apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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sabato, novembre 29, 2003

 

"La pioggia è una cosa che senza dubbio accade nel passato"

Jorge Luis Borges






 

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Edvard Munch (1863-1944) The Sick Child

Dialoghi sulla guerra: 2) Madre

"Dove sei finito?", pensa.
Il respiro greve, la donna che riposa, "è una donna, ormai", l'incavo del ginocchio che si libera dalle coperte, il polpaccio, il tendine e il tallone passati in rassegna di sottecchi, sguardo-polpastrello che scorre sulla patina glabra delle cose inconsistenti perché distanti, inarrivabili illusioni prospettiche, tracciando disegni che sfarfallano come la sigaretta accesa di un uomo che gesticola nell'oscurità.
"Raccogli i vestiti" pensa, e immagina le sue mani simili a rastrelli veleggianti tra foglie morte; le dita spazzano il tappeto su cui dormono indumenti fradici ch'ella affardella e spinge contro il petto. Gettati nel cesto della roba sporca, in un angolo del bagno, appiattiti da un braccio nudo, livido fino al gomito, dove la manica del maglione stinto si acciambella, essi ricordano alla madre, la donna macilenta che non osa (non ancora) introdursi nel segreto orribile della figlia custodito dal sonno, d'essere evasi per un istante dall'inanità esanime per rigurgitarle in grembo linfa di pioggia. Vita e amore dilavati, acqua benedetta, saliva d'angeli, acqua nell'aspersorio del ciclope, il braccio del titano mena fendenti nell'aria che si scosta, diradandosi. Madre e figlia: ventri spianati, lisci, ventri un tempo immacolati, cosce che si aprono e stringono, fulgidi sensi e il perpetuarsi di una pervarsione, i sensi sono ganasce che non mollano la presa, l'uomo germoglia nei ventri, nell'acme disperde pulviscolo di specie che l'utero conserva, il ventre è prosecuzione, liscio pallone, sempre uguale, appendice e proemio, ode alla continuità dell'errore. Vagano i germi, uomini bacillo, le infezioni non placano l'encomiabile sostanziarsi della salute, amore ti amo, ti amo amore, la voluttà proclama insensatezze, la voluttà santa protrettrice dei màrtiri, epopea che mai si tradisce, l'amore è farmacopea, ganasce e forcipi attanagliano il portalettere, dottore sono contraria all'aborto.
-Sono sveglia- dice la figlia.
-Non volevo svegliarti- risponde la madre.
-Ero sveglia prima che tu arrivassi- dice la figlia, ma la madre sgomita, alzando con rimproverante fragore le tapparelle.
Sveglia fingevi di respirare pesante, pasciuta di gravido torpore quando lui si è tolto dal letto, quando lui si è infilato i vestiti zuppi, "attento a non perdere l'equilibrio", gli leggevi nella vacuità d'espressione mentre si infilava una calza dondolandosi sul trampolo muscoloso intirizzito dal freddo della lontananza, ah! il suo cuore batteva all'impazzata prospettando allo stomaco raggrinzito di fame la corsa di fuggitivo transfuga silenzioso. E il seme piano colava, colava una lacrima lieve sul cipiglio dell'attrice dormiente poco navigata. Ma come! Tu che mi sollevasti la gonna, quando il temporale scrosciava, uomo bacillo, lingua di serpe. Tu, tu, meraviglioso afrore, vapore sarcomatoso, io l'anima ho dissuggellato, vattene mente, morta sono io spalancandoti il culo, fa male, non lo sento, ora va meglio, fai piano, più sotto ti voglio, dove carne deborda, linfa schiumante io sono morta. Pensieri di madre che si intrecciano in volo a quelli della figlia senza cautela, pensieri pietrosi che rovinano dalla china di una volontà che digrigna i denti come allora, al tempo del ventre rigonfio, del cordone ghigliottinato.
-Dov'è scappato?- domanda alla figlia.
-Lungo le scale, attraverso le porte, giù nel vicolo- risponde alla madre.
-Sai come si chiama?-
-Dimentico in fretta.-
-Sarai tu a restituiglierlo.-
E' una domanda o un' affermazione? Non importa.
-Che cosa?- chiede la figlia, e trattiene il respiro.
-Questo- risponde la madre, porgendole un distintivo.


Passeggiando lungo Clock Street io conto i lampioni. Aspetto che sia
notte, notte sulfurea, tramonti e aurore boreali di bombe e contraerea,
e cammino di buona lena e conto i lampioni.
Nessuno che mi veda quando prendo la rincorsa per entrare nel cerchio
violetto, quando balzando sbreccio la barriera luminosa e mi pianto nel centro
del cerchio e la mia ombra segna la nona ora, nel centro del buco, nel centro
del pozzo, la nona ora. E' buffo il collo dei lampioni di Clock Street, collo di cigno
la lanterna appesa al becco,becco da cicogna, da tucano. Tucano che ingoia la lanterna e nella

sacca, l'ingluvie del gargarozzo, lo stoppino non si stufa, ravviva di

continuo la fiammella, la fiammella come filamento di tungsteno e il

gozzo lampadina membranosa, pelle che traspira luce viola. Così io segno

l'ora, nella polla di luce viola. Nessuno che mi veda, è notte fonda, i

fabbricati periferici, giganti assonnati, pareti sclerose dell'arteria,

Clock Street dritta come una stecca da biliardo, nessuno che mi veda

tirarmi dietro la rosa di ombre deboli che mi stanno tra i piedi nel

mezzo di due lampioni. Aspetto la successiva polla di luce, per avere

una sola ombra che segni, che pazzia, l'ora sbagliata, le nove di mezzanotte
.
Ecco, io passeggio e conto i lampioni.

















































 

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mercoledì, novembre 26, 2003

Dialoghi sulla guerra: 1) Cattiva Utopia

-Passeggiando lungo Clock Street io conto i lampioni. Aspetto che sia
notte, notte sulfurea, tramonti e aurore boreali di bombe e contraerea,

e cammino di buona lena e conto i lampioni. Nessuno che mi veda quando prendo la rincorsa per entrare nel cerchio violetto, quando balzando sbreccio la barriera luminosa e mi pianto nel centro del cerchio e la mia ombra segna la nona ora, nel centro del buco, nel centro

del pozzo, la nona ora.

