanesi.

  


 

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sabato, aprile 05, 2008
Nota (il traduttore)

You know and do not know,
what it is to act or suffer.
You know and do not know,
that action is suffering,
And the suffering action.
Neither does the agent suffer
Nor the patient act.
But both are fixed
In an eternal action,
an eternal patience
[...]

Thomas Stearns Eliot, Murder in the Cathedral


Ero indeciso se tentare una traduzione complicata o lasciar perdere. Anche conoscendo poco l'inglese, mi pare che il brano si capisca senza difficoltà, almeno in superficie. Aggredire il nocciolo di senso una volta sollevata la scorza è tutt'altra questione. Una questione di portata amletica, potremmo dire, date le affinità che corrono tra il personaggio shakespeariano e il Thomas Beckett di Eliot.
Nella versione originale si conserva la caratteristica saliente dei versi citati, la musicalità, intesa non tanto come vuoto rincorrersi di assonanze, quanto come una vera e propria architettura armonica imperniata su modulazioni costruite intorno a una spina dorsale melodica,
act-action-agent-patient-patience, cui vanno ad aggiungersi la struttura contrappuntistica (it is, that is, suffering; suffering, does the, but both) che rende più complesso e profondo l'accordo centrale a tre voci suffer-neither-(suffer)-patience e il basso continuo know-do not know; neither-nor; in an-an, con quel fixed dalla doppia valenza intrinseca ed estrinseca ad espletare la funzione già specificata dal suo stesso significato, quello cioè di giunzione, cerniera tra gli elementi "musicologici" e concettuali; questo piccolo e straordinario ricettacolo di ordine e bellezza, così superno e abissale da togliere il fiato, nell'italiano di un traduttore inesperto (e forse nell'italiano in generale) andrebbe disperso.

Tu ignori e sai
che cosa sia l'agire e il subire;
Allo stesso tempo sai e ignori
che azione è sopportazione,
la sofferenza azione.
Non patisce colui che agisce
né tantomeno agisce chi subisce;
ma entrambi sono congiunti
in un eterno agire,
un eterno patire [...]



Henry Francis Cary
(1772-1844)

[...]  

"Love, that in gentle heart is quickly learnt,
Entangled him by that fair form, from me
Ta'en in such cruel sort, as grieves me still:
Love, that denial takes from none belov'd,
Caught me with pleasing him so passing well,
That, as thou see'st, he yet deserts me not.
Love brought us to one death: Caina waits
The soul, who spilt our life." Such were their words;
At hearing which downward I bent my looks,
And held them there so long, that the bard cried:
"What art thou pond'ring?" I in answer thus:
"Alas! by what sweet thoughts, what fond desire
Must they at length to that ill pass have reach'd!"
Then turning, I to them my speech address'd.
And thus began: "Francesca! your sad fate
Even to tears my grief and pity moves.
But tell me; in the time of your sweet sighs,
By what, and how love granted, that ye knew
Your yet uncertain wishes?" She replied:
"No greater grief than to remember days
Of joy, when mis'ry is at hand! That kens
Thy learn'd instructor. Yet so eagerly
If thou art bent to know the primal root,
From whence our love gat being, I will do,
As one, who weeps and tells his tale. One day
For our delight we read of Lancelot,
How him love thrall'd. Alone we were, and no
Suspicion near us. Ofttimes by that reading
Our eyes were drawn together, and the hue
Fled from our alter'd cheek. But at one point
Alone we fell. When of that smile we read,
The wished smile, rapturously kiss'd
By one so deep in love, then he, who ne'er
From me shall separate, at once my lips
All trembling kiss'd. The book and writer both
Were love's purveyors. In its leaves that day
We read no more." While thus one spirit spake,
The other wail'd so sorely, that heartstruck
I through compassion fainting, seem'd not far
From death, and like a corpse fell to the ground.

