apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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giovedì, febbraio 26, 2004

APOLOGIA DEL CODARDO (il coraggioso apostata)

 

sciogli le riserve, sono ambasce morali, sciogli, allenta i morsi,     timori esiziali. Che io sia vivo, che io sia morto: è indifferente. A te,                             a te la scelta come vocazione,

da te riparo,              da te

 che sei pronta a salpare, così salda, mai compromessa, così salda,

    pronta a salpare                            ,   

       pronta a salire,                

    salva       mi.


 

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martedì, febbraio 24, 2004
Alle 11:18 Laura mi scrive:
Se sei dal dottor O. mi piacerebbe che ti fischiassero le orecchie. Besos
Alle 13:30, Climacus scrive:
Buongiorno mia venerabile.
Le orecchie non mi hanno fischiato, però mi prudevano. Vale lo stesso?
Il dottor O. si è preso una settimana di vacanza. Come al solito non mi ha detto dove andava e neppure perché vi si recava (dove?). Lo frequento da sei anni e di lui non so nulla, neppure l'età precisa. So solo che è sposato e che di recente ha subito un intervento alla prostata. So che è uscito dal tunnel del tabagismo e che mi ha indotto con uno stratagemma del cazzo a non fumare durante le sedute: chiedermi esplicitamente di astenermi dal fumo per quarantacinque minuti sarebbe stata una coazione da parte sua, e questo va contro la sua deontologia. Osserva le procedure con scrupolo maniacale. Quando gli chiedo qualcosa sul suo conto, lui mi risponde con la domanda più insulsa che ti possano fare:
-secondo lei?-
E' evidente che esiste una regola che gli vieta lo scambio reciproco di confidenze con i pazienti. Ho l'impressione che se ci incontrassimo casualmente fuori dal suo studio, farebbe finta di non riconoscermi. E' una fortuna che non sia mai capitato. Sono sicuro che gli salterei al collo (è un omone di un metro e novanta ben piantato, con il fisico panciuto ma orgogliosamente solido di un vecchio montanaro).
Dialogo tipo
-Lei non è originario di Brescia, vero?-
-Secondo lei?-
-Secondo me no. Quando parla ha una cadenza che imita quella bresciana, rimanendone distaccata.
-Ha ragione. Non sono nato a Brescia.
-E dove è nato, se si può sapere...
-Secondo lei?
-Trento oppure Trieste. Sarei più propenso per Trieste.
-Come mai proprio Trieste?
-Perché è la città di Svevo e io mi sento un inetto con una buona dose di culo, come Zeno Cosini. Faccio sempre centro nel bersaglio sbagliato.
-Allora mi detesta... Il libro comincia proprio con una prefazione del dottor S. che dice: "Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere." [O. è straordinariamente colto. E' già capitato che mi citasse a memoria e in lingua originale versi di Baudelaire o Prevert]
-No, vorrei soltanto che mi chiedesse di scrivere un'autobiografia che si premurerà di leggere con la massima attenzione.
-Ritiene che io la trascuri? Che non dia il giusto peso al suo caso clinico? Oppure ritiene di non essere un soggetto abbastanza interessante per quel dottor O. che lei ha idealizzato?
-Stanotte ho fatto un sogno che mi ha molto inquietato. Posso raccontarglielo?
 



 

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sabato, febbraio 21, 2004
UCCIDETEMI PER FAVORE.

(non è un post disperato)
(direi piuttosto che si tratta di un post pragmatico.)
(mi sento come se avessi contratto la mononucleosi da un pastore tedesco)
(dovrei farmi una doccia)
(bruciare i vestiti)
(disinfettare le lenzuola)
(smettere di sgranocchiare cimici)
(masturbarmi una decina di volte consecutive)
(giocare a bowling)
(ballare musica afro a piedi nudi con una donna che fomenta i miei più bassi istinti nobilitando nel contempo il mio spirito e purificandomi l'intelletto dagli errori e i pregiudizi, le superstizioni e le false credenze, guidandomi per mano all'aletheia traversando i sentieri dell'episteme)
(devo smettere di angustiarmi col pensiero ossessivo-compulsivo che recita né più né meno così come i sogni sono allucinazioni dormienti, le allucinazioni altro non sono che sogni veglianti [Pierre Rabais])
(ho la punta del naso gelata e gli gnocchi in tavola)

 

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giovedì, febbraio 19, 2004

Netta mi è sempre vicina. Io non so esprimerle in altro modo la mia gratitudine se non pubblicando un commento depositato nel suo blog in cui mi ero lasciato andare alla rievocazione di ricordi autentici, senza badare alla forma e in preda ad un trasporto che ora non riesco più a percepire né ritrovare. Lo dedico a lei per una volta ancora, insieme a una poesia di Laforgue.

