apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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lunedì, dicembre 29, 2003

Otto Dix (1891-1969); Newborn Baby on Hands (1927)

Dopo quattro ore di fatica e sudore, ho dato alla luce il mio ultimissimo pargoletto. Dato che sono troppo provato per linkare, vi rimando al (clicca!) situato qualche centimetro più in basso. Sarete catapultati nella pagina di Asclepia-Tulipani, che ieri ha postato una nuova storia. Alla fine del racconto, Asclepia, fuori di sé per la rabbia, chiama in causa il mio povero, tartassato personaggio con un link che vi permetterà di accedere alla mia creaturina acefala, colpevole di tante tribolazioni e spargimenti di deodorante. Tutto chiaro?


 

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sabato, dicembre 27, 2003

Datemi un cerotto, per favore. (clicca!)


 

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Roba vecchia che dovrei trascurare ma che riesumo dal defunto blog, riesumando a fortiori il defunto blog, per esilararmi.

Colendissimo A.,
debbo forse ringraziarti per la tua benevolenza, per la solerzia magnanima che ti ha chiamato a ridestare l'amistà che più volte ci riunì in intimissimi colloqui e che la cieca volontà, menandoci pe' sentieri diversi, avea divelto, degradato a ozioso cameratismo con l'opporci una non desiata lontananza che presto velò il nostro spiritual connubio d'un manto di algida cordialità? (-su, ringrazialo, cazzo ti costa, non l'hai cagato per due anni, ti ha scritto almeno cinquanta lettere, cazzo fai, adesso che lo degni d'una risposta un lo ringrazi nemmeno?-)


Lontananza è parola che gli amanti temono, eppure essa può germinar nuove gemmule d'affetto che sbocciano alfin sul suo cadavere. (-che scempiaggine è mai questa? fossi in lui, mi sentirei preso pel culo, caro il mio gianbattista marino de' porcari-)

Sai bene quanto vorrei ringraziarti e lo farei sanza tema, se non ritenessi un mezzo inadatto tale missiva e se non conoscessi la voce del cuor rinseccolito che pulsami nel petto con palpitante, meschino sprezzo. Son troppo abituato a confessarmi col distacco che il senso della parodia rende aculeato e a compiacermi delle infinite concessioni che accordo alla mia stremata e gobba e becera retorica, (-ci risiamo. perché non dici chiaro e tondo che il tuo confessore è uno psichiatra-psicoterapista?- ) per non sentirmi urtato dalla tua appassionata schiettezza.
La sensibilità poetica che si è riproposta di irrompere nelle mie segrete stanze e di rubare al sopore con energica delicatezza quei moti dell'animo che una patina di notte nera e densa come bitume ha irrimediabilmente impeciato, (-finalmente una virgola. stavo per affogare.-) ha infatti forzato i serramenti del mio palagio. (-serramenti e palagio non possono stare uniti. è come se tu facessi sposare un novantenne con una diciassettenne. e poi il senso del periodo lo posso capire solo io.-) (-se la smetti di rompermi i coglioni vado avanti, altrimenti mi fermo qui e la lettera ad A. finisci tu di scriverla, rozzo semianalfabeta che non sei altro.-)

E per un istante che risorge ad ogni tua lettera, un grumo si scioglie in un abisso che squarcia la distesa altrimenti uniforme su cui si adagia, strato dopo strato, pagina dopo pagina, il lento fluire della mia coscienza. (-bravo.-) (-grazie.-) (-non ho mai incontrato nessuno che riuscisse a collezionare tanti cliché in un paio di righe.-) (-'nculo.-)