Divine Comedy, Hell, Canto V


 

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martedì, marzo 18, 2008
Zibaldone e crema pasticciera.
Chiudere i blog fa tendenza: salvo il salvabile e poi mi ritiro

Vd Sein und Zeit (e poi muori)
Se si sostiene, poco prudentemente, che la cellula uovo è un essere umano nello stesso istante in cui viene fecondata, allora io posso sostenere, senza paura che l'imprudente di poco fa mi contraddica (l'imprudenza gliene ha tolto facoltà: nella peggiore delle ipotesi potrà sconfessarmi), che lo spermatozoo è un essere umano in nuce.
Mi pare di capire che dalla prospettiva di santa romana chiesa in fatto di interruzione di gravidanza e anticoncezionali si possa più o meno evincere quanto segue: chi usa il preservativo è un omicida in nuce che previene un omicidio de facto
.

Sein und zeit
Ieri ho riflettuto a lungo sulla saga di Eric il Rosso.
Qualche giorno prima, invece, mi sono perso in inutili elucubrazioni al fine di giungere alla conclusione provvisoria che il tempo è un concetto insensato. Perché parlarne dunque? Perché devo pur parlare di qualcosa di insensato in un contesto privo di senso prima che il nichilismo spazzi via persino il ricordo di ciò che la parola blog ha significato all'alba degli eventi catastrofici che costrinsero i blogger a riconsiderare il proprio ruolo e cadere di necessità in uno stato catatonico simile peraltro alla riflessione che fu preambolo del nichilismo stesso che, in questo ragionamento circolare, potrebbe spazzar via e forse lo ha già fatto persino il ricordo di ciò che la parola blog ha significato all'alba della catastrofe. Se il tempo scorre, e a me, dopo aver visto L'attimo fuggente, è sempre parso che scorresse in quanto successione discreta o continua, non importa, di quegli istanti che il poeta dice di cogliere, l'imitatore del poeta di assaporare, l'imitatore dell'imitatore del poeta di suggere fino al midollo e così via, dovrà pur farlo a una determinata velocità. Se la velocità è spazio su tempo, tuttavia, come minchia si calcola la velocità con cui il tempo scorre? Questo è rubato a Wallace, lo confesso.
Ma se non è il tempo che scorre, il che equivale a dire che l'analogia con le lancette dell'orologio non regge, allora sono le cose stesse che scorrono sulla matrice del tempo. E' il panta rhei di Eraclìto e De Crescenzo. Tutto passa. Anche la bua. Meglio però che ci sia la mamma. Questo tutto come va inteso? Se il tutto ha l'iniziale minuscola ed è un coacervo di ogni cosa visibile e invisibile, escluso il motore immobile rappresentato dal divenire (per il concetto di divenire, si veda Emanuele Severino, l'essenza del nichilismo, il quale, in quanto legge che determina il passaggio della cosa dall'essere al non-essere e viceversa, ne nega la possibilità logica, ontica e ontologica), allora possiamo anche immaginarci la Grande Ammucchiata mentre, sospinta dal principio di ogni mutazione, corre in direzioni casuali o verso una meta come fanno i rugbisti. Questo tutto, però, sarebbe contraddittorio perché mancante di qualcosa: il divenire, appunto; in ultima istanza, il ragionamento si arenerebbe sullo spiaggione del paradosso di Russel insieme al cervello che lo ha prodotto. Ma se il tutto è il Tutto con la T maiuscola di A-Team (ricordate il motto di Annibal Smith "adoro i piani ben riusciti"? Ebbene, si trattava di una citazione presa da Bartolomeo Cristofori), e ricomprende anche il principio del proprio scorrere, non si riesce proprio a vederlo muoversi ma, anzi, si fa una fatica del diavolo a sostenere il peso di un concetto che dà la nausea solo a sfiorarlo e forse si diventa pure parmenidei continuando ad avere la nausea. Il divenire, del resto, altro non è che una funzione del tempo, o, viceversa, è il tempo ad essere una funzione del divenire: in un caso come nell'altro si ritornerebbe al paradosso dell'incalcolabilità della velocità di scorrimento. Il tempo che scorre ovvero il tempo congelato appaiono, come dicevo, insensatezze non appena si cerca di dar loro la concretezza e coerenza ontologica di entità indipendenti dal pensiero umano, dalla coscienza. Attenti allora alle derive idealistiche.
 Tornando al panta rhei, mi piace sottolineare come anche l'attrito con la A maiuscola, che è ciò che si oppone all'eterno sdrucciolamento (E. S.), dovrebbe fluire essendo parte del tutto. Questa è già di per sé una assurdità. Forse che Bertolucci abbia fatto imburrare a Marlon Brando l'ano della Schneider per alludere sottilmente, passando attraverso A. ed E.S., alle incongruenze del concetto di tempo?