E' buffo il collo dei lampioni di Clock Street, collo di cigno,

la lanterna appesa al becco, becco da cicogna, da tucano. Tucano che ingoia la lanterna e nella sacca, l'ingluvie del gargarozzo, lo stoppino non si stufa, ravviva di continuo la fiammella, la fiammella come filamento di tungsteno e il gozzo lampadina membranosa, pelle che traspira luce viola. Così io segno l'ora, nella polla di luce viola. Nessuno che mi veda, è notte fonda, i fabbricati periferici, giganti assonnati, pareti sclerose dell'arteria, Clock Street dritta come una stecca da biliardo, nessuno che mi veda tirarmi dietro la rosa di ombre deboli che mi stanno tra i piedi nel mezzo di due lampioni. Aspetto la successiva polla di luce, per avere una sola ombra che segni, che pazzia, l'ora sbagliata, le nove di mezzanotte. Ecco, io passeggio e conto i lampioni. -Oh sì, li hai di lato ma è come se ti si asserragliassero davanti e di retro. Per me sono soldatini filiformi di piombo che, al suono della sirena, corrono lasciandoti indietro, sono bisce strette in usberghi di squame, ti sorpassano quando l'allarme le chiama all'adunata, alle tue spalle oppure di fronte: "agli ordini, mio comandante!". Credi di vedere un altro lampione, pensi che sia diverso, e invece è sempre lo stesso che ti insegue e Clock Street è infinita sia nell'uno che nell'altro verso. "Comandante, spareremo fin l'ultimo colpo di mitragliatore e poi, tadadadà: il coraggioso avversario arrendersi dovrà al tadadadà delle nostre bocche." -Clock Street infinita infinitudine? Ma che vai biascicando, sniffatrice di tabacco, stillatrice di menzogne! La Porta della Virtù Guerriera a valle, a monte il Palazzo Imperiale. La scalinata che sale a gradini pari, giacché il dispari è segno di debolezza, incompiuta fratellanza, individualismo arrogante, solipsismo che incancrenisce la perfetta comunione di gruppo, fui orgoglioso di percorrerla più volte, alle nove di mezzanotte. -Già, la scalinata di vetro e la città che si estende per miglia sotto le tue scarpe, un po' più in là, e il palazzo che idealmente ti cinge i fianchi con le sue ali d'albatro protese verso di te, spettatore immobile, schiacciato dalla soperchieria dell'immenso piazzale, e dal torrione est il sole che si leva macchiando di rosso l'acciottolato di quarzo. Una colomba frapposta tra battente e campana rintocca l'ora di sangue. Clock Street brulica di formiche rosse. -Nuvole di piombo fuso, oggi, cielo color pelle di morto, oggi, grigio tentacolare, mi pare: chissà se i corvi di metallo, fortezze volanti, con le terebre apriranno pori perché un solo raggio di sole, imbuto iridato, filo d'arcobaleno, ci scampi dal bitume d'antracite. Che scavino buchi di cielo e non fosse di terra, col loro guano. Eccone uno: sull'attenti noi ti salutiamo, degno avversario, nemico giammai. - Sono sposata da un anno e nel grembo mio un seme di quercia vorrei coltivare, una quercia che piano piano il grembo mio squarci, facendosi adulta: "I valorosi soldati non esiteranno ad affondare la baionetta nel ventre della madre, s'ella ha tradito l'imperatore." -Passeggiando lungo Clock Street io conto i lampioni. Aspetto che sia notte, notte sulfurea, tramonti e aurore boreali di bombe e contraerea

e cammino di buona lena e conto i lampioni. Nessuno che mi veda quando prendo la rincorsa per entrare nel cerchio violetto, quando balzando sbreccio la barriera e mi pianto nel centro del cerchio e la mia ombra segna la nona ora, nel centro del buco luminoso, nel centro del pozzo, la nona ora. E' buffo il collo dei lampioni di Clock Street, collo di cigno, la lanterna appesa al becco, becco da cicogna, da tucano. Tucano che ingoia la lanterna e nella sacca, l'ingluvie del gargarozzo, lo stoppino non si stufa, la fiammella, la fiammella filamento di tungsteno e il gozzo lampadina membranosa, pelle che traspira luce viola. Così io segno l'ora, nella polla di luce viola. Nessuno che mi veda, è notte fonda, i fabbricati periferici, giganti assonnati, pareti sclerose dell'arteria, Clock Street dritta come una stecca da biliardo, nessuno che mi veda tirarmi dietro la rosa di ombre morte che mi stanno tra i piedi nel mezzo di due lampioni. Aspetto la successiva polla di luce, per avere una sola ombra che segni, che pazzia, l'ora sbagliata, le nove di mezzanotte. Ecco, io passeggio e conto i lampioni.


 

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Roba vecchia che non trascuro #2

APOSTASIA

 Mi sembrava che ridefinire i nostri confini fosse un gioco da ragazzi per la tua indulgenza come se si trattasse di smontare le basi dei nostri proponimenti quasi che le affinità avessero rilevanza in quello che per noi era un travestimento

Mi pareva che amministrare le nostre risorse senza il consenso del tuo e del mio discernimento fosse una soluzione che andasse a placare l’egoismo di fondo che i tuoi rimproveri rendevano oggetto di un muto di un sordo risentimento

Eppure i negoziati non sempre addivengono ad accordi che suppliscano alla carenza di solidi appigli e l’esercizio pubblico della trasparenza in fase di dibattimento non è una norma condivisa che regoli o riqualifichi il dissenso

Di tutte le decisioni che avresti potuto prendere l’abbandonarmi a me stesso
Di tutte le possibilità che avresti dovuto vagliare l’abbandono ha comportato che il mio tacito assenso mi ponesse di fronte all’eventualità di riconsiderarmi alla luce di un tradimento perpetrato contro me stesso come se il gioco del travestimento avesse annientato le prospettive di un mia di una nostra riconciliazione

Io non credo che non vi fossero alternative alla biforcazione come non credo che il proscioglimento da te sancito a mio discapito e a tuo favore andasse messo a verbale nonostante che io
Che io occupassi una posizione in cui sfumavano le contraddizioni e le differenze di genere tra opposte fazioni


Credo piuttosto che rinunciare al diritto della difesa sia stata la mia sola occasione per non restare coinvolto nello scandalo di un’azione disciplinare che mi punisse per abusi d’ufficio per l’abuso d’ufficio in qualità di mediatore

Di tutte le decisioni che avresti potuto prendere l’abbandonarmi
Di tutte le possibilità che avresti dovuto vagliare l’abbandonarmi
Di tutte le decisioni che avrei potuto scegliere l’abbandonarmi
Di tutte le possibilità che avrei dovuto vagliare l’abbandonarmi

Vorrei rivalermi vorrei riscrivere gli atti del processo vorrei testimoniare il falso e ammettere le tue colpe con una giuria che si avvalga della facoltà del silenzio ed essere testimone dell’avvento di una giustizia che ci liberi dall’onere del verdetto


























 

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lunedì, novembre 24, 2003

Hieronymus Bosch, The Ship of Fools

Ulisse navigatore


Me cacciai di dentro la testa de circumnavigar l’orbe terracque al tempo in cui Noè pendeva da una tetta poppava lappava belava mordeva il capezzoluto corbezzolo matrilineare, l'eco dei miei fausti infelici giorni gloriosi infami riverberandosi in fasci Toh, stringi l’occhio guarda il sole variopinto e cossa vedi? sgargianti gonfaloni scilinguagnoli schiok fa il vento portai con me racchiuse in un paniere grande grande
uova di struzzo salame di cinghiale vasetti de maionese lamponi melecotogne miele d’acacia fangoformaggio puzzadimerda generose procaci zolle aratroscappellate pappagorgie di porci eduli cappelle di funghi erba acque rotte ricomposte in gibbi per la loro purapurezza foglie ortiche dall'inesausto aroma di lumachebruco sckiok fa il vento nei gonfaloni a stento sckiok fraseggio buffo palline merdocaprine
e una scorta inesauribile di fiorenti donne stronze cui regalare il mio senno