Ma, è ora che tu lo sappia, mio caro amico, tante sono le guardie che ho posto a difesa del palagio e non perché custoditi vi siano grandi tesori; temo però che a forza di tradurli da una città all'altra, (-non essere sibillino. scrivi pure: "da un lettino all'altro".-) (sssh, zitto che è un momento importante.) di esporli come merce, di vederli trafugati, di infilarmeli su per il culo per superare i controlli doganali (-l'hai scritto tu, vero?-) (-no. questa è tutta farina del tuo sacco.-), un giorno arriverà in cui saranno talmente scipiti e ammaccati che barattare li dovrò cum delle pietruzze colorate che manco ti ci fai la collanina. (-bravo!-) (-grazie!-)
Dunque, è inutile che mi chiedi di confidarmi con te. Tanto lo so che non serve a un cazzo. Smettila di mandarmi lettere in cui ti sostituisci al dottor O. Di dottor O. ce n'è uno tutti gli altri son nessuno. Se vuoi che ci incontriamo, per me va bene, basta che ci sia anche quella gran figa di tua sorella. Se non vuoi so' cazzi tuoi e vaffanculo.
 








 

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mercoledì, dicembre 24, 2003

Avviso

Gonfio fino ad esplodere di sovrumano piacere, sono onorato di presentarvi -strano a dirsi ma mi sono spuntate le poppe dell'annunciatrice ultrasessantenne di Rete 4- i nuovi episodi della fiction "il Monastero", scritti diretti e interpretati dal bravissimo Akin. Oggi conosceremo mister Brentano, protagonista di un'avventura surreale, resa drammatica dalla particolare sensibilità con cui l'autore riesce a trasformare un incontro grottesco in una efficace rappresentazione del degrado provocato dalla spersonalizzazione di un'umanità resa orfana della propria intima dimensione privata. La vicenda è preceduta da una sofferta presentazione del personaggio. Buona lettura.

Jean Dubuffet (1901-1985), Frayeur (1924)


 

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Dialoghi sulla guerra: 4)Xmas Pulp

-Ho sognato tuo padre. Cercava di aggredirmi con un dildo. Il dildo era fluorescente. Tuo padre che cerca di aggredirmi in un autosilo buio e deserto con un dildo fluorescente. E' assurdo, capisci? Cioè, l'autosilo un momento prima era tutto illuminato, poi arriva il black out, ed è stato lui a provocarlo perché so che con gli impianti elettrici se la cava meglio di un elettrauto... Tuo padre spera di trovare nel buio un perfetto alleato e in effetti il buio mi paralizza, cioè, tu pensa di trovarti in un autosilo deserto, e già il fatto che sia deserto rende l'autosilo un luogo perfetto, cioè, il posto ideale per le aggressioni e gli attentati e poi tuo padre sa che io sono nevrotico e che...-
-Non c'è bisogno che ti agiti, Climachetto. Adesso inspira, trattieni il fiato per quindici secondi e butta fuori l'aria cattiva. Seguimi. No, spegni la sigaretta. Anzi, dalla a me. Come cazzo fai a fumare questa merda, lo sai solo tu. Tra l'altro ti costano un capitale e contengono qualcosa come ottantanove, mi segui?, ottantanove additivi cancerogeni che aumentano l'assuefazione e che col tabacco non c'entrano un benemerito cazzo. Sei pallido, ciccino, fai un bel respiro profondo, ecco, bravo, butta fuori l'aria cattiva, bravo, così. Tu non puoi vederti ed è un peccato perché sei carino, certo, un po' sovrappeso, ma... appettibile, si dice così? Be', la Vale ti trova appettibile anche se non sopporta quei baffi ridicolmente fuori moda, démodé, dice lei, e ti assicuro che quando dice démodé ti sembra di sentire la erre moscia francese à la page, e pensa che dovresti perlomeno usare le lenti a contatto e gettare quegli occhiali sbilenchi che sembra che tu ci dorma con quei cazzo di occhiali, cioè, da qui si vedono le pieghe del cuscino, Cristo!, dovresti vederti, Climacuzzo, sei discretamente ridicolo, i baffoni gli occhiali e il colorito di un cadavere. Sì, hai anche l'alito che puzza di salma e di rosario, di incenso e di prete. Un altro respiro profondo... Hai delle belle mani, comunque. Spiegami un po' questa faccenda di mio padre...-
-La Vale? Chi, quella col naso da scrofa? Bella soddisfazione, porca puttana, la Vale... Lo sai pure tu che è, aspetta che ti azzecco l'aggettivo... gli aggettivi... perfida, rapace, succhiacazzo a tradimento, superba, accidiosa, invidiosa, iraconda, golosa, non ricordo gli altri vizi. Ha il naso da scrofa e le narici colme di merda, così cammina sempre a testa alta, inclinata all'indietro, cioè, come uno che ha pestato uno stronzo di cane e pensa di scacciare la puzza tenendo la testa alla massima distanza dai piedi, capisci? Mi trova appetibile, charmant? Be', una ripassata gliela darei volentieri, ma così, giusto per svuotare la pompa di benzina. Cazzo! Stavo dicendo che tuo padre è sfrontatamente idiota, nel sogno ovviamente, nella realtà è probo, parco eccetera e secondo me è anche più intelligente di quanto sembra. Dico io: che cazzo di senso ha spegnere tutte le luci dell'autosilo per poi aggredirmi brandendo un dildo che s'illumina d'immenso! Ce l'hai presente la criptonite?
-Sì, è più o meno come il pesto che fa mia madre.-
-Tua madre è una donna di classe. Usare smeraldi al posto dei pinoli, è semplicemente divino. Scommetto che tuo padre nasconde un dildo fluorescente da qualche parte. Un dildo di didensioni titaniche. E un cuneo anale.-
-Stai esagerando, non trovi?-
-E la corda, a furia di tirare, si spezza. Non è vero? Be', tuo padre ha usato il suo dildo per l'albero di natale, cazzo. Anzi, ne ha usati tre, il porco, e li ha messi sulla cima di quel cazzo di abete che fa bella mostra di sé in giardino. Una stella cometa. Una splendida luminosa arrapante stella cometa. Auguri.-

