apologie e apostasie di un trepido "The inflated style is itself a kind of euphemism."
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Comunicazione di disservizio agli amici trepidi e intrepidi sparsi per tutta la Galassia (antonomasia) Dal momento che ho dato fondo a tutte le mie risorse intellettuali per redigere le bozze dei prossimi centonovantadue (192) episodi de "la vita romanzata (...) prestatosi ecc.", ho ritenuto doveroso concedermi una meritata vacanza a Davos, nelle vicinanze della montagna incantata, per ritemprarmi e nel corpo e nello spirito appo il mio gentile ospite nonché mentore Settembrini. L'attività del blog rimarrà perciò sospesa per qualche giorno. A tutti voi un caloroso abbraccio. Sentirò la vostra mancanza (e voi sforzatevi di sentire la mia o sporgerò reclamo a chi di dovere). Arrivederci a presto. Climacus scritto da Climacus | 30/01/2004 14:56 | commenti (16) |
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La vita romanzata di un feuilleton prestatosi di mala voglia al book crossing (terza puntata)
Binario sei. Banchina. Il regionale Brescia-Parma, acciaccato e con la solita espressione amareggiata, serra le bocche e, con la cautela di uno sciancato, si avvia, claudicando verso il deposito. Lo guardo e lo commisero, povero diavolo, mentre rimpicciolisce stancamente: un refolo di venticello malevolo mi solleva un ciuffo di capelli; una zaffata all'aroma di stazione (simile al lezzo dei treni ma con l'aggiunta di grasso per ingranaggi), mi devasta definitivamente il riporto. Il primo impulso è quello di piangere, il secondo è quello di abbattere a colpi di ventiquattrore il tabellone di arrivi e partenze, il terzo, che decido di assecondare, è quello di sporgere reclamo contro le zaffate scompigliatrici di riporto a un funzionario delle FS in borghese, camuffato da operaio con tanto di patacche nerovischiose sulla blusa carnascialesca. Il funzionario, certo un elemento di spicco nell'organigramma aziendale, si è talmente immedesimato nel suo ruolo fittizio da mandarmi a cagare in perfetto dialetto parmense. Decido di lasciar perdere, conscio del fatto che gli basterebbe una telefonata a un politicante prezzolato per stroncare la mia carriera come la mia reputazione. |
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La vita romanzata di un feuilleton prestatosi di mala voglia al book crossing (seconda puntata) Sulla panchina, il libro squadernato attira l'attenzione di chi va e di chi, per poco o per un nulla, resta. George, il caffè era tiepido. Lei sa che mi piace bollente. E veda di ritrovare i miei preziosi pince-nez. Faccia accomodare il signor... il signor... Non c'è bisogno che mi riverisca, signor De Santi. Siamo o non siamo vecchi amici? George, accompagni il nostro caro De Santi nello studio. Mi dia il tempo di rendermi presentabile, e sarò da lei, caro De Santi. George, i pince-nez, per favore. Orsù, si sbrighi: è indecoroso, per un maggiordomo, restarsene con le mani in mano e i pantaloni calati fino alle ginocchia. George, la smetta di frignare. I bambini frignano. Sopravvivere. Non sopporto l'odore dei treni. Sopravvivere. Tra cento anni i treni avranno lo stesso odore o non saranno più treni. E' odore di copertoni. E' l'odore di un cimitero d'automobili; io me lo immagino così, il cimitero, come un odore di treno. Ora saliranno gli studenti dell'istituto d'arte, saliranno prima i pirsing poi i capelli trattati con uova e scaglie di sapone di Marsiglia, saliranno creste impomatate, stracci di vestiti, zaini espressionisti, zaini murales, l'arte dei graffiti, saliranno ombelichi che andranno a disporsi sotto gli sguardi di passeggeri distinti, con la loro aureola ostentatamente erogena, come a dire: -ehi, io sono imparentato al pozzo dei desideri, fatti un giro, scivola, pattina dove il ghiaccio scricchiola: ti piacerebbe, vero?