esse diciamoci il vero il falso teniamolo in cambusa ancora non parlavano, cacavano morbili flatulenze da tre delle loro bocche invereconde skiokko di vento il gonfalone d’un raro tessuto sbracatonontroppostroppia
ma dalle mammele vaccaboia spremevano latte skizz fa il latte e mugghiavano imitando Oceano ruttopetante
origliavano ladre ai suoni scomposti
affascinate dal viziososensualemicatanto dlindlondlan delle inusitate consonanti mentre il qui presente eroe logorrava sine sosta
esse assistevano che beo! alle monomelodiche variazioni digitali sul flautoterracotto peee peee peee mica lo so suonare
quasi estasiate quasi come bestie selvatiche che dormivegliano eccole:squassando le gorgiere i gozzi i culirozzi ad ogni fraseggio sckiok fa il vento pee pee la pipasonante skizz il latte
ad ogni strombazzata di noticine che per caso fasevano tazer i rutti d’Oceano e cantar gli uzelli marini,
bramando e contendendo l'un l'altra il proprio melanconico amante se strappavano i cavei come strie e me saltavan drio sul piseo inverecondo incontinente marmoreo marbaltico marmolada (tutti posti che rimembava io tracollando sotto la furia delle vocali) skiokk fan le pacche sulle chiappe e il vento nei gonfaloni


svernarono crebbero invecchiarono insieme a me i muschi sotto la chiglia della mia astronavicella: vola rasente l’onda il rutto oceanico i pessiolini quelli che sbucan come stormi de pipistrei a l’incontrario e se rigetan deter il salso bestion verde
e madri e figlie e figliuole delle figlie se straccavano de viver e cadean morte senza farsi accorgere
e io minga le piangevo No, me chiedevo piuttosto perché non russavano come le fasea sempre e invece poi discopriva ch’era morte definitivamente ma alor l’era tarde per pianzer e poi un vecchio come me non l’è mica bravo a pianzer, non ci crede nessuno che el pianzer d’un vecio un l’è mica un pianzersi addosso
la terra,una sola manciata,che portai con me dalla mia Itàca tremava nelle mani dei miei figli senescenti e io disea loro
“Vedrai che s’arriva da qualche parte” “Vedrai che s’arriva da qualche parte”
la terra di quella patria di terra incanutiva con loro, la diventava bianchiccia come la merda secca de cane
piogge di sale e sabbia contaminarono l'acqua purissima ne la pancia grande grande di centomila ampolle grandi grandi
e i fasci multicolore che vidi nelle mie esperienze da abbaglianti ricordi furono in un lampo tetri baluginii uniformi e smorti

gettai ai coralli di porpora il mio flautopipa ammutolito/a
e le stelle che colsi si spensero tutte nell'arco d'una notte
rivolsi preghiere ai divi padri che i figli gementi non poterono capire
ciechi e sordi e bruciati dall'imperturbabile sole
ma i padri tacquero dopo aver sentenziato unanimemente
che il mio cuore sarebbe scoppiato e le mie ceneri
dai venti skiok il vento turgido vettore skiok fa il boia d’un vento, disperse sulle colline dove pascolano le vacche le muse drogate el mulo de commesichiama? El Sileno che brutto fa decollar le ninfe tutte e quel toro che se congiunge uccelluto a Europa, me par che sia lei, è lei, la bamboleta che non se muove manco respira da la paura de farse sentir

attraccai la mia nave dopo un viaggio che durò un giorno e una notte in meno
dell'eternità , “son ria’, finalmente, eco lo spiaggione de sasi fini che te morden i pe’ e i fan mal”,
attraccai e discesi sulla piaggia di pietruzze bige fameliche
con i piedi che mi sanguinavan e il cuore che burrascoso tronava nel petto e le chiappe stricade per la pora
e me gettai in un falò che brusiava al centro dell’orbe terracque e fui in un istante de piazer immenso grigia cenere
nera polvere che il vento disperse a volo d'useo su zolle appena smosse
su languide acque de stagni e paludi placide e gorgoglianti
appena sfiorate dal candido chiarore di un fascio di luce lunare.
Così continuo insieme al mondo a viaggiare.














































 

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sabato, novembre 22, 2003

Thomas Mann (1875-1955)

LA MONTAGNA INCANTATA (Settembrini vs Naphta)

" - Vigliacco!- gridò Napta ammettendo così che ci vuol più coraggio a
sparare che a farsi sparare addosso; e alzata la pistola in un modo che non
aveva più nulla a che fare col conflitto, si sparò alla tempia."


Mamma-mia-la-scena-del-suicidio-di-Naphta: tutto mi sarei aspettato tranne un atto 'eroico' dell'ignobile omiciattolo disonorato. Non che Settembrini mi sia molto più simpatico... Comunque, per me, è uno di quei momenti in cui chiudi il libro, ti alzi, ti metti a passeggiare per la tua cameretta di tre metri quadrati (praticamente giri su te stesso) grattandoti la testa con aria interrogativa, entri in bagno, ti osservi allo specchio, tiri fuori la lingua senza sapere il perché e, sempre senza una ragione precisa, pensi che sia troppo bianca, tiri lo sciacquone giusto per fare qualcosa e guardi l'acqua che viene risucchiata dal water, torni al lavandino, fai scorrere acqua fredda e ti lavi la faccia meccanicamente, fissi il tuo viso imperlato di goccioline, soprattutto il rivoletto che dal sopracciglio ti scende lungo il lato esterno dello zigomo e poi si diparte in due bracci, uno che, senza anse, finisce sgocciolando dal bordo spigoloso della mandibola, l'altro che devia verso l'angolo della bocca e, dove si apre la fossetta sotto il labbro inferiore si biforca a propria volta, un ramo confluendo nel primo braccio senza anse, il secondo proseguendo lentamente fino a lambirti il collo; ti asciughi energicamente, profondando il viso nell'asciugamano e cercando di cogliere ogni sfumatura olfattiva ch'esso promana, esci dal bagno, passeggi per il corridoio, entri in cucina dopo che ti sei lasciato alle spalle il soggiorno, controlli che nella caffettiera sia rimasto del caffè, ti gratti di nuovo la testa girando attorno al tavolo con la caffettiera in mano, apri lo sportello della lavastoviglie, ne estrai un bicchiere caldo di lavaggio, versi il millilitro di caffè freddo nel bicchiere, concludi il terzo giro di tavolo, butti giù il caffè che manco ti bagna la bocca ma che assapori lungamente facendo volteggiare la lingua come se stessi limonando da solo, ti accorgi d'essere lì, in piedi (sei scalzo e il pavimento è ghiacciato), la caffettiera in una mano, il bicchiere nell'altra, imbambolato, fai dietro front, dalla cucina passi in soggiorno, dal soggiorno passi, attraverso il corridoio, nella camera da letto dei tuoi, osservi l'armadio vecchio-imponente-laccato-stile veneziano, osservi la trapunta rossa a rombi, osservi i quadri alle pareti, il termosifone, il comodino con la statuetta in plastica della Madonna che, come una borraccia sagomata, contiene l'acqua benedetta di Lourdes, il comodino con l'abat jour che è un orribile putto di porcellana (l'aggettivo orribile, però, non ti sovviene al momento) che sostiene con entrambe le braccia una specie di bastone nodoso e tortile che sostiene la lampadina nascosta dal paralume di tela a forma di fez, osservi il telefono che è nero e ha tanti pulsanti che non si sa a cosa servano, esci, imbocchi di nuovo il corridoio, entri in bagno, indugi nuovamente di fronte allo specchio controllandoti la lingua che, nonostante il caffè, è ancora troppo bianca (cioè, tu pensi che sia troppo bianca), torni nella tua cameretta di tre metri quadrati, guardi il letto sfatto e il libro poggiato sul cuscino, ti siedi sul letto sfatto, ti pieghi e abbandoni bicchiere e caffettiera per terra, prendi il libro, ti sdrai, sfogli le pagine, ricominci la lettura.