Mottetto arguto 1: arzillo son io perché arcaico
Azzardo l'esprimermi per tautologie se e solo se posseggo l'incontrovertibile certezza che nessuno avrà a confutarmi.

Mottetto arguto 2: scegliti un modello che non sia trascendentale
D
iceva un sindaco saggio, forse citando
che la poesia non è l'accapo a comando.
 
E neppure la rima.

Riscrittura di un'imitazione

Luttazzi sale sul palcoscenico.

«
Sarà capitato a tutti voi -mi rivolgo a un pubblico maschile sufficientemente largo di vedute da non considerare la polluzione notturna alla stregua di un omicidio preterintenzionale- di osservare Giuliano Ferrara in televisione -sì, il Giuliano Ferrara direttore de "il Foglio", il Giuliano Ferrara che si batte contro la caccia alla balena perché vede minacciata la propria stessa esistenza-, e provare l'impulso sfacciato di masturbarvi. E' quello che è successo a me qualche sera fa, guardando Porta a Porta. Stavo sul divano con Ivana, la mia fidanzata: il campanello suona, Vespa fa entrare l'ospite, l'ospite parla, il campanello suona ancora, entra un nuovo ospite... C'è bisogno che vi spieghi ulteriormente come funziona il sesso orale con Ivana? Quando arriva il momento di Ferrara comincio a sentirmi veramente arrapato. La mia ragazza si offre di darmi una mano e un capezzolo da mordere mentre mi smanetto, ma io declino, è una cosa troppo privata, una faccenda tra me e Giuliano. Poi il culo di Giuliano, simbolo di fertilità, sprofonda nella poltrona triplaicselle fattagli su misura, accavalla le gambe -sì, Ferrara è un enorme culo che accavalla le gambe- il pantalone si solleva, il calzino si abbassa, un lembo di pelle glabra e lattiginosa del polpaccio fa capolino e io schizzo. Lo schizzo è torrenziale, si divide in due bracci: uno finisce tra i capelli di Ivana -è qui tra noi (ciao amore), fate un applauso a Ivana che non è una bionda naturale-, l'altro braccio mi colpisce in pieno volto. Mi sento lo sperma in bocca e, cosa che più mi preoccupa, me lo sento in un occhio. Brucia parecchio, lo sapevate? Le ragazze annuiscono. Bene.
Ad ogni modo, ci ritroviamo, io e Ivana, con un bel grattacapo da risolvere. Sono le undici. Mentre lei sarà impegnata a togliersi una specie di grosso chewingum masticato dalla chioma ex fulva ora bionda, io dovrò precipitarmi in ospedale sperando che ci sia qualcuno disposto a prescrivermi il Collirio del Giorno Dopo.
Vi vedo perplessi. Il Collirio del Giorno Dopo esiste, non me lo sono inventato. Se non fosse così difficile sborrarsi nelle narici, ci sarebbe anche lo Spray Nasale del Giorno Dopo.
 Nel primo pronto soccorso cui faccio tappa, un'infermiera obesa mi dice che i medici dell'istituto sono tutti contrari alla somministrazione del Collirio del Giorno Dopo. La scena si ripete uguale come in uno di quegli incubi in cui ti trovi ad aprire cento porte per finire in cento stanze bianche e poi vedi come d'incanto una rampa di scale e continui a scendere e sembra che la discesa non debba mai più finire finché non ti risvegli nella sala d'attesa di un pronto soccorso, nella sala d'attesa di altri tre pronto soccorso, dapprima con un medico che si dichiara obiettore di coscienza "come il resto dei miei colleghi", poi con due infermieri cui puzza l'alito d'urina per l'indignazione: ma come, il Collirio del Giorno Dopo qui al Bambingesù? Al Fatebenefratelli?
Finalmente incontro un tipo un po' losco (ero stufo di incontrare degli stronzi) nel parcheggio del Fatebene: sembra che mi legga la paura e la frustrazione negli occhi. Gli allungo venti euro. Lui mi indirizza all'appartamento di un oculista, il quale oculista -sentite un po'-, per non rovinarsi la reputazione, riceve le persone disperate come me in uno studiolo clandestino a qualsiasi ora della notte, e qui fornisce loro il Collirio del Giorno dopo, salvo poi dichiararsi contrario a quel tipo di trattamento non appena spunta il sole finché, non appena spunta il sole, ti svegli davvero e scopri che il sogno che hai fatto cominciava molto prima d'arrivare in sala d'attesa del primo ospedale, prima dello schizzo, prima di Porta a Porta, addirittura prima dell'inizio dello spettacolo in cui tu facevi Luttazzi, e che non c'è nessun teatro e nessun pubblico cui narrarlo, neppure Ivana. Sei solo nel tuo letto, triste come un cazzo, già piccolo di per sé, quando in più si muore di freddo.