- Due ragazzine prendono posto vicino a me. Mi sono dovuto piegare per raccogliere la ventiquattrore sotto il sedile e poggiarmela con noncuranza sulle ginocchia. Un atto privo di necessità, senza dubbio: d'altronde le ragazzine adorano gli uomini di mezza età, sposati e con figli a carico(sopprimibili), sposati (una moglie che meriterebbe d'essere spedita in Borneo) e con figli a carico (cacciatori di teste: che sogno di corpi decapitati!). Adorano in particolare gli uomini come me. Seduttori per il solo fatto di essere così e non colà. A me basterebbe uno sguardo in tralice, un'occhiata che scintilli tra la ventiquattrore e i pirsing al sopracciglio, un dondolio di occhiate allusive che barbagliano tra ventiquattrore (pelle) e pirsing, piroettando attorno al semiorifizio scoperto, per portare le ragazzine in gita sul torpedone della perdizione (già che ci sono, fiducioso, mi do una grattatina alla saccoccia). Sono un professionista in tutti i campi: avvocato di successo, seduttore infallibile o supposto tale in mancanza di prove comprovate. Sento la vocina afona che dice: -Parma, stazione di Parma- e come ogni mattina da dieci anni a questa parte penso che dovrei sporgere reclamo a chi di dovere perché la vocina sia sostituita da una vocetta blesa di prostituta colta. scritto da Climacus | 24/01/2004 09:53 | commenti (29) |
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elaborazione del lutto scritto da Climacus | 23/01/2004 13:40 | commenti (18) |
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Avviso ai lettori de "il monastero" Su, tutti di corsa andate a visitare il blog di Brentano e quello di Asclepia. Da Asclepia scaricherete un file musicale. Da Brentano sarete inchiavardati alla sofisticata gogna del replicatore. I link sono laggiù, appena sopra Pisano. E ricordate di complimentarvi con Akin, perché lo merita. Passo e chiudo. scritto da Climacus | 21/01/2004 16:23 | commenti (2) |
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Ieri sono andato dal dottor O. Gli ho detto: "lo sa che ho un dolorino proprio qui?" Lui mi dice: "qui dove?" Io gli indico il punto in cui si addensa il dolorino. Lui non si muove dalla sua poltrona in penombra. Probabilmente non sta neppure guardando. Non posso saperlo perché sono disteso e lui è fuori dalla mia visuale, ma ne sono certo. Quando si sposta, anche di un millimetro, persino quando muove la testa, la poltrona sospira. La poltrona non ha sospirato. Dice: "il suo fegato è in pessime condizioni. Deve smettere di bere." Dico: "cazzo, è terribile!" Dice: "il suo fegato si è ingrossato. Lei gli fa fare gli straordinari. Troppo lavoro e il fegato si ingrossa. Si ingrossa, si infiamma. E la avverte con un dolorino. La avverte che lei deve smettere di bere." Dico: "mi faranno la biopsia!" Dice: "no, non ce n'è bisogno se smette di bere." "Ma io sento la necessità di bere! Non lo faccio per ubriacarmi. Non crederà che io sia così superficiale! Bevo per rilassarmi e dare il meglio di me stesso." Dice: "perché non prova a cercarsi un lavoro? Lei è insoddisfatto. Un lavoro potrebbe darle gratificazioni e l'autostima necessaria per provare ad avere una vita affettiva e sessuale soddisfacente. E non dimentichiamo il lato economico della cosa. Lei si crede autarchico, eppure conduce un'esistenza da mantenuto o quasi." "Ieri ho fatto un sogno che mi ha inquietato molto" dico. "Posso raccontarglielo?" scritto da Climacus | 21/01/2004 16:04 | commenti (7) |
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Salve, amici vicini e lontani. Mi trovo in un certo imbarazzo a concionare da un luogo che mi è poco congenitale ma, ottenebrando all'impegno che ho sottoscritto e controfirmato (presente notaio e segretaria del notaio alquanto avventizia), mi sforzerò di essere chiaro e concistoro. Come probabilmente non inalerete, i lavori in loco Monastero procedono al rallento ma purtuttavia procedono ( lentamente). L'appello, se dir così si puote, di Asclepia-Tulipani, cui vi rimando per ulteriori certificati, lanciato dalla sottoscritta in una situazione delicata come quella che le maestranze si trovano a vivere in queste istanze particolarmente drammaturgiche, cade