" - Vigliacco!- gridò Napta ammettendo così che ci vuol più coraggio a
sparare che a farsi sparare addosso; e alzata la pistola in un modo che non
aveva più nulla a che fare col conflitto, si sparò alla tempia."


(Grazie Giorgia, sei un tesoro)










 

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Ora vado a letto. Quando mi risveglio ve lo racconto, sì, ve lo devo raccontare, sì, ho rischiato, sì, non ne sono del tutto consapevole, sì, devo smaltire una sbronza da cavallo, sì, ho avuto fortuna, sì, ve lo posso raccontare, sì, ve l'ho già raccontato. Buonanotte
 

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mercoledì, novembre 19, 2003

EVEREST

Passa per strada a balzi di rana, i passi riecheggiano, riecheggia il legnoso schiocco delle suole. Grandi i suoi piedi, scarponi che si scrostano ad ogni falcata, scarponi dalla carrozzeria di ferro che la ruggine del tempo crivella e sciupa; lunghe, lunghissime gambe forzute da grillo e una blusa, e un occhio di vetro e braccia ancor più lunghe e forzute che remigano nell'aria stordita, un viso arrostito e ispido di peli d'amianto. Passa per strada per noi che lo guardiamo dalle nostre verande, dai nostri giardini, da dietro inferriate tinte di chiaro, abbarbicati come me su pioppi cipressini che ombreggiano il cortile di cemento allisciato. Il sole sopra di lui è clemente, le siepi profumano di dolce, l'asfalto è costeggiato a destra da un fosso e a sinistra, terminate case e cancelli e cortili e aie, cominciano i gelsi tarchiati e rugosi. Cominciano i gelsi, il fosso si incunicola in sotterranei anditi giusto di fronte alla baracca del vecchio Pasini, che è la prima abitazione sulla destra e l'unica a vantare ancora un gabbiotto di lamiere che serve da cesso. I passi rimbombano sotto le grondaie dei tetti spioventi; dal mio pioppo, incastrato tra due rami, ho perso di vista Mariolino ma giurerei di udire ancora il suono secco dei sui balzi ora celati da tegole rosse ocra e arancione. Dalla mia posizione, piccola vedetta lombarda, scorgo l'intero paese come ammonticchiato, il campo dorato di spighe al di là del fosso, il tugurio di Pasini, gli alberi di fico, la stalla della zia Bice, l'orto della Natalìa, e più oltre i muri di diverso colore, e più sopra le tegole, e più sopra ancora, il campanile e prati d'erba spagna e bave di nuvole incombenti ma soffici e leggere.
Sferragliano le biciclette di Marco e del Coniglio, stridono i freni e guaiscon i copertoni sul cemento liscio del cortile su cui la mia ombra si stampa confusa tra le fronde, le catene mai oliate e la loro voce castrata mi chiamano e strillano insieme: "scendi Marchese dal pioppo, oggi facciamo le gare." Giornata di biciclette che noi, bambini sovrastati da fantasie televisive ma con l'anima da contadini avventurosi o banditi, sguinziagliamo ritti sui pedali come fossero moto rombanti, sguisciando sulle mulattiere ghiaiose con le labbra vibranti vroom vroom. Talvolta si cade e ci si ingroppa e ci si azzuffa sciolto il groppo, ma poi si riparte con qualche sbucciatura su gomiti e ginocchia.
-Perché, Coniglio, non si fa il trial sulla montagnetta del Piero?-
Già, il Piero e la moglie pienotta e paziente, hanno appena messo su una villetta con un porticato di colonne bianche che manca di qualche ritocco, porte e finestre, e sul fianco della dimora ancor disabitata le benne delle ruspe, arrovesciando il capoccione, han cumulato terra su terra in una piramide che a vederla, pare un Everest in miniatura. Dunque si corre per la strada asfaltata, a sinistra cancelli e aie e casupole un po' storte e villette col giardino curato, a destra il fosso e, oltre, le spighe che luccicano al sole. Poi arrivano i gelsi dalle chiome basse come cappelli di funghi e le case le aie i cortili i cancelli che ti guardan da destra, finché non si apre uno spiazzo con la chiesa tinta d'un brutto magenta e il campanile che rintocca quattro scocchi di batacchio: Mariolino occhio di vetro, rannicchiato su un lastrone di marmo, all'ombra della tettoia del bugigattolo dove Silvio, sagrestano tuttofare, maneggia la rugginosa bilancia della pubblica pesa, sta provando ad accendersi una sigaretta.
-Uè, Mariolino- dice Marco.
-Uè, Mariolino, come ti butta?- facciamo noi, dopo aver fatto scattare le molle dei cavalletti.
-Aah,- sospira forte (lo fa sempre prima di parlare) -questi cerini non son buoni a niente,- e scatarra una risata così violenta e prolungata che a me il fiato, per solidarietà, viene a mancare. Lo guardiamo beffardamente e ci assestiamo gomitate nelle costole mentre appiccia uno svedese e aspira come un'idrovora con la fiamma che gli scotta ormai le dita senza che la cicca sia stata nemmeno sfiorata. Al terzo tentativo andato a male lo spettacolo e già bello che finito. Ce ne andiamo con sorrisi spenti a fior di labbra e con la sua risata che ci insegue, uccellaccio malaugurale.
-Se trovo mia moglie, le tiro il collo come fosse una gallina, aahhh aaah aaaahh.-

Il sole è pesante e s'inabissa, il crepuscolo ci incontra ai piedi dell'Everest carichi di ammaccature ed esausti, ma felici, in fondo, sebbene Coniglio, usando una pietra come martello, s'ingegni a raddrizzare le forcelle e io vada in cerca del coraggio e di una balla verosimile per spiegare a papà e mamma come sia riuscito a spezzare il manubrio.

Papà mi ha raccontato un sacco di volte la storia di Mariolino e, d'accordo con mamma e tutta la gente del paese, non vuole che noi gli si dia troppa confidenza.
Quando Mariolino era giovane e da poco la moglie aveva messo al mondo un maschio, il poveretto, credendo che il figlio non fosse suo, si mise la pistola alla tempia -era un pomeriggio di primavera- e tirò il grilletto.
Il proiettile gli uscì da un occhio e certi vecchi che lo soccorsero per primi sono pronti a giurarti d'aver raccolto i tocchetti di cervella e di averli ricacciati nel foro. Appena dimesso dall'ospedale, dove lo si ricucì come meglio si potè, tornò al paese e quasi buttò giù a pugni il portone di rovere massiccio della stalla, ove moglie e neonato, avvisati del suo ritorno e sapendolo folle, avevan trovato asilo. Tornò ancora e ancora ma nessuno aveva l'animo abbastanza gagliardo d'intervenire o di farlo ragionare, sicché la scena ebbe a ripetersi e il portone, per fortuna, continuò a reggersi in piedi. Poi lo sbatterono in manicomio e vi rimase prigioniero per chissà quanti anni. Lì lo raddrizzarono non saprei dire con quali barbarie e ora, innocuo, quando il tempo si fa tiepido, cammina e saltella per un paio di notti e di giorni e torna al paese, per accoccolarsi sulla lastra di marmo e fumare sigarette quando gli riesce e mangiare quel che la carità d'una contadina gli porta.
Moglie e figlio abitano altrove.