Ragazzi, cercate di fare tesoro dell'esperienza che vi ho raccontato: il preservativo usatelo sempre.
»


(colonna sonora: Paganini, Capriccio N.1; Arrangiato per chitarra ed eseguito da Eliot Fisk
                 Van Halen; Eruption)



 

 

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venerdì, marzo 07, 2008
Crotalus Adamanteus
Percorso ipertestuale (Wikipedia): Voce A  Roald Dahl, biografia, bibliografia
Voce B Roald Dahl, biography
                 Sottovoce B1 Newfoundland 
                           B1,1 BSES Expeditions
                           B2 Black Mamba  Nota: "
In July 1934, he [Roald Dahl, ndc] joined the Shell Petroleum Company. Following two years of training in the UK, he was transferred to Dar-Es-Salaam, Tanganyika (now Tanzania). Along with the only two other Shell employees in the entire territory, he lived in luxury in the Shell House outside Dar-es-Salaam, with a cook and personal servants. While on the job, supplying oil to customers across Tanganyika, he encountered black mambas (a type of snake) and lions, amongst other wildlife."
Voce C Black Mamba
Voce D Dendroaspis Polylepis (mamba nero) Nota: serpente dei sette passi
Sottovoce D1 Classificazione (regno/philum/classe/ ordine:
Sottovoce D2 Squamata
Voce E Squamata  Nota: i membri maschi degli squamati, soli tra i vertebrati, posseggono un
Sottovoce E1 Emipene (pl. emipeni) nota: i maschi possono usarne solo uno per volta. Vi sono prove che vengono alternati
Voce F Hemipenis  Nota: "
Only one is used at a time, and some evidence indicates males alternate use between copulations."
Immagine Fa: "
An everted hemipenis of a North American rattlesnake (crotalus adamanteus)"
Voce G
Crotalus Adamanteus
Ci ho riflettuto a lungo. L'incantesimo della poesia è imparentato con il mistero seminale (semiologia) che lega la cosa alla parola che la designa. Si potrebbe ricostruire il capostipite di tutti i linguaggi, eppure il mistero continuerebbe ad esistere e non si sarebbe fatto un solo passo in avanti nella spiegazione del perché agli oggetti concreti come a quelli astratti siano stati associati proprio quei suoni articolati e non altri. Credo che parte del fascino della poesia stia proprio nell'evocare il più antico tra i riti e di risalire a quel gesto originario di assegnazione di un nome a ciò che prima di allora ancora non sapeva parlarci: quando il Crotalus Adamanteus entra a far parte dell'ars poetica, è come se fosse nominato per la prima volta.
Ars Poetica
"The Crotalus Adamanteus' venom contains a thrombin-like enzyme (TLE), called crotalase, that is capable of clotting fibrinogen, leading to the secondary activation of plasminogen from endothelial cells. Although the venom does not activate platelets, the production of fibrin strands can result in a reduced platelet count, as well as the hemolysisred blood cells. Even with this defibrination, however, clinically significant bleeding is uncommon (Hasiba et al., 1975). Nevertheless, the venom does exhibit high hemorrhagic activity (Minton, 1974). It also contains a low-molecular-weight basic peptide that impedes neuromuscular transmission (Lee, 1972) and can in theory lead to cardiac failure. This peptide is similar to crotamine from C. durrisus terrificus and makes up 2-8% of the protein found in the venom. In general the venom can be described as highly necrotizing, mildly proteolytic and containing a large phosphodiesterase fraction. It stimulates the release of bradykinin that can result in severe pain, as well as profound, transient hypotension.[14] "