 








 

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lunedì, dicembre 22, 2003

Nuovo avviso sul modello del precedente

Reme ha pubblicato il proprio ritratto di Lucy, ispirandomi un controritratto. Costì troverete i due nuovi brani monasteriali.


 

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domenica, dicembre 21, 2003

Avviso

Il Monastero (vd venerdì, 5 dicembre) , tuttora in fase di progettazione, si è arricchito grazie ai contributi di tulipani (nel ruolo di Asclepia, femme fatale) e del sottoscritto (nel ruolo di Giona, eau de toilette). I due testi finora postati sono da considerarsi come presentazioni e approssimative caratterizzazioni di Giona e, soprattutto, di Asclepia e non aggiungono nulla alla fabula, se non sul piano puramente descrittivo. Al termine di un intenso e fruttuoso scambio epistolare, Akin e Reme hanno accettato con entusiasmo di rivestire i ruoli di Mr Brentano e di Lucy rispettivamente (ragazzi, quando facevo cenno all'esistenza di sicari stavo ovviamente scherzando). La storia da me iniziata dovrebbe proseguire grazie agli sforzi di questi baldi, intrepidi, folli, adorabili attori-narratori: non appena sarà pronto il nuovo capitolo della vicenda (ambientata nelle celle del labirintico complesso residenziale), non mancherò di avvisarvi, oh amabili lettori. Nel frattempo godetevi, se potete, questo aperitivo.


 

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sabato, dicembre 20, 2003

Titolo: Fluttuazioni

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venerdì, dicembre 19, 2003

27 (confessioni di un imbecille felice che non interessano a nessuno, compreso l'imbecille)

Grazie a una overdose di imodium nel giro di quattro giorni sono passato dalla dissenteria alla stipsi.

Il mio (??) vanta ormai più tentativi di imitazione de "la settimana enigmistica" e delle tette di Eva Robbins.

John Holmes, poco prima di morire, ha donato il proprio pene alla città di Siena. Se la notizia vi pare criptica, dovreste informarvi sul materiale usato per la produzione dei tradizionali scudisci usati dai fantini durante il Palio. Anch'io penso che quando sarò a un passo dal baratro dalla parte del baratro (la battuta ovviamente non è mia, altrimenti riderei a crepacuore), donerò il mio pene all'associazione delle casalinghe sessualmente insoddisfatte. Sarà un toccasana per i loro mariti.