a fagiuolo come un fulmine a ciel sereno o come il caglio sui mascarponi: insomma, giunge a puntina. Volendo entrare nel merito del questionario sollevato da Tulipani e riassumendo molto per razioni di spaccio, il messaggio vibrato dal pulpito asclepico invita le maestranze a sussumersi il compito di aumentare la riproduzione e a farsi incarico d'una rinomata fiducia nel progetto di ipertesto interattivo ecc. amore lungo lungo (100 euri) (50 solo bocca, come spiegato esaustamente nel foglietto illustrativo che poi è una carta di incentivi e una dichiarazione pragmatica) ideato non creato da Giovanni Climaco. Premesso che: A) Il nuovo racconto di Akin è ormai in derivazione d'arrivo, come evidenziatomi da una missione punitiva dello stesso Akin che mi giunse pochi mesi or sono per posta dinamitaria B) Reme, vale a dire Lucy per chi non ne fosse azzimato, ha presentato giuramento solvente che presto tornerà a divisarsi nel ruolo di sua stretta dotazione, il che vuol dire, in parole rispolverate, che presto tornerà a divisarsi nel rullino di marcia di Lucy C)Eddie è in attesa di una sollecita, con cui lo si solletica a partecipare agli sviluppi nei suoi risvolti del romanzo medianico D)Ekatherine, un tempo entusiasmica, potrebbe ricominciare a farsi recalcitrante per una investitura da Badessa che, tra parestesia, è una parte che fa gola apparecchi (tanto che la gran maggiorata della mia posta elettronica è complementata di lettere d'aspiranti Badesse cui devo dire NO in modo edulcorato ma fermo, specificando (vedi annessi e commessi) che il cast sarebbe anche completo se non ci fosse qualche introppo burocrastico) E) Tulipani espettora dalla voglia di scrivere io, Nazzari Spezia Carlo, ho creduto di fronte a dio e agli uomini di adombrare alla richiesta di Tulipani con un racconto cui ho ingerito il difficile compito di smuovere le acque stantie del Monastero, ritenendo, cosa non trascurabile, di obliterare altresì comenò alla delega recepita da Giovanni Climaco (prendendo due fave con un'allodola), il quale si affidò al mio insindacabile talento per risanare le sorti del suo blog, il quale blog, prima del mio intervento che poi capirete di quale entità è il mio intervento, rispecchiava con la sua parabola discendente la discendenza delle stesse abilità cognitive e neurovegetative di cui sopra al paragrafo 3 dal titolo "il trasnuvolatore trepido in declino: la triste declinazione di Climaco". Ho perciò pubblicato in due sedi distinte x e y il brano in aggetto, dove x è evidentemente la sede più opportuna e y quella più importuna e cioè, reciprocamente, il mio blog (qui) e il blog in cui mi trovo proprio ora nel memento mori in cui vi parlo. Amici vicini e lontani, non mi resta che angariarvi una serena e, ove consentito dalle leggi vigenti, edificante lettura. Vostro, Carlo Nazzari Spezia Sunto puntate precettate: Giona, avvelenato da una spremuta affatturata confezionatagli da Asclepia, ha appena vomitato in una camera che, almeno a prima veduta, sembrerebbe disabilitata. Il lavello s'è intasato. Non mi va di fare un lavoro sporco, per giunta a mani nude. Ma trovare uno sturacessi in questo appartamento simile a un reliquiario sovrabbondante potrebbe essere un'impresa suicida, vuoi perché i superammassi di cornici vuote e pannelli e listarelle e assicine di legno schiantate (residuati della crociata anti-iconodulia e anti-modanaturadulia) di cui questo posto pare riserva inesauribile nascondono sempre chiodi arrugginiti untori di tetano, vuoi perché qualcuno, vedendomi frugare nel ciarpame, potrebbe scambiarmi per un ladro ed è fresca di stampa la circolare firmata Bolaffi, sottosegretario alla Giustizia, che vieta ai ladri di rubare, pena la 'deiezione dal rango di Soggiornante con conseguente arresto e carcerazione nelle raffinerie sotterranee di Chora'. Mentre penso con brividi di sincera repulsa ai racconti sulle leggendarie Raffinerie Monastiche che i nostri padri solevano usare come spauracchi contro gli atteggiamenti indisciplinati dei