Gli oggetti cominciano a parlare nello stesso istante in cui noi diamo loro una voce.



Nota: questo post nasce solo grazie alla collaborazione con Amelia (http://amelia1.splinder.com
il blog, purtroppo, lo troverete chiuso) e alle parole che mi scrisse e che riporto di seguito:

"trovo anch'io - e per fortuna l'ho scoperto istintivamente prima di leggere Manganelli e il suo Rumore sottile della prosa - che ci sia più letteratura o poesia nella parola radice quadrata, cromo esavalente, scalpello, malta, che in cuore, vita o amore."

Sono d'accordo con te, Amelia. E penso che tu debba continuare a dimostrare quanto affermi riprendendo a scrivere. La verità delle tue parole risiede nella bellezza dei tuoi scritti.









 

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sabato, marzo 01, 2008
Teologia a Caracas

 Ieri sera ero mezzo appisolato sul divano con Belva, l'ultimo arrivato tra i miei gatti, che ogni tanto, vedendo un mio dito muoversi di riflesso, mi tendeva dolorosi agguati infilandomi le unghiette bastarde nelle carni, cosa che mi induceva a prendere il telecomando (vd rapporto causa-effetto) e fare zapping fino a riappisolarmi. Per caso però finisco su Italia Uno e vedo la mamma di Chanel con il ventre scoperto da un abbinamento top minuscolo facente risaltare le tette siliconate di fresco-pantaloni a vita bassissima che, per deformazioni indotte dalle rispettive posizioni del televisore e mia, entrambi messi di sghimbescio rispetto a quella posizione ideale che non fa friggere i vestiti a quadri, mi sembra di nuovo gravida, ma non gravida tipo terzo mese che allora può anche venirti il sospetto che Hillary non segua i consigli pubblicitari della Marcuzzi per rinvigorire la peristalsi intestinale, migliorare il transito ed evitare ingorghi; gravida tipo -oddìo famme finì de registrà che tengo er pupo che spigne.- L'illusione ottica, forse causata anche dal piercing ombelicale (non il mio, quello della signora Totti), mi libera dal torpore. Faccio notare che è Belva, ora, ad essersi addormentato tra le mie gambe, con la testolina graziosamente poggiata su un cuscino di genitali flaccidi, sicché, essendo cessata la causa (unghie conficcate nella mano) che produceva l'effetto zapping, mi rassegno a guardare "Le Iene". Vedo così il servizio di un giornalista che, giunto a Caracas, riesce a farsi accompagnare nel covo di un gruppo di malavitosi per intervistare un sicario. Non faccio in tempo a pensare che -beh, è tutta una montatura,- che il killer di strada (come dirà in seguito ha già ammazzato circa dodici persone su commissione) si alza la maglietta e mostra tutti i fori lasciati dalle 17 -dico diciassette!- pallottole che lo hanno crivellato durante la carriera. La pancia prominente in modo malsano, sgangherata come può essere sgangherata una protesi odontoiatrica assemblata con piombo e fil di ferro, nonostante la magrezza dell'individuo, è una immensa cicatrice che a guardarla mette i brividi. -Ma che ti è successo?- chiede il giornalista, e il sicario si abbassa i pantaloni e fa vedere ciò che viene parzialmente oscurato sul video in fase di montaggio, e dice che quella volta avevano mirato alle palle e che i medici gli hanno amputato parte dell'intestino ma che almeno sono riusciti a salvargli un testicolo.