La mia felicità è dura a morire. Credo sia merito dell'imodium.

Da quando il dottor. O. è stato operato alla prostata, durante i nostri incontri non faccio che parlare di sesso. Forse è per questo motivo che dalle due sedute settimanali sono stato promosso alle due sedute mensili.

Scemo chi legge.

Vorrei che nei commenti vi sbizzarriste ad insultarmi con garbo e inventiva: mettetevi nei panni del dottor O.

Questo post sarà cancellato non appena cesserà il mio stato di sciagurato benessere interiore. (alle 14:00 ora locale)


 

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giovedì, dicembre 18, 2003

27

Cazzo! Ho dimenticato il significato di messiticci. In compenso ho imparato che esiste un muscolo posto tra l'osso ioide e la lingua detto muscolo ioglosso e che la iole non è soltanto mia zia ma anche una piccola imbarcazione oblunga con le scalmiere sugli orli dei fianchi. Oggi è stata una giornata movimentata, oserei dire campale, se sapessi che cosa significa. Hanno preso Saddam.


 

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martedì, dicembre 16, 2003

L'arte sottile, non ancora riconosciuta unanimemente come arte, e dunque. L'artigianato sottile, sempre che sia lecito far copulare sottile e artigianato, e a me pare che non lo sia, quindi. C'era qualcosa di davvero importante che avrei voluto snocciolarvi senza peritarmi di esibire pretenziose velleitarie redivive desuetudini lessicali, e invece. Scopro che le bassure, i piattumi, le paturnie, le sdruciture, gli sdilinquimenti, le arrendevolezze, le appannature, i voltafaccia, gli inaridimenti, le sgorbiature, i fraintendimenti, le fallanze, le ridondanze, le ludificazioni, i messiticci, le desipienze, le rudimentazioni di un pensiero ipertrofico solo a parole non sono scacciati dall'assimilazione febbrile di nuovi vocaboli ma, strano a dirsi, acuiti, incentivati, ringalluzziti, esacerbati dalla pinguedine che il pensiero, sapendosi infimo qualitativamente, efferatamente alimenta, postulante laido, questuante abietto, dando di sprone perché io lo vada a spelagare quando vi è penia di libresche oblazioni. Voglio dire che questo maiale all'ingrasso, quando si tratta di spiegare il più semplice dei concetti -teorema di Pitagora? Ah Ah Ah. Sii cortese, risparmiati le corbellerie per quando avrò terminato le mie: ho forse spifferato il nome del mio pensiero? Mi hai sentito proferire un Poincarè tra i denti? Ma quale pitagora d'egitto, parlo di concetti molto più semplici, di idee ovvie, mica di roba che col gesso ci riempi la lavagna!- dicevo, prima che tu mi interrompessi proditoriamente, che questo tacchino ripieno di stronzate impiega delle giornate interminabili per venire a capo di una questione lapalissiana: prova a farti spiegare la ricetta del pollo al curry se per le prossime quarantotto ore non hai impegni! Già, proprio così. Il mio pensiero ignora la differenza che passa tra un tegame, una terrina, una pirofila, una pentola, una marmitta, un paiuolo, un colabrodo, una teglia, una padella, un tegamino, una pignatta ecc. e questo perché ha solo una vaga familiarità con i concetti di recipiente pollo cottura cucina e cilindro per cui potrebbe anche consigliarti di far cuocere il pollo in un bricco o una brocca o una cuccuma o una teiera o un vassoio o un pitale o un container salvo poi ravvedersi, resettare e ripartire dal momento della spennatura per non confondersi nuov. Insomma, io oggi sono tanto felice. Era questo che volevo dirvi.


 

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lunedì, dicembre 15, 2003

Don Giovanni; Atto Secondo, Scena Sesta

Zerlina [Masetto, contadinotto dall'animo semplice ma assai geloso della fidanzata Zerlina, è appena stato malmenato da Don Giovanni. Il nobiluomo e infaticabile seduttore, infatti, dopo essersi travestito da Leporello per ingannare Donna Elvira, amante tradita, viene casualmente informato del piano ordito da Masetto per assassinarlo dallo stesso promotore dell'agguato. Zerlina, donna devota ma non priva di civettuola malizia, già concupita da Don Giovanni prima della cerimonia nuziale (che sarà rimandata e celebrata solo alla fine del melodramma), assiste e conforta lo sposo promesso pesto e dolente.]