marmocchietti -Giona, se continui su questa strada finirai col discendere nell'inferno della merda chimica, dove le tue chiappette grassocce saranno territorio di conquista per uomini a tre teste e mostri itifallici- mi mondo la bocca e smoccolo il naso in un guanto solopollice di feltro pesante, di quelli che si usano per maneggiare padelle roventi, e infilo bestemmiante un braccio nello scarico tappato. Estraggo una palla di capelli e materiale di natura sconosciuta che lancia un gemito della rotondità di un peto quando, con una destra manata, lo spiaccico contro il muro. La spremuta gastrica ribolle per un istante nel lavandino, prima d'essere risucchiata con un gemito tetragono all'incirca quanto un rutto. La mia risata non tarda a sgorgare: "ih, che strombazzata perepepé" mi ritrovo a pensare, mentre il riso s'acumina fino a rasentare il richiamo accalorato di un pavone. "Ih, che altisonanti lai", mi sorprendo a pensare, e la risata rinuncia al suo rango "ih, deiezione, Soggiornanti, ih" di risata per frullosfrigolare ad altitudini da vertigine sopranile, ché tanto sto evacuando i polmoni, sono di già in apnea, forse un embolo è lì lì per staccarsi, ma checcazzo è una goduria densa e rotonda come invasi di sperma sentire le corde vocali che si sfilacciano e il cuore che martella ottomila battiti al minuto come quello d'un ragno ottomila come quel ragno di capelli e pappetta ovarica che mi guata grillo parlante spetasciato al muro e poi poi poi si ferma, resta sospeso eternamente riparte aritmicamente pompa ripompa. Un braccio liscio mi morde il collo. E' una presa da guardiano. No, è una presa da judoka femmineo, femminea la presa. -Sei pazzo, Giona!- Uh, certo che no, mi manca molta gavetta. Intanto respiro bene bene per abbandonarmi rinsavito a un diletto maschile per forma, femminile per sostanza, un diletto che mi tira i capelli ma lo fa forse lo fa quasi fosse forse una carezza. Una carezza tipovirago, non so se ti è familiare, Lucy. scritto da NazzariSpeziaCarlo | 19/01/2004 16:07 | commenti (18) |
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La vita romanzata d'un feuilleton prestatosi di mala voglia al book-crossing Sopravvivere. Non male come inizio. Vi si legge l'incredulità dell'individuo di fronte alla propria caducità, lo sgomento del singolo che si prosta facendosi il segno della croce con la mano sinistra, oltraggio a pubblico ufficiale, una volta rassegnate le dimissioni dall'eternità della creazione, uno sgomento non privo di diabolico sarcasmo, ma spaventevole da qualunque lato lo si guardi, perché rinunziare allo spirito, svestirsi dell'anima, rendere a dio quel che è di dio senza rigettare la materia bensì vificandola con una linfa tutta speciale, veleno per lo spirito (ma a Lui non importa: è stato fatto evacuare) che è un assortimento illimitato di fobie e tremori, è forse l'oltraggio più oltraggioso, il peccato più peccaminoso contro la Natura umana, la quale è vendicativa e non ci mette nulla a escogitare strabilianti quanto crudeli ritorsioni contro chi l'ha tradita e vilipesa. Ma come si fa, vi chiederete, a sbarazzarsi dello spirito lasciando così che l'anima migri, smarrita la bussola, da un organo all'altro, di tessuto in tessuto, di cellula in cellula, di proteina in proteina, di carbonio in idrogeno in cerca di casa senza mai soggiornare né acclimatarsi né partecipare ai piccoli e grandi lavori di piccoli e grandi metabolismi? Esercizio fisico, innanzi tutto, e lunghe ore di preghiera inframezzate da sessioni di sonno simili a letarghi; sbarazzarsi di moglie (insopportabile) e figli (sopprimibili), fare in modo che il proprio studio legale affondi i piedi nella melma per poi disfarsi, come un biscotto nella soda caustica, come un dado knorr vegetale nella minestra insipida e infine simulare il suicidio, badando bene a non eccedere troppo con le dosi o ledere zone vitali, impegnandosi a trascorrere almeno tre anni in una famigerata clinica psichiatrica per ex-abbienti.
a presto per la prossima puntata.