Gioca con la pistola, che ha il colpo in canna. Spiega che, per la vittima, la morte arriva il quarto giorno, perché nei tre giorni che precedono l'esecuzione, lui si dedica al pedinamento e allo studio delle abitudini dell'uomo che tiene nel mirino. Spiega anche dove e come colpire, e mentre parla ripete i passi della sua danza di morte, passi rapidi, la pistola sfilata dalla cintola, sul retro dei pantaloni, che serve da improvvisata fondina, la pistola in pugno, il braccio diritto -bang, un colpo alla tempia-, il braccio che si alza mentre compie una giravolta -bang, un colpo alla nuca, dall'alto verso il basso, proprio così come vedi-, le gambe divaricate, una più avanti dell'altra, l'altro braccio che si congiunge al primo -bang, se si mette a correre, e altri due colpi quando è a terra, per finirlo.-
Ma ciò che più mi lascia sconvolto, è la risposta a una serie di domande con cui l'inviato coraggioso -con cautela e diplomazia, certo- incalza l'intervistato. -Credi in Dio? (il sicario, con la stessa naturalezza con cui ha sfilato la pistola dalle brache, estrae una catena dalla t-shirt che sembra una mezza via tra un antifurto per biciclette e un rosario, con un crocefisso attaccato); se credi in Dio come fai ad ammazzare delle persone? Uccidere non va contro la legge di Dio?-
-Dio mi protegge;- risponde il sicario. E poi continua: -la gente che ho ammazzato meritava di morire, era feccia. C'è stata una madre cui avevano ucciso il figlio per fregargli la moto; quando mi ha ingaggiato le ho chiesto meno soldi, perché conoscevo il bastardo che aveva fatto tutto questo e sono stato felice di farlo crepare; meritava di morire. La legge di Dio vale nel regno di Dio, qui sulla terra c'è la legge degli uomini, Dio non si intromette, lascia che siamo noi a sbrigarcela da soli.- Questo, anche se non alla lettera, è più o meno quanto riferito dal sicario crivellato da diciassette proiettili, il sicario consapevole che presto verrà anche il suo turno, il sicario costretto a fare ciò che fa in parte perché gli piace e in parte perché suo figlio non debba trovarsi a ripercorrere le stesse orme che la miseria ha tracciato indelebili nella vita del padre.


Tutte le disamine critiche devono passare attraverso una fase di negazione almeno ipotetica
delle opinioni e dei valori accettati, gettando luce sulle loro implicazioni e taciti presupposti;
in questo senso, forse, si può vedere nel nichilismo un pericolo permanente del pensiero. Ma
tale pericolo non proviene dalla convinzione socratica che una vita non riflessiva non sia
degna d'essere vissuta, bensì, al contrario, dal desiderio di trovare risultati che alla fine renderebbero
superfluo pensare oltre.
                                                       
Hannah Arendt  (La vita della mente; Il Mulino, 1987)



 