Vedrai, carino,
Se sei buonino,
Che bel rimedio
Ti voglio dar!
È naturale,
Non dà disgusto,
E lo speziale
Non lo sa far.
È un certo balsamo
Ch'io porto addosso,
Dare tel posso,
Se il vuoi provar.
Saper vorresti
Dove mi sta?
Sentilo battere,
Toccami qua!

















 

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domenica, dicembre 14, 2003


La notte scorsa, flossandomi i denti, c'è mancato poco che mi impiccassi accidentalmente con il filo interdentale. Esiste una spiegazione logica dell'accaduto?

Consulterò Wittgenstein: "2.05 La totalità degli stati di cose sussistenti determina anche quali stati di cose non sussistono." (Tractatus logico-philosophicus)
postato da Climacus 28/08/2003 18:45

TADAAA GREAT GATE OF KIEV

AHahah. ah AHahAHAH. haha.. ahahah.

the great gate o'kiev the greit gate o'kif de greit geit o'kif degreitgeitokif repeat repeat repeat degreitgeitokif chorus degrreitggeittokifff




 

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Diane Arbus (1923-1971), Child with a toy hand grenade in Central Park, N.Y.C.

She said of her pictures, "What I'm trying to describe is that it's impossible to get out of your skin into somebody else's.... That somebody else's tragedy is not the same as your own." And of her subjects who were physically unusual, she said, "Most people go through life dreading they'll have a traumatic experience. [These people] were born with their trauma. They've already passed their test in life. They're aristocrats."


( nel form dei commenti potete trovare il link per visitare una galleria di immagini di Diane Arbus.)



 

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sabato, dicembre 13, 2003

Dialoghi sulla guerra: 3)Acredine bambina

...l'ideale deve rimanere lontano da sé poiché esso non può avere libero accesso alla sfera dell'essere ma è necessario che ne resti escluso per non perdere l'identità con se stesso.
...porta aperta. Spazio inondato dalla luce pallida del sole. Inverno terso. Litigio e sue modalità.
...che sia un paradosso è presto evidente: lontano da sé per mantenersi identico a sé. Basterà soffermarsi sulle parole scostandosi per un momento dall'assunto testé introdotto attraverso una riesamina dei termini per andare ancora più in profondità nella questione e prendere coscienza del doppio paradosso insito nella concezione assolutamente legittima che fa dell'identità dell'ideale un paradosso e accorgersi che l'assunto riesaminato da un'angolazione diversa traduce in tautologia...
...lei scorge il vialetto che taglia il giardino, l'ippocastano, il prato all'inglese malcurato, ciuffi di erba cattiva irti come setole di ferro piantate nella pancia spugnosa della spazzola per capelli di mamma, il muricciolo di mattoni a vista sormontato dalla dentatura lanceolata del cancello. Lui vede lei, l'atrio illuminato dalla luce bigia del sole raffreddato, una luce azzurrina come di neon, il pavimento brillante di cera e detergente, il fucile che tiene ben stretto tra le braccia.
...il nonsenso della distanza da sé per mantenersi identici a sé in tal modo: l'ideale (possibilità concettualmente realizzata ma non concretamente) è tale proprio perché una lacuna incolmabile lo separa dall'essere (dell'ideale) che, essendo perpetuamente presso di sé si pone come non essere dell'ideale, il quale, per definizione, è perennemente diviso dalla propria compiutezza ontologica come identità tra possibilità e attualità.
-Perché non mi spari?- dice lei, e nella sua voce ci sono impazienza e sufficienza a dosi eguali. Castagne amare: non si possono mangiare. E quel cespuglio arruffato? Belladonna: che non vi passi per la testa di assaggiare le bacche. VE-LE-NO.
-Troppo poco, stronza. Meriti di peggio.- Sbatte sul pavimento lindo l'arma micidiale di plastica e gomma che si sfascia. Dal serbatoio crepato un rivolo d'acqua defluisce in una pozza che si allarga a macchia. -Avrei dovuto pisciarci dentro. Troia.-