scritto da Climacus | 16/01/2004 17:58 | commenti (15) |
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Divertissement 301 (titolo suggeritomi da George) L'eroe imbecille credendosi poeta ama Cervantes, odia Carducci, è fanatico di Campana (che non ha mai letto), ha inoltre studiato teologia per conoscere ogni sfumatura del libero arbitrio. A volte lo trovi al cinema, quando la battaglia non infuria. Se non è al cinema è in prigione. Pontifica impalandosi al pennone nel piazzale delle caserme militari, applaudito con sincera ammirazione per il suo coraggio dai caporali. Si definisce 'ciarlatano' e il suo motto preferito è "si Dieu n'existait pas, il faudrait l'inventer." E' ipermetrope. |
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cardiopatico dilAtrebor (cacca sperimentale che dedico a lei) non ti sento (sei livore non ti sento (sei mistral sei il ( fuori resto sotto presto dentro entro resurrecto (fica culo oh oh oh) se mi chiedi dove (merda) se mi dici come / io non so perire per (fica) non so sperticare per (ti giuro! / fuori dentro non ti sento prendo parto poi m' apparto tu m'app (merda) orti -serenità AH! -serenità AH! \ (sento che mi sto apprestando a pre (fica) clu (fica) de (ficcanaso) rmi (culorotto facci il botto carnevale g g g-niente male)strade ch'appartengon a entrambi che entrambi dovremmo (va' a cagare)tentare di (cagare)lastricare d'intenti bbuoni (se non ottimi se no n otti mi /se non opti per me che ti venga (non te l'auguro nemmeno\ (culo) e fica dico culo e fica dico con una tale intensità che ammemi si romperanno (culo)le acque (ma vai a cagare) scandisci bene:ma va i a ca ga re ( ga ga rin (spazio permettendo ( non ti sento esco dentro fuori sotto pian pianino truovo 'l trillo giusto (dammi corda) (merda) troppo troppo mi diverto no! divergo (bi-bi-bibergo est (bi-bi-bibenda (fica ) bibenda (frica) bibenda (afrìca) ficA (mi chiedi di stremarti stremandomi mma mme fa mmale ttruoppo mmuovimuento (certo che sei una testa di) movimmento (testa di (moto fuori |moto dentro ! moto fuori dentro (sotto sopra dentro esco fuori moto fuori tempo mi rintruoni) di di mi chiedi di stendermi oltre il tappeto elastico distendermi fuori dal vicolo cieco distendermi tra uomini di spelta ragni di spelta feci la scelta felci di spelta? di spelta? (testa d'un cazzo (dentro fuori zigzagarin (spazio permettendo martedì dì mi chiedi dì) mi chiedi mi chiedi e io col cuore (fica) in mano (con un cuore in meno) e io ( mi chiedi e io (dovrei? dovrei? scritto da Climacus | 11/01/2004 05:44 | commenti (14) |
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Invocazione cogitabonda alle deità della sfiga Deh, inclite Vicissitudini, perché vi siete dimenticate di chi si proclamò vostro servitor fedele col dichiararsi afflitto da una improcrastinabile volontà di barcamenarsi tra i rollii e beccheggi causati alla sua instabile saldezza dai marosi dei fortunali esistenziali? Vi avevo chiesto di colpirmi con scadenza settimanale per salvaguardarmi dall'inerzia che, svogliata tormentatrice, mi sferza di noiose carezze, mi massaggia come faceva quella parrucchiera sempre sbuffante -deh, che lavoro gramo mi tocca sgranare pannocchia dopo rosario, pisello dopo fagiuolo, capello riccio dopo capello mosso post capello liscio, crespo, fluente, doppia punta su doppia punta, raspando con le unghie fiocchi di forfora come chicchi di grandine asciutta, deh, che gramo lavoro da spigolatrice-piluccatrice-lavandara-mondina delle chiome folte, sfoltite, stoppose, setolose, fritte nell'olio di palma, delle cuti grasse, secche, incartapecorite dalla psoriasi, rattrappite da piogge acide e golden shower, candeggiate, sbracate da sinistri intrugli paghi due compri tre al discount di via delle Martore al numero mille- come faceva, dicevo, la pettinatrice che tra un porco qua e un porco là, bisticciando telepaticamente con marito e figli, mi procurava fitte di tricotico rilassamento, quello che induce un'estasi shampoo-balsamica che subito sortisce l'effetto di decontrarre lo sfintere, la parte del corpo più sensibile ai fattori stressori della vita moderna contemporanea, producendo un effetto retroattivo -perdonate l'infelice gioco di parole- che non sto a spiegarvi ma che è simile a