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venerdì, febbraio 15, 2008
Può l'elusione essere equiparata all'evasione?
Dialogo
lui si pulisce la bocca passandoci sopra il dorso della mano, fa qualche passo verso di me, io non indietreggio ma solo per paura, per paura di offenderlo
«perché non mi baci?»
è una formula che mi sono ripetuta a lungo, anche nel sonno, senza chiedermi se fosse efficace, neocritismo e fallacia intenzionale, a me piace il suo aspetto, mi piace arrotondarne il suono e restare sospesa nella scelta di termini che si equivalgono, equipollenti, dalla diade ai gruppi di analoghi
«perché non voglio alimentare in te speranze di cui impiegheresti troppo tempo a riconoscere la natura illusoria.
»
anche la speme ultima dea fugge i sepolcri
«se ti preoccupa il fatto che ho appena vomitato, sappi che porto sempre con me un flacone di colluttorio. E' in macchina. Potresti aiutarmi a raggiungerla...»
e poi c'era l'oblio che involveva anziché avvolgere ed era notte, era la sua notte, un po' come questa, riempita, no, svuotata dalle luci dei lampioni e dai fari di poche macchine, oggetti che virano dal giallo al rosso, e se le stelle fossero infinite (bello il paradosso, ma ingenuo, opinabile, risate astrofisiche) il cielo sarebbe più luminoso di notte che di giorno
«Trovo che l'italiano, con il Foscolo de I sepolcri, abbia toccato i propri vertici sia in quanto a eleganza e raffinatezza sia in quanto a erudizione e magisterio. »
«Per magisterio intendi l'autorevolezza con cui qualcosa si impone come
modello da esemplare?»
«Che figata, hai usato il verbo esemplare. esemplifigare Anche tu leggi il notiziario zanichelli
«Sì. Dammi una mano,
non riesco a infilare le chiavi nella topa. Toppa. Serratura.»
finge su tutto, anche sui lapsus
immagino sia la sua tecnica di seduzione apparire prostrato per poi negare tutto: -no no, carina, se pensi che io mi stia accasciando ti sbagli di grosso: mi preparo a fare le flessioni. su un braccio
«Sei capace di fare le flessioni su un braccio solo?»
«No, però so tenere una bottiglia di birra Moretti in equilibrio sull'uccello.»
«66 centilitri?»
«Esagerata! Saranno al massimo 26. 26 Centimetri e rotti.»
ascanio era quello del grande fratello, forse arcadio buendia... il fratello di aureliano. era lui che teneva la bottiglia di birra in equilibrio sul pene. rido.
«Comunque sì, hai detto bene. Modello da esemplare. Anche se sembra... »
«... anche se sembra un pleonasmo.»
plasmon
«Proprio così.»
«ne vuoi un po'?»
«perché, mi puzza l'alito?»
«no, per carità, non volevo dire questo...
»
biscotti pleonasmo
«che fai, lo ingoi?»
«mi rinfresca dentro. E poi mi fa fare rutti balsamici.»
«sai, mi chiedevo se in macchina, oltre al colluttorio...
»
che troia che sono
«poco ma sicuro! Ci tengo anche i preservativi.»
«no... Io veramente pensavo ai biscotti Plasmon...»
«...biscotti pleonasmo.»
si gratta un angolo della bocca, mi si avvicina
« .... No, davvero, non mi va. Oltre ad alimentare in te speranze che impiegheresti tempo e fatica a valutare
rettamente, assegnando loro il giusto valore di infingimenti, innescherei un processo simile dentro di me che forse mi condurrebbe a provare gli stessi tuoi sentimenti ancor prima di rendermi conto d'essere preda d'una astuta allegoria attraverso cui alla nostra mente piace d'ingannarci.»
complimenti per gli infingimenti ma forse si sentiva troppo che lo prendevi per il culo

all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?
«perché allora Foscolo non ha avuto adepti ed è un caso isolato, un esemplare unico? Perché il modello da seguire sarebbe divenuto di lì a poco Manzoni, narratore superbo ma poeta da senari e settenari e cinquemaggi e rime e ritmi obbligati, delicato come una grancassa? Persino i suoi detrattori non si discostavano dal suo stile. Ce l'hai presente la Scappellatura? Scapigliatura. Scusa.
Sapresti rispondermi senza addurre cara ti  la motivazione amo fallimentare sul piano logico, perché in contrasto con quanto affermato da te riguardo al magisterio, e tuttavia facilmente prevedibile, che Foscolo era un modello troppo alto, sostanzialmente irraggiungibile? canto: vuoi che mi infili una scopa in culo e ti ramazzi tutta la stanza?
Ti ho chiesto
il culo? A me non sembra.»