 

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giovedì, dicembre 11, 2003
Stai lontano da me e assicurati d'aver preso ogni precauzione contro il contagio. La maschera antigas è utile ma non garantisce una protezione assoluta. Nei migliori supermercati vendono il kit completo per affrontare con giusta spavalderia un attacco condotto con ordigni batteriologici o chimici. Ricorda: neppure un centimetro di pelle può rimanere esposto. Poi non dire che non ti avevo avvertito. Ti ridurresti a un ammasso di carni flaccide per giunta maleodoranti che si trascinano dal letto al bagno, dal bagno al divano, dal divano al letto. Gli unici segni che annunciano la presenza di un'intelligenza umana conglomerata nell'ammasso puteolante-deambulante di carni flaccide sono brontolii crassi che, quando la sofferenza soverchia la mite sopportazione, si organizzano in precise, taglienti bestemmie. Io so che tu non vuoi diventare come me. In passato magari ti sarebbe piaciuto, ma adesso è inutile che insisti e fai i capricci -mammina, insegnami a diventare come Climacus!- sono io, il supereroe che nella tua fantasia ha preso il posto di Nembo Kid, a sconsigliartelo. Pensaci bene.
Sto approfittando di un momento di pace -stomaco e intestino, per ora, sembrano aver sospeso qualsiasi attività (evidentemente hanno bisogno di riprendere le forze per ricominciare ad angariarmi)- per lasciarti queste poche righe, scritte frettolosamente al fine di renderti edotto della mia situazione e dei pericoli che stai correndo entrando in codesto blog senza seguire una corretta profilassi. Volevo anche dirti che tornerò presto, molto presto e che questa è una minaccia. Ciao.



 

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lunedì, dicembre 08, 2003

Nel nuovo blog di tulipani, la lingua a naso, troverete la spiegazione di ciò che io chiamo "significazione paraetimologica" come prassi adottata comunemente per conferire un significato arbitrario a vocaboli di cui ignoriamo il significato autentico come sintesi di etimo e contesti d'uso. Di seguito troverete dei lemmi trascelti da una lista preparata da tulipani cui ho affiancato definizioni fantasiose e divagazioni pseudolinguistiche basandomi sui criteri della significazione paraetimologica (sindrome da emulazione di Giacomo Devoto e Isidoro di Siviglia)

SEGALIGNO:

Quando sono raffreddato e ci ho la raucedine oppure, appena sveglio, la mia voce controtenorile si abbassa fin quasi al borbottio panciuto del fagotto, rotta dal raschio tabagistico, mia madre suole dirmi nel suo bresciano schietto: "senti cume ta set segaìt." Segaligno deriva certamente dal dialetto della bassa bresciana e significa rauco, catarroso, bassogracchiante, gutturalstridulante.

GLABRO:

Ecco che il glabro mi riporta allo scabro poiché il cervello mio è organizzato come un rimario (e dei peggiori, visto che l'assonanza la vince spesso e volentieri sull'omoteleuto, ma non è questo il caso). Scabro lo immagino come il contrario di glabro: la 'sc' dura de granito -un piccolo balzo e si arriva alla 'sk' monolito - contrasta assai, contrariando se così si può dire, la 'gl' acquoreo-saltabeccante, elastica e vispa e pazzeriella come un girino giullare degli stagni che si burla d'un barboso luccio anchilosato.

MALVERSAZIONE:

"Versi in uno stato pietoso": malversazione per me est sinonimo di cachessia.

LEGULEIO:  Virtuoso del peto, procurasi meteorismo cum zuppe e tisane ricche de ceci, lenticule, faggioli borlotti, scipolle borettane. Disdegna la loffa poiché non riscalda gli animi portando giovialità e spirito cameratesco.