Mariolino è sepolto nel cimitero, qui a C., e io ho un'ultima cosa da narrare che lo riguarda, se volete ascoltarmi. Ma non crediate che vi sia qualche sorpresa nel finale, ché neppure la morte coglie troppo di sorpresa o lo fa raramente, la vita poi... si decide al tempo delle gare in bicicletta, quello che verrà lo si può prevedere, basta un minimo di longimiranza.
O forse non è così, ma non è il momento di disputare. Permettetemi di fare ancora ritorno nel passato, in una notte d'estate che trascorsi giocando.

E' l'epoca dei primi bollori, dei primi baci, di certe baruffe sulle balle di fieno per sentire i pieni e i vuoti di un corpo diverso che attrae ed è dolce ed inquieta, dei bagni nel canale, delle impennate in motorino quando Elena, la più carina, è affacciata alla finestra e parla con Monica giù in strada, cicciona brufolosa e scorbutica. Anche Alessandra è carina. La sera, si gioca a nascondino con i più piccoli che devono stanare i grandicelli dal loro anfratto ben imboscato, dove ci si rimpiatta in due, femmina e maschio, per meglio indagare il buio.
-Ale, vieni con me- bisbiglio, senza speranza, mentre due pivellini stanno facendo la conta a voce alta ma lei mi segue e corriamo, ancora non ci credo, fin dove arrivano i lampioni e oltre, lungo viuzze buie, aiutandoci a vicenda a scavalcare un recinto a mo'di ramata e acquattandoci dietro un erpice, non molto distanti da una concimaia vuota. Si sentono cani abbaiare e le voci degli adulti seduti in semicerchio a fare "filos" di fronte alle porte di casa, che danno indicazioni agli esploratori: -ehi, Carlo e Alessandra sono andati a sinistra, in fondo alla via.-
-Se restiamo qui, stai certa che ci pigliano...- sussurro e la tiro per la maglietta: l'uomo sono io. Oltrepassiamo la concimaia con molta prudenza, si sa mica se è davvero vuota del tutto ( a giudicare dall'odore non si direbbe) e ci teniamo a ridosso del muro di un edificio dall'intonaco che si sgretola se solo ci soffi contro. Me ne frego del gioco, voglio stringere a me Alessandra prima che ci scoprano.
-No, lasciami stare- strilla lei, ché maldestramente le ho afferrato la testa per provare che cosa sia un bacio.
-Chi è là!-
E' la voce di un uomo, forse ci ha scambiato per ladri, forse scioglierà i cani dalle catene... Mi faccio avanti, spaventato, e dove il muro fa angolo, vedo una sagoma nera che punta una torcia elettrica verso di me.
-Sono Carlo, stavo giocando a nascondino e...- balbetto, ma l'uomo non sembra più farci caso e sposta il fascio di luce verso un portone aperto. La luce penetra all'interno dell' edificio.
-Sta' tranquillo, - dice l'uomo, -sono solo ragazzini. Adesso chiudo il portone a chiave. Tu cerca di dormire, Mariolino. Sono solo ragazzini.-

Non so se Mariolino si rendeva conto che il suo pagliericcio lo accoglieva nella stalla ch'era stata il rifugio della moglie durante le sue sortite e non so se il nuovo proprietario fosse a conoscenza di tutta la storia. So solo che allora mi era parso inumano che qualcuno dovesse dormire in un posto del genere e che, quando lo trovavo rannicchiato sotto la tettoia della pesa, mi sedevo vicino a lui per parlare e ascoltare. Era un uomo buono. Ho pianto per lui quando ho saputo che il suo cuore s'era fermato. Fiori al cimitero gli potrei portare, me lo dico spesso ma mai una volta che mi spicci a farlo.

Ah, fu in quei giorni d'estate che imparai a fumare.

































 

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martedì, novembre 18, 2003

Jean-Louis-Theodore Gericault, La zattera della Medusa

LE 4 del mattino (roba vecchia che non trascuro)


Riusciresti ad immaginare un relitto abbandonato ai fondali marini che, adescato da correnti impetuose, risucchiato da gorghi versipelle, dopo essersi trascinato come un aratro e aver tracciato solchi profondi nell'oscurità degli abissi, riaffiora in superficie con un balzo protervo e sbarazzino degno d'un cetaceo a corto d'ossigeno? Io NO. Ma sono certo che non appena sarò guancia a guancia col cuscino anatomico che mi sono regalato per esaltare i miei sonni mistagogici, presenzierò al rito battesimale del vascello restaurato e risuscitato per affrontare fortunali animaleschi con la spavalderia di chi sa riconoscersi inaffondabile.
Dio che sonno. Mi si è appiccicato addosso come una piovra gigante. Sonno. C'è qualcosa di trionfale in questa parola, come se i soli guerrieri semidivini potessero appressarsi ad esso senza tema di profanazione.
Come se...
Come se...
Ecco! Già la prospettiva di una dormita riparatrice che mi estolga brutalmente dalla mala coscienza d'aver sottratto giorni e notti al riposo pudibondo, pare incalzarmi, abbraccando per tradurmi dalla battigia al letto. E i pensieri mi disertano, congedandosi con un coro di - A domani! Affanculo!- un po' impastato, forse ebbro.

Rattoppo ovvero l’esperimento d’un dadaista tardo

               Freddo

Transeat: il plenipotenziario artista transcùltura /

                             Fummo soffiati

                                       Che traguardi!

                                                  Fummo respinti

Io parlavo e Giona e il suo traghettoponente levante in un fumetto- e porticcioli zig zag

salivamo/ che leccornie, che nostalgie, che lingue senza frenuli e rimorsi neanche uno forse

                tralicci- duecento casi d’omonimia

Li ho annotati e son duecento l’albero di trinchetto è tutto un fregio che Giona studia da vicino tante volte l’ho visto che ci aveva? Io parlavo e lui

spiava / AH quella sua lente non proprio monocolo /e intanto

così trabiccolando            superavamo galassie di cobalto

giona: piume di piccioni a prora e topi nella soffitta /

                      Quando la chiglia scricchiolava /che cicaleccio, grilli! Che santa cagnara, grilli!

Io diedi un fianco all’ovest finché non virammo / TIMONIERI NON CE N’ERAN

Ma faceva freddo                    Hai mai puntato il cannocchiale verso? No, dissi io

torna a casa /GIONA DICE ALLORA/ ma non hai visto/ le anaconde esuberare di tre iugeri e cinque chili/ le colombaie dei campanili di Marsiglia ?               è freddo e stanco

perde capelli a ciocche MARINAIO NON SARA’ però ha donne su ogni pontile

      che gli strizzan mutande e calze / Pensò Giona rileggendo

il fumetto zic zac di ogni città

di ogni penisola e di tutti gli atolli un po’ Gineprai mezzo pineta e mezzo palmizio di bronzo CHE LE CHIATTE facevano giravoltolare a girogirotondo

E ....stump, tutto è fatto di nebbia di cattedrale di incenso

                     NON dico balle! Lì ci sono Balene che hanno ciminiere, il dorso delle balene, davanti a noi,

le ho contante 200 unità, MA QUALI BALLE! Smettila di sacramentare

prima che il fumo ti faccia

COUGHT!!!                                             tossire

Calmati e arpiona il volante

È Una Nuova Città, dacci dentro Orologiaio!