quello studiato nella Lampreda (cui rassomiglio non poco nella semplicità preclara del mio essere), che procura, e concludo, un accesso violento di somnium scipionis indesiderato perché la posizione in cui ci si trova, mi venga l'orticaria se non è vero, è la più indicata per rompersi la seconda vertebra cervicale. Bene. Voi vicissitudini, collo scaraventarmi a rotta di collo nell'arena ignudo e irrigidito dal freddo che, come è risaputo, fa regredire il pene a una fase pre-puberale suscitando lo sberleffo del pubblico, coll'oberarmi di zavorra per evitarmi voli pindarici verso sogni a dodici dimensioni da visionare con la testa tra nembi di elettroni e anticirri d'antimateria con gli speciali occhiali che ignorano Heisenberg e fors'anche Newton per preferirgli Campanella e il Platone de "la Repubblica" (non è Ezio Mauro, ma il matemistico che si presume non abbia scritto gli agrapha dogmata); voi Vicissitudini, col rimembrarmi che sono sfigato e che non posso permettermi di passare la giornata come un Leibnitz in catalessi che al suono della parola Teodicea si ridesti di soprassalto esclamando "Dio buono!", coll'instillarmi sospetti, paure, manie di persecuzione, timori di congiure, ansie di prestazione e tutti quegli spettri che vigilano sullo sfintere e ne assicurano la contrazione, mi riportate alla consapevolezza sbrilluccicante che la reazione agli stimoli esterni pericolosamente invadenti deve superare per intensità il valore degli stimoli stessi, ché, in caso contrario, non vi sarebbe fattività alcuna, e l'uomo, me lo insegnate voi, filosofi ipocondriaci, è quello che fa e non quello che mangia, anche se per fare deve mangiare e per mangiare deve fare e per fare e mangiare dire baciare lettera testamento deve essere, ma l'essere, se vuol liberare il proprio potenziale, deve tradursi in atto, in effetto di cui in qualche modo esso hic haec hoc et nunc è causa efficiente e non so se mi spiego, fratelli. Dunque vegliate, care vicissitudini, tornate a tartassarmi, aiutatemi a realizzarmi, fate di me un superclimaco, mostrate al mio papà che non sono un fancazzaro ma che, con le spalle al muro e il plotone che attende la mia ultima boccata di sigaretta, so cavarmela da bravo ometto. |
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Ah, l'ammorre! tutto a te è consentito, vacci piano con i tagli, tendini: che singolare spettacolo, tutto puoi disfare, non recrimino, spezza, disprezza, tutto è per te o me lecito se, ricovero, tutto per me è lecito se, tremi e fa freddo, tieni, infilati il cappotto che ti lancio gelandomi no piuttosto refrigerio mi va di chiamarlo, serena, fremente, brrriiii, brriiii, refrigerio magniloquente altisonante mi va di chiamarlo, e non ti sfugga la parodia, oh cristo, a te: stigmatizzi piccole porzioni di scottex altrimenti soggette a dermatiti, fai e disfai, come se, già, tu non mi ascolti, davvero? come se tamponassi ferite non tue né mie, come se... tu credi nella coesistenza di tu credi nei dotti biliari io nei dotti biliosi vascolarizzati, alle flebiti io credo, tu, io, tu , io, serenamente divisi bensì talmente fuorviati dalle circostanze, dagli oroscopi succinti commentati in breve, dal planare d'aerei un po'più grandi di meteoriti simili a pianeti abitualmente abitati nelle stagioni rigide sulla pista d'atterraggio in terra battuta stucchevole cosìssia bordata di fuocherelli d'accendino e braci di camino e ciclamini magnitudo dieci da avvicinarci , proprio come quel motorino che ascese in cielo mentre ti meravigliavi di una tale epifania così benedettamente inusuale e ti bagnavi di gocciole di benzina spruzzate disse il meccanico per intercessione di Santo Stroboscopio protettore degli alienati, ma io ti ho amato, arrivo al dunque non tergiverso chiù di lacerazioni che in fondo mi procuri stop, con quel ghirigoro di pneumatico sulla fronte amandoti oramai ora, il tempo mi sfugge ma è tardissimo per confessarlo, lo confesso, fregauncazzo, perché (scusami, non voglio rovinarti l'epifania) l'aereo cabrando si piantò stoccafisso nella fanghiglia a tre metri dalla pista e bandiera issata si tramutò in tizzone mammamia fu così: il bacio che mi piantasti in fondo al palato, germoglierà, cristo dio, però ti supplico metti da parte in un cantuccio riservato quel rancore che mi serbi non sopporto no non sopporto fasciature. Strette. (baciami finché non ti accorgerai di svenire, morire sarà un piano passeggiare, non certo come ostriche tagliare, morire sarà avvincente e indolore, come rabbrividire, come sudare, baciami finché non sarai convinta che, io, te, io, te, io, te) (tic tac tic tac tic tac) (zum pa zum pa zum pa) (pa) scritto da Climacus | 04/01/2004 05:53 | commenti (15) |