 

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venerdì, dicembre 05, 2003

IL MONASTERO (illustrazione di una idea balzana che sottopongo alla cortese attenzione di chiunque sia interessato a realizzare insieme a me un progetto di ipertesto interattivo integrato multistratificato subliminale escheriano full-optional sedili in pelle di camoscio d'oro 50 euro bocca 100 euro amore lungo lungo)

GIONA

Odore di vaniglia alle sei del mattino. Mi ero già fatto un'idea della
sua provenienza e ora dovevo sforzarmi di tracciare il percorso più
breve per raggiungere la cucina di Asclepia. Forse avrei incontrato
lungo i corridoi del Monastero il signor Brentano, che soffriva
d'insonnia e già una volta si era ritrovato per caso nella mia camera da
letto completamente smarrito, dopo aver girato a vuoto per chissà quanto
tempo. Ricordo che per svegliarmi mi era bastato sentire i suoi ansiti e
che nel cono di luce arancio proiettata dal visore notturno, quell'uomo
con la testa incassata tra le spalle spioventi e il pancione gonfio che
spuntava da sotto la canottiera di lana, quell'uomo che stentava a stare in
equilibrio sulle gambe ridicolmente magre e che pareva mi stesse
implorando con tutto il suo corpo, mi era sembrato uno scherzo evolutivo,
una sorta di coleottero bipede faticosamente eretto. -Non si preoccupi,
- gli avevo detto in tono conciliante, quasi gli dovessi delle scuse,
- lei non è il primo a perdersi nel Monastero... e non sarà l'ultimo.-
Indossata la vestaglia, mi feci spiegare chi fossero i suoi vicini,
lo aiutai, nervoso com'era, a fornirmi delle semplici coordinate che
potessero avvicinarmi alla meta ma non ci fu nulla da fare, quei nomi
mi suonavano completamente estranei, a testimonianza del fatto che
Brentano doveva aver attraversato centinaia di caselle prima di
approdarmi in camera. Ricordo che la Badessa, che chiamai all'interfono
nonostante il poveraccio mi supplicasse inarcando ancor più la schiena e
facendo sporgere orribilmente il ventre (che mi si mostrò per intero dopo che
la canottiera si fu ritirata), spedì i suoi uomini a prelevarlo, due bestioni
che gli si affiancarono e lo sollevarono da terra arpionandolo per le
ascelle. Be', un fatto piuttosto buffo ma certamente non insolito, se si
considera che anche il signor Templeton, la settimana scorsa, raccontandomi
di come Brentano gli si fosse parato davanti mentre faceva colazione
e lo avesse subito pregato di tacere l'accaduto alla Badessa, si era messo
a sghignazzare con le lacrime agli occhi descrivendomi la scena
dell'accalappiamento forzoso.
Forse che Brentano sia sonnambulo?

-Forse che Brentano sia sonnambulo?- dissi, avvicinandomi ad Asclepia che
armeggiava ai fornelli. -Ti sembra una domanda da fare alle 6 e mezza
del mattino?- Già, avevo impiegato trenta minuti per raggiunger di buona
lena la casella di Asclepia. Forse non avevo seguito il tracciato ideale,
quello, per intenderci, che l'aroma di vaniglia aveva azzeccato al primo
colpo. Posandole le mani sui fianchi e mordicchiandole l'orecchio, mi
lambiccavo il cervello per capire dove avessi sbagliato, quale varco o
vestibolo avrei dovuto attraversare per scorciare il tragitto, quale scelta
strategica mi avesse depistato.
Asclepia, che faceva resistenza sguisciando come un'anguilla, mi disse
che di lì a poco sarebbe arrivata Lucy con i biscotti al cioccolato che
aveva preparato iersera.
-...Ma io ne ho voglia adesso!-e le feci scivolare una mano tra le gambe.
-I biscotti di Lucy devono proprio piacerti, Giona...- disse lei, interrompendo
il saliscendi di due gemiti concertanti.
















































 