         Disdetta! Scioperavo e fu così che lo persi di vista / e non ti dico ci sei? E’ Giona che ho perso

E non ti dico la fatica per restare aggrappato alla cima, la cimaguglia dell’albero mastro quando tutto             di                                                                               tutto capitolavacaracollando

Eroico: mi ci vedo col coltello stretto tra i denti e il nome di Lucilla/ sei fredda lucilla/

imbalsamato dentro come un tovagliolo

di paglia sei fredda LucY

SEI FREDDA LucY

                LUCY         sei          fredda.









 

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lunedì, novembre 17, 2003

FATTI UNA DORMITA e non rompere i coglioni

Sono perseguitato dalla debolezza. Vorrei invece che fossero le debolezze a perseguitarmi.

Sono circondato da exempla che non sanno catturarmi né parlarmi né consigliarmi palliativi contro la debolezza. Del resto, appare ridicolo cercare lenitivi che blandiscano il più forte tra i sedativi. Possono spingermi semmai a intrallazzarmi con cattivi propositi, ad allattare debolezze segaligne che non s'accontentano di fantasie dissolute ma, con terribili fameliche risate, cercano di spronarmi a tramutare i propositi in atti intenzionalmente inconsulti. I figli nati da semi attossicati, generati e non creati dalla stessa sostanza del padre, sanno fare distinzioni e separare la degenerazione passiva, il decadimento fisico e morale e mentale che sugge slancio vitale nel seno di una volontà rassegnatamente devitalizzata, dalla pratica esistenzialista del dissolvimento, la quale, destinata dalla volontà di natura ad adempiere ad un bisogno essenziale di attualizzarsi, esige per sé un adeguamento da parte del soggetto portatore (il padre) e affonda le radici nello humus sempre virulento e rorido di vitalismo autolesionista che è il precipitato delle contese che si compattano sul limitare di equorei campi di battaglia che l'io sbrigativamente abbandona in ritirata.

La debolezza, essendo sterile, non ha legami di parentela con le debolezze, e non rivendica su di esse la potestà putativa di una genesi nominalista. Le sue conquiste si intrecciano a quelle della noia, i suoi feudi si espandono senza spargimento di sangue, ma lo spleen è solo uno dei tanti insospettabili vassalli che una indagine fenomenologica post epoché potrebbe scalzare dalla comoda postazione d'anonimato da cui essi levano la bramosia a rimirare i margini degli orizzonti razziati.
La difficoltà sta nel riportare un ordine e una legge che, contrapponendosi alle consuetudini, accerchino i mercenari del nemico, imponendo limiti al reclutamento di truppe prezzolate e facendo vigere uno stato di innaturale pace coatta che tagli le vie di comunicazione e i supporti logistici che la monarchia pseudomerovingia ha installato per irrorarsi di energie che non le competono. La debolezza è infatti un groppo di catarro che si aggruma intorno alla matrice costituita dal senso del pudore stirato, dall' emotività indurita, dall'ambizione rastremata, dalla libido glomerulare, dal rimorso cicatriziale, dall' istinto di sopravvivenza orbato ma tonico e iperattivo e dalla cricca di imprecisate molecole psichiche (mi si lasci passare l'espressione, ché anch'io, come tutti, mi sento in dovere di vergognarmi) leste ad entrare in simbiosi mutualistica col monarca senza brache.
La debolezza è un cancro inetto, incapace di metastatizzare. Le debolezze sono cisti particolarmente vivaci: se non le tieni sotto osservazione la loro benignità è subito dissipata ed ecco che ti si presentano maloguizzanti come camole del legno. Tenerle sotto osservazione significa anche accontentarle, ma questo l'ho già detto e perciò posso concludere - è buona creanza farlo- con una citazione:

"Molti muoiono troppo tardi, e alcuni muoiono troppo presto. Ancora suona strano l'insegnamento: 'Muori al momento giusto!'.


Friedrich W. Nietzsche; Così parlò Zarathustra (BUR, 1994)













 

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sabato, novembre 15, 2003

SONO MORTO AL 15%

Mentre sono impegnato a svelare i segreti del codice ASCII e a riportarli con la pazienza e la perizia degne di un amanuense sul [quaderno rosso], voi potreste cercare nelle vostre cartelle cliniche i risultati delle ultime analisi del sangue cui vi siete sottoposti e 'divertirvi' a quantificare la probabilità che nei prossimi dieci anni andiate incontro a infarto del miocardio, ischemie, ictus. E' un gioco alquanto macabro che, tuttavia, può anche rivelarsi molto utile per adottare dei rimedi che diminuiscano, ove necessario, la percentuale di rischio che otterrete decidendo liberamente di affrontare il test (risk calculator) elaborato e reso disponibile gratuitamente dall'International Task Force for Prevention of Coronary Heart Disease. Questo risk calculator rielabora secondo una specifica funzione matematica diversi dati che vi saranno richiesti e che, successivamente, elencherò, e ricava il vostro livello di rischio globale dal confronto con i risultati statistici ottenuti dal controllo prolungato negli anni di gruppi di volontari (circa trentamila persone reclutate a partire dal 1978) sottoposti a questionari e visite mediche ripetuti a intervalli di tempo prestabiliti nell'ambito del programma di ricerca denominato PROCAM (Prospective Cardiovascular Münster Heart Study).
I dati che dovrete inserire nell' infausta (è un mio parere personale e opinabilissimo) calcolatrice sono, nell'ordine:
1)Sesso
2)Età (che dev'essere compresa nella fascia che va dai 35 ai 65 anni)
3)Livello del colesterolo LDL (quello cattivo e foriero di sventura) in mg/dL
4)Livello del colesterolo HDL (quello buono e sano) in mg/dL
5)Livello dei trigliceridi in mg/dL
6)Pressione arteriosa sistolica (la 'massima')

N.B. nel test non viene richiesto il livello di fibrinogeno che, a quanto ho letto, è un altro dei fattori che concorrono a determinare, in quanto concause, lo sviluppo della malattia coronarica.

Dovrete inoltre specificare
A) Se avete fumato sigarette o altro negli ultimi 12 mesi
B) Se siete affetti da diabete mellito
C) Se avete parenti di primo grado (madre, padre, sorelle, fratelli, figli) che sono stati colpiti da infarto prima di raggiungere i 60 anni di età)

Mio padre è affetto da cardiopatia dilatativa: non voglio produrmi in riflessioni oziose di ordine morale sulla possibilità che viene offerta a chiunque lo voglia di venire in possesso di una stima percentuale del proprio 'coefficiente di vita o morte'. Il test lo trovate qui


















 