(citazioni tratte un po' qua e un po' là,  soprattutto dagli Elio e le Storie Tese)

P.S. ho sempre creduto che una delle frasi più belle della lingua italiana sia stata ideata e declamata da Elio in una delle sue canzoni: "lo disse Foscolo/ lo ribadisco:/ il fulcro della vita/ è il sepolcro"
non fosse altro che per quel quasi ecolalico fo-sco-lo lo ribadi-sco che ha una sonorità stupefacente. Il doppio lo seguito da riba-disco, oltretutto, porta l'orecchio a percepire un discolo affiorante da ribadisco(lo) che pare configurarsi come un tranello uditivo di matrice gestaltica particolarmente ingegnoso e che produce l'effetto di spingermi irresistibilmente verso un processo di ipertrofizzazione della frase come nell'esempio: "ciò che disse il discolo Foscolo lo ribadisco, il fulcro(lo) della vita è il sepolcro(lo)."  
 






 

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martedì, febbraio 05, 2008
Ti faccio una sega se mi fornisci un'indicazione su come mantenere un atteggiamento di compassato nonsobenecosa di fronte al dilagare di ottiche reazionarie ed estremiste e alla montante intolleranza delle persone senza barricarmi dietro l'atteggiamento ipocrita dell'uomo di sinistra a corto di principii e pienamente risucchiato nelle contraddizioni di un relativismo culturale che non sa dare indicazioni su nulla

mi è bastato farle credere che sono interessato ai problemi ambientali
e mostrarmi preoccupato per quello che succede ai negracci in kenya
e difendere le ragioni di chi vuole il matrimonio tra froci, come se i froci fossero come me e te e mica dei depravati che si son rotti della fica o vallo a capire come gli gira preferiscono rompersi il culo
ma tu hai mai fatto sanguinare il culo di una troia
socheciandrestipazzoperilculorottodiunatroia
ma poi che cazzo me ne frega se
se
cioè, il marcio c'è sempre stato, e c'è pure chi ci sguazza bene nel marcio
perché io sono convinto che certa gente ci prova gusto a mangiare merda
e guarda che lì in india hanno ragione con la storia delle caste che se tu sei un paria, uno che non può manco mendicare, se tu sei un paria sei meno di uno scarafaggio
la povertà e la miseria sono anzitutto genetiche, non so se mi spiego,
vedresti come s'acquieterebbero quelli che tutti i giorni è una rottura di coglioni per i diritti dei deboli  le pari opportunità e tutte le frociate che farfugliano i senzapalle se solo la nostra religione come la loro contemplasse la trasmissibilità dei caratteri, delle tare e delle...
delle eccellenze...

 avresti dovuto sentire come le sparavo grosse con quella puttana
tumiconosci
se m'entra un ladroincasamicacipensosuduevolteaspararlo
finirò in cella, io, io che mi sono difeso
e chi è il ladro se non il paria che non accetta la sua condizione
no, amico, queste sono cose troppo intellettuali
il ladro non ha voglia di lavorare, è come quei comunisti di una volta
con la sindrome di peter pan e robin hood
ecco, io non ho fatto altro che abiurare, sai cosa vuol dire?
ho raccontato tutto l'opposto di quello che penso veramente
e lei ci è cascata, porcoddio,
che l'ho pure filmata mentre la sbattevo contro il muro
avessi visto il naso com'era ridotto, era
cazzo ne so, poltiglia, l'ho massacrata quella troia, quella troia che era, sì, che era più stupida di flaviavento, era.




 
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Giovanni Pisano; Giudizio Universale

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