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mercoledì, dicembre 03, 2003
RICORDANDO BUDAPEST
Nella schiena, sotto la pelle e dentro le ossa l'umore appiccicoso dell'asfalto. Sopra di lui la fissità impietosa di un cielo troppo profondo, incorniciato da caseggiati e palazzi ricurvi. E ancora più dentro, il furore torpido, soffocato, di un desiderio estremo: quello di fondersi con il calpestìo che scrosciava intorno. Un calpestio che bisbigliava in crescendo, altalenante, oscillando dal trambusto di mille voci confuse al singulto unisono di una nenia ottusa.
Erano accorsi tre uomini, e poi altri tre e altri ancora che lo strinsero d'assalto, formando uno stuolo sempre più ampio e strepitante. Dall'altro lato della strada, una delle arterie del centro storico di Budapest, una folla rapita dallo stordimento ingombrava il marciapiede a pochi metri dal sottopassaggio del metro'. Tra quelle persone solo chi, come me, aveva udito lo schianto e, girandosi di scatto contemporaneamente al secondo, indefinibile rumore (un tonfo ovattato?), aveva potuto figurarsi l'impatto con il suolo, rimaneva imprigionato all'angoscia, incapace di muovere un muscolo. Era un giorno di festa. Un'intera metropoli veniva glorificata nel millesimo anno dalla sua fondazione da cittadini occasionalmente inorgogliti e turisti scodinzolanti. Tassisti abusivi, inchiavardati dentro auto ammaccate, passavano lentamente e lentamente sparivano.
Ci fu un urlo.
Per lui fu come una stilettata, una saetta verde e rossa che lo attraversò da parte a parte, mentre gli edifici foschi si inarcavano maggiormente, come per stringerlo in pugno.
Avrei voluto trovarmi nella stanza maleodorante di quell'albergo in periferia dove tutti parlavano italiano, chiuso nel bagno a consumarmi la pelle sotto lo spruzzolio fine e insistente della doccia e invece stavo in punta di piedi e vidi l'urlo materializzarsi in una donna minuta che lottava per uno spazio in quel garbuglio di sguardi. Parlava tedesco e sembrava che si stesse disperatamente giustificando, rivolgendosi a lui o a entrambi, perché potevo in qualche modo avvertire il contatto delle mani che gli strappavano la camicia e allentavano la cintura e vedere attraverso i suoi occhi sbarrati quei volti neri stagliarsi contro un cielo che assomigliava sempre più a un reticolo di china. Potevo assistere al moltiplicarsi delle ombre, mentre i primi soccorritori, accasciati vicino a lui, sbracciavano perché il cerchio dei curiosi si aprisse, lasciando filtrare un po' d'aria. La bicicletta incastrata sotto la BMW nera, la donna minuta implorante, mater dolorosa, il corpo esanime steso a tre metri di distanza, i passanti, i turisti con lo zaino in spalla, il cerchio di chi assisteva al compiersi di un rito, gli officianti, i curiosi sul lato opposto della strada, io. Bicicletta, bmw, mater dolorosa, io, turisti, unzione. Io.
Quando giunse l'ambulanza il formicolio insopportabile alla nuca cominciava già a diffondersi alle gambe e alle braccia, aprire e stringere le mani mi aiutava a scacciare uno straniamento che lottava per divenire panico. L'albergo, la doccia: quel giorno i tabelloni luminosi avevano segnato quarantadue gradi.
Budapest festeggiava e soffiava sulle sue mille candeline. Dalla bocca spalancata della metropolitana uscivano frotte di persone eccitate. Lungo i margini lastricati della strada dal nome impronunciabile, due file parallele di corpi accalcati marciavano disordinatamente, distendendosi a perdita d'occhio, fino a confluire l'uno nell'altro. L'eco della sirena si spense e mi lasciai spingere dalla corrente del corteo, moderno lupercale, immerso in un gorgo di canti alticci, risate, gridolini, parole incomprensibili ma taglienti come rasoi. Lui era morto, ne ero certo: una di quelle risate mi attraversò da parte a parte, saetta verde e rossa.
Ma se la morte mi aveva contagiato, lo stesso non riuscì a fare la vita.

 
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Giovanni Pisano; Giudizio Universale

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