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giovedì, novembre 13, 2003
NON C'E' UN CAZZO DA RIDERE
E' sorprendente scoprire che vi sono persone convinte della necessità della guerra come strumento stabilizzatore. All'osteria del Gino ho raccolto testimonianze che, per la frammentarietà e approssimatività tipiche dei motti e delle massime che fuoriescono copiose dall'osteria del Gino, ho dovuto rielaborare per addivenire a un quadro il più possibile ordinato e coerente.
A: La guerra è necessaria poiché rinvigorisce gli animi rinsaldandoli alla patria attraverso la percezione di un nemico comune che, come elemento catalizzatore e come collante nazionale, funziona molto meglio di qualsiasi altro fattore di coesione, lingua, costumi, senso di appartenenza ad una comunità più o meno estesa e omogenea che trascenda le differenze tra i singoli gruppi. Occorre ricordare agli italiani di essere italiani e una guerra, anche per tramite delle alchimie del lutto istituzionalizzato, può e deve farlo. "Nuater italian gom nient de sparteser con cheli cancher de budisti (leggi musulmani)." (Roberto "Pertega" F.) "Lasa ch'i moren de fam, me dise, envece de cupà i noster carabinier. At diga de rangias." (Giacomo "Bega longa" A.)
B: Un popolo si riconosce come nazione non per la presenza di vincoli istituzionali e limiti territoriali o per concetti astrusi spesso accettati passivamente come fedeltà alle origini, al territorio, alla cultura e alla storia condivisi, ma unicamente in presenza di circostanze esterne che possano risvegliare negli animi una forma di solidarietà e attaccamento attivi verso chi, per l'influsso di fattori storici e per contagio culturale (inclusa la religione), viene a trovarsi in una condizione di prossimità e somiglianza. Le migliori circostanze esterne che possano portare elementi eterogenei per classe ceto status sociale età blablabla ad una psicologia comune e al riconoscimento di un comune obiettivo che i mezzi di informazione di massa, agendo da cassa di risonanza, promuovono, sono quelle che si profilano come potenziali pericoli per l'ordine costituito nazionale e sovranazionale. "Chi cancher de arabi i vol cupas tuti e 'ntant i ven chi a fregas el laurà." (Stefano "c'la vaca de to mader" C.)
C: L'uomo occidentale e l'italiano moderato hanno come obiettivo quello di salvare libertà e democrazia dagli attacchi dei non moderati e nel contempo di esportare tali principi, anche ricorrendo all'uso ponderato della forza e al massacro intelligente, a popoli che non possono fruirne perché da sempre avvezzi a rimanere incatenati a idee illiberali e a forme di governo dispotiche che tali idee promulgano per autoconservarsi. "Dam en bianchin, Gino, per piazer" (Paolo "el barba" S.)
D: Quando un paese è in guerra vi è un brusco calo delle morti per suicidio (Emile Durkheim).

 

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martedì, novembre 11, 2003

Marcel Proust (1871-1922)

 

Vuoi che ti racconti la storia del libro che non finirò mai? Non devo far altro che aggiungere il titolo e la storia finisce, senza colpi di scena né flashback, senza picchi né depressioni, una storia così ovvia da essere vera, quella del libro che mai finirò. Vuoi che te lo riveli? Il titolo è... Aspetta, forse tirandola per le lunghe questa novella che è ancora embrione, potrà incuriosirti oppure annoiarti, simboli di segno opposto dell'innescarsi del tuo interesse. La noia, mi chiedi, coinvolge? Be', se ti interroghi su questa questione ho tutto il diritto di credere che la trappola architettata da chi vuol tirar per le lunghe una storia che nulla ha da dire sia scattata nel momento opportuno e che tu non l'abbia aggirata... Questo è un racconto o meglio un dialogo tra me e te committente, personaggio decaduto dal suo nobile rango, e te, lettore che mi sforzo d' impazientire perché la noia avvolge ma non coinvolge e la domanda che io ho posto in tua assenza era un vezzo retorico di quelli che cadono in un punto qualunque del testo senza nulla pretendere dalla loro presenza. Non l'impossibilità, quanto l'ineluttabilità della risposta è la lacuna di condivisione... Eppure, ho provato, dilungandomi troppo, a suggerirtene una che suonasse incompiuta, un po' come la storia che tiro per le lunghe quando potrei risolvere l'accordo che ti tiene in sospeso con il solo elemento, Ulisse, che la storia conclude. Ulisse, il libro che mai finirò, il libro che comincio ogni volta consapevole che abbandonerò la lettura sulla scena di un corteo funebre, dimenticando nella carrozza i tre o quattro amici intenti a tessere una beffarda, ridanciana conversazione. A quel punto sarò così sazio di nuove parole da sentirmi impoverito, persino incapace di rimediare all' indigenza cui Joyce non vuole e non sa sopperire, limitandosi a rimarcare la penosa condizione dell'uomo cui non bastan le poche voci stivate per essere vivo quand'egli è lontano, disperso nel mondo degl'altri, pensiero fatto a brandelli.

Qualcosa di nuovo è successo, lo annuncio con freddo entusiasmo - la diffidenza non muore di certo per l'insorgere di un brivido caldo- ma un'emozione mi ha scosso, turbinando tra gli arzigogoli di un libro che sempre mi è parso impassibile e freddo. Voglio entrare insieme a te nell'Ulisse: accompagnami lettore.

"Se Pirro non fosse caduto ad Argo per mano di una vecchiaccia, o Giulio Cesare non fosse stato ucciso a coltellate. Cose che non si possono abolire col pensiero. Il tempo le ha segnate col suo marchio, e in ceppi dimorano nel luogo delle infinite possibilità che esse hanno estromesso. Ma possono essere state possibili dato che non furono mai? O fu possibile solo ciò che avvenne? Tessi, tessitor del vento.

(...)

Dev'essere un movimento, allora, un'attualità del possibile in quanto possibile. La frase di Aristotele si formò tra i versi barbugliati e andò alla deriva fino al silenzioso studioso della biblioteca di Sainte-Geneviève dove aveva letto, al riparo da una Parigi peccaminosa, per sere e sere. Gomito a gomito un esile siamese compulsava un manuale di strategia. Cervelli pasciuti e pascentisi intorno a me: sotto lampade a incandescenza, infilzati, con un tenue palpito delle antenne: e nel buio della mia mente un bradipo del mondo sotterraneo, riluttante, schivo di luce, che muove le sue squamose volute di drago. Pensiero è il pensiero del pensiero. Tranquilla luminosità. L'anima è in certo modo tutto ciò che è: l'anima è la forma delle forme. Tranquillità subitanea, vasta, incandescente: forma delle forme."

James Joyce, Ulisse (Mondadori, 1993)

 

Jacques Emile Blanches, Portrait of Joyce (1935)


 

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domenica, novembre 09, 2003
auguri, vecchio bastardo.
 

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Frontpage Magazine | "Last month mass hysteria apparently swept the capital city, Khartoum, after reports that foreigners were shaking hands with Sudanese men and causing their penises to disappear. One victim, a fabric merchant, told his story to the London Arabic newspaper Al-Quds Al-Arabi. A man from West Africa came into the shop and 'shook the store owner's hand powerfully until the owner felt his penis melt into his body.'"

Il mio amico Lycos traduce per voi:


Scomparto Di Frontpage | "L'ultimo hysteria della massa di mese ha scopato apparentemente la città capitale, Khartoum, dopo i rapporti che gli stranieri stavano agitando le mani con gli uomini sudanesi e stavano inducendo i loro penises a sparire. Una vittima, un commerciante del tessuto, ha detto alla sua storia ad Al-Arab'arabo di Al-Quds del giornale de Londra. Un uomo dall'Africa ad ovest ha entrato nel negozio e 'ha agitato la mano del proprietario del deposito potente fino a che il proprietario non ritenesse il suo penis fondersi nel suo corpo.'"