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Buongiorno Giò
Dormito bene? Spero di sì. Ricordo d'aver lasciato decantare in calici di cristallo un lungo discorso sul dopo '98. Hai mai visto un sommelier al lavoro? Dopo essersi empito le nari dell'aroma composito, sorseggia e mastica, affinché il vino sprigioni ogni suo caratteristico sapore: mastica mentre Dioniso gli carezza il palato e la lingua, il gargarozzo gli solletica, pronto a cospargergli le gote di cipria rubente. Mastica confettura di prugne, tabacco pregiato, spezie, cuoio, persino le zolle di terra nera che sono state il grembo del vitigno e poi deglutisce e, mentre il vino gli titilla l'esofago e le porte del cardias si spalancano sullo stomaco ribollente di succhi gastrici, il sommelier rimane in ascolto, teso come un levriero alla posta, valutando la persistenza e stando attento a smascherare retrogusti che deturpino la bontà del prodotto. Finally emette la sua sentenza, seguita da un breve, attutito rutto: - Oh, dolce nettare dal tannino vellutato che mi liberi dalla mestizia e gioir mi fai il palato, perché mi seduci e al fin nelle fauci mi lasci una coda di sapor sgraziato?-
E ancora: - Esto vino sa di tappo e muffa e forse forse...aspetti che ne mesco un altro goccio ...ecco! Un ignobile moscerino della frutta ha scambiato il calice per un vespasiano. Che Dio ti fulmini, moscerino della frutta!-
scritto da Climacus | 01/01/2004 11:14 | commenti (13)La mia cantina è diventata la necropoli delle saturnie, farfalle notturne che sembrano uccelli e che hanno le ali smerigliate: guardale contro luce e vedrai una polvere finissima aureolarle in volo come cenere d'ossa. Ognuna di esse, e sono tante, si getta in un bicchiere, scuote per un istante il corpo vermiforme e annega: in superficie rimane la polvere, la falena ha già raggiunto la feccia e il vino è da buttare. Mentre uscivo dalla clinica, le ragazze anoressiche si erano date appuntamento lungo il corridoio che portava all'androne: "Te ne vai così presto?" Fu la prima e unica volta che mi rivolsero la parola. Alcune di loro avrebbero trascorso altri dodici mesi in quell'albergo. Altre non ce l'avrebbero fatta. Non ebbi il coraggio di voltarmi per ricambiare i loro saluti pregni di angosciosa speranza; proseguivo diritto, biasimando, per farmi forza, gli occhi sporgenti e le manine ossute che invidiavano quella mia processione verso l'esterno; oltre la porta a vetri, oltre il filo spinato, la platea di sguardi -ne sentivo il peso- rimaneva abbarbicata alle spalle che guadagnavano la quinta. Falene gracili che scuotono polvere, polvere impalpabile ad ogni battito d'ala come di ciglia. Credevo che quell'esperienza mi avrebbe reso più forte. Tornai quasi subito a frequentare gli amici. Per loro ero irriconoscibile e non solo esteriormente. Non potendo guidare, mi facevo accompagnare nel solito luogo di ritrovo da mio padre: un cascinale abbandonato che avevamo adibito a sala prove molto tempo prima e dove, era settembre, la mia band organizzava serate musicali per una cerchia ristretta di conoscenti. Suonavo un paio di pezzi mentre papà, nascosto in un angolino, mi lanciava occhiate rassicuranti e poi, senza dare spiegazioni perché terrorizzato da quell'andirivieni di visi familiari, staccavo la chitarra dall'amplificatore e mi facevo riaccompagnare a casa. In macchina, sentendomi al riparo, prendevo a sfogarmi e piangere per poi ingabbiarmi in un silenzio ostinato, quando il cascinale era troppo lontano per spaventare. I miei amici, benché la crapula li marchiasse d'un efferata euforia, erano abbastanza sensibili da evitare domande e, soprattutto, non facevano nulla per trattenermi. Lasciavano che comparissi e svanissi a mio piacimento. E ora devo fermarmi. A risentirci Giò. Climacus Buon anno, amica mia. |