Ho chiesto a Lycos di ritradurre il brano che avete appena letto dall'italiano all' inglese e poi di riritradurre l'obbrorio risultante nella nostra lingua. Lycos ha fatto tutto questo per voi:

Frontpage introdotto |"che l'ultimo hysteria della massa di mese ha scopato apparentemente la città li ha capiti, Khartoum, dopo che avesse scopato apparentemente la città li capisse, Khartoum, dopo che avesse scopato apparentemente la città capisse loro, Khartoum, dopo gli uomini theSudanese e stessero inducendo loro penises per sparire. Una vittima, un commerciante di quello tessuto, ha detto alla relativa storia ad Al-Qud'arabo di Al-arabo'of del giornale il de Londra. Un uomo dall'Africa all'ovest è entrato nel deposito e 'ha sbattuto la mano del proprietario del magazzino potente fino a che quello il proprietario non pensasse più il relativo penis per fondersi nel relativo corpo.' "

 



 

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sabato, novembre 08, 2003

APOLOGIA (un personaggio scompare. Nessuno mi accusa. Non abbozzo una difesa)

 

Graforroici ecolalici lalici lalici: è come se stessi ruminando una big bubble e mi preparassi a gonfiare il palloncino zuccherino rosa pastello di quand'ero bambino. In primavera, il quarto d'ora ricreativo lo si passava nel parco antistante la scuola, a gonfiare palloncini zuccherini rosa pastello che, se non rispettavi la procedura standard, ti si afflosciavano in faccia, inzaccherandoti le guance. Se ti azzardavi a scollarti di dosso quella patina zuccherina rosa pastello, la big bubble ti puniva, colorandosi di sporcizia grigionera. E la maestra, che odiava l'odore di dolciume sintentico fortemente inquinante che emulava la confettura di fragole, caricandosi di note aromatiche inquietanti come il cloro da piscina e il disinfettante d'ospedale, insieme alla cicca congiurava contro di te sporcaccione, comminandoti una pena esemplare esclusivamente per il bene dei tuoi denti. E per fottere i dentisti, credo.

Graforroici ecolalici: pavento che pronunciando un centinaio di volte la strana combinazione di termini grammaticalmente promiscui, in accelerazione costante, la sensazione che dovrei ottenere sia paragonabile all'ottundimento palato-labiale che sperimentai quando fui scippato di un canino con strattoni furiosi. Avevo otto anni e ogni nuova esperienza mi assaliva amplificata: l'anestetico avrebbe freddato un pachiderma preistorico. La siringa era più lunga del mio braccio. L'ago poteva arpionare un pesce spada, forse un pesce martello, forse lo squalo di Spielberg. Melville l'avrei scoperto molto più tardi. Il dente fu più coriaceo del previsto e il medico spingeva e strappava, spingeva e strappava con quelle tenaglie da fabbro, mentre la frequenza del suo respiro saliva di pari passo alla sua impazienza e alle mie vertigini d'angoscia, come liquido scarlatto in tre vasi comunicanti. -Sputa nel lavabo- mi disse, dopo aver sconfitto il pugnace duellante e io, trepido anzitempo, registrata non tanto la quantità quanto la compattezza viscosa, la densità insospettata dei fluidi filacci che soffiavo fuori, mi premurai di sostare per un po' nel parcheggio delle visioni deliquescenti.

Graforroici Ecolalici lalici lalici oici lalici-oici lalici-oici-lalici: squadernate un vocabolario e troverete il senso e il limite della vostra esistenza. Ricordo d'aver diffuso questo altisonante 'comunicato stampa' all'inizio della mia carriera di bloggher, quando la bonaccia estiva infuriava e persino respirare costava fatica. Letto e scrivania si contendevano il sogno demenziale di Climacus. Letto e scrivania si palleggiavano l'incombenza di spremere pensieri a Climacus. E io mi trovavo altrove e mi compiacevo di esperire uno sdoppiamento, una rimozione, una dissociazione controllata e auspicata, non dissimile da quella che ogni bloggher coltiva, ne sia consapevole o meno. L'altrove era Atrebor. E Atrebor è sparita. Sebbene Roberta permanga, orfano d' Atrebor Climacus può anche sfogliare vocabolari o razziare biblioteche: era lei il limite e il senso di un'esistenza ormai compromessa. 

Come posso inventare un personaggio che sostituisca Atrebor? 

 


 

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venerdì, novembre 07, 2003

Edward Hopper  Hotel Lobby (olio su tela, 1943)

 

CANZONE DI CHI VA A PUTTANE

(il testo è altamente censurabile)

mi godo le fighe che troieggian scopatori ----anonimi avventori a suon di schioppettate detonanti di lingua /sferza di carne di pesce di fiamma--- sulle cappelle a losanga ma mai sulle aste le else gli steli né mai masticando - ahi mi manduca Ugolino- saccocce grinzose pelose-- sghembe orecchie di cocker che poi ;;;dopo tutto il rito profano /// cioè all'esterno del tempio (adocchio... l'etimologia... di profano.... e capisco che non sono una bestia ignorante ma ingombra di falsa dottrina davvero)spintonando si stringon abbracciano quasi il banano tumide di fuori tumultuanti di dentro--- ghiande otri ooteche/ chicchi di riso soffiato soffiati che straripan turgore. Mai un volta che sia mezza volta ti assiston. Se sei sculato-mi spiego--- non troppo inviso alla vulva valva/// vibromassaggiatore branchia/ che s'apre respira asciutta boccaccia sdentata irriguo canale talvolta cascata invaso Pandora stop-- -alle circonlocuzioni che rabbia diocane, allora e solo allora lo straccio umettato ti sfiora la base del braccio semovente il cazzo lambisce che su e giù di testa annuisce sincero goliardo che soffre ridendo versando zampilli di fetido orgasmo, allora e solo allora puoi dirlo che forza che chiappe che mastino che sono che uomo che forza che bestia io esco e faccio........, sìsìsì, ---------- io esco e faccio il gradasso. Vieni, ti pago da bere se lasci ch'io parli straparli le mandibole sgranchiando strafal ll llll lllll llllll lllllllllllllllllllllllllllllllllll........cionando di fighe che passan su un corpo di ghisa su un mento che è un ceppo su un naso di gomma da boxerboxeur--- da cocker che fiuta rifiuta il tiranno: te ..lo.. dico, fratello, io io---------- di sotto stare non so:---------------------- preferisco guidare, tu balli?, la troia che balla il ritmo del mio---- ondegg...iare, ---il ritmo dei lombi dei quarti poooo---steriori in lombis stat diabolis virtus cavallo saccente peloso impenitente che poi tu la senti garrire la porca dioporco la senti barrito trombone mi scolo la pinta la stringo la rompo mi faccio cucire lo strappo e penso aaaa-------- quanto mi resta del tempo che resta del tempo che slitta sul ghiaccio del fiume che osservo poggiando le palle l'uccello contropropriocontro il gelido parapetto d'un ponte:

sous le pont mirabeau scorre la senna

et nos amours

faut il qu'il m'en souvienne

la joie veniva sempre après la peine

vienne la nuit suoni l'ora le jours s'en vont io rimango

(...)

Guillaume Apollinaire, Le pont Mirabeau


 

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giovedì, novembre 06, 2003

CROCE

 Vergine crosta, consacrata ostia
mai oltraggio fu più grave
del transustanziare lievito di birra
consunstanziata alla tua scorza
di pelle. Il vino anela
il pane, perché Giuda è mollica
e carne il Cristo al banchetto del Padre.
Figlio non fosti onnipotente ma fedifrago
quando il dolore urlò dilaniante.
Blasfemo ora muori di fame
mentre l'arcigno macellaio
raccatta chiodi e l'oro scrosta,
si monda la bocca nel lordo grembiale,
le zanne risciacqua col piscio
di un cane che latra mulinando la coda.

Introibo ad altare Dei.
























 

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Stralci di

 


 

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mercoledì, novembre 05, 2003
Si ricomincia.
 
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