Ti amo, proprio come ho amato il camionista scozzese che riusciva a capire il mio inglese monosillabico e che mi ha offerto da bere parlandomi di sua moglie e insegnandomi nel contempo posizioni ardite del suo personale kamasutra, proprio come ho amato un poeta americano che ho incontrato a Orta San Giulio e mi ha offerto da bere e da mangiare spiegandomi che suonava il violino, ragion per cui io gli dissi Paganini è fico nel mio inglese monosillabico e lui mi rispose Paganini mierda nel suo italiano più-che-dignitoso. Ero molto giovane e lui era un cinquantenne con stivali da cowboy, capello lungo, fisico asciutto, occhi guizzanti, voce profonda, mani da poeta-violinista. Ed era generoso e di una pazienza commovente perché io piangevo per Sara e gli parlavo di Sara nel mio inglese stentato monosillabico e lui mi ascoltava e mi riempiva il bicchiere di bourbon e mi chiamava Charles, Charles ricorderai ciò che ora ti fa desperare con uno sorriso, you know, charles, sono proud de averte conasciuto.
E ora ti canto Laforgue come ti avevo promesso: "al chiaro di luna / amico Pierrot/ filiamo, in costume, / lassù presidiamo!/ il mio cervello/ è morto davvero./ Cristo se lo porti!/ Dinnanzi alla luna/ restiamo, la bocca/ aperta a zero. // Inconscio, dentro di noi scendete per riflessi:/ imbrogliate le carte, i dizionari, i sessi./ Per cominciar, come un fachiro io piroetto!/ (prima dell'uso, agitare il poveretto)./ Ho il cuore casto e vero come una buona lampada;/ sì, sono inciso in rame, al pari di una stampa. // Venere enorme Reggente/ già langue all'orizzonte dei greti;/ è l'ora, brava gente,/ gente nata accasata, di stordirsi/ in gorgheggi di sogni prolungati!/ Coribante, le coperte ai quattro venti!/ Disloca i tuoi pudori, abbasso i limiti!/ In candido costume io farò il cigno,/ dopo di noi il Diluvio, o Leda mia!/ Fino a che roteino i tuoi occhi vitrei/ e tu ti scuota in orrende risate, / hop, liquidiamo sugli orizzonti insipidi/ i minuetti delle nostre pagliacciate! // Toh, l'Universo è a rovescio!/ -Tutto questo fa molto onore a voi,/ Lord Pierrot, ma e poi? (...)
Jules Laforgue, Complainte de Lord Pierrot




 

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domenica, febbraio 15, 2004

La mia sparizione dal blog è dovuta in parte al fatto che, da una settimana circa, sono impegnato a dimostrare che posso farcela: leggete la mail che mi hanno spedito

Seduti alla scrivania, sollevate il vostro piede destro dal pavimento ed eseguite dei cerchi in senso orario. Mentre lo state facendo, con la vostra mano destra disegnate nell'aria il numero "sei" partendo dall'alto, cioè dalla "stanghetta", non dal tondo. Il vostro piede invertirà direzione, e non c'é nulla che possiate fare per impedirlo...

Provate anche voi e capirete le ragioni del mio disagio. A presto


 

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domenica, febbraio 08, 2004

dal dizionario del diavolo di Ambrose Bierce (l'autore risulta disperso in Messico dal 1914) ho trovato tre definizioni che potrebbero ispirarmi a breve la composizione di un bestiario.

Gambero: un piccolo crostaceo simile all'aragosta ma meno indigesto. "A mio avviso si potrebbe affermare che la saggezza umana è mirabilmente rappresentata e simboleggiata in questo animaletto: poiché, laddove il gambero cammina solo all'indietro e gode soltanto di una visuale retrospettiva non scorgendo se non i pericoli già trascorsi, così la saggezza dell'uomo non lo mette in grado di evitare le follie che intralciano il suo cammino, ma unicamente di riconoscerne la natura dopo averle commesse" (Sir James Merivale).

Gatto: automa morbido e indistruttibile fornito dalla natura per essere preso a calci quando nell'ambiente familiare gli affari vanno male.

Gazza: uccello la cui tendenza ai furti ha fatto pensare a qualcuno che si potesse insegnargli a parlare.

Ambrose Bierce; Dizionario del Diavolo (Sugarco, 1995)


 

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martedì, febbraio 03, 2004

La vita romanzata di un feuilleton prestatosi di mala voglia al book crossing (quarta puntata)

Proprio mentre un pacchetto di Multifilter mi ammonisce che fumare in gravidanza fa male al bambino e a chi gli sta intorno, i freni della littorina proveniente da Suzzara delle ore 8 e 12, con un latrato da spaventapasseri -ogni notte sogno spaventapasseri che rincorrono cinghiali oppure fagiani bersagliati dalle gragnuole di palline di carta insalivate che le nutrie soffiano dalle loro cerbottane al poligono di tiro oppure cavalli a dondolo che percorrono le piste ciclabili di una megalopoli che poi si rivela essere l'interno di una forma di gruviera oppure, e finisco, pseudocortometraggi talmente morbosi che... Gli spaventapasseri non latrano, voi dite, e avreste ragione se, anziché rivolgerla a me, indirizzaste l'obiezione a una persona di vostra conoscenza, una persona che non si è ritrovata, come me, a dover elaborare un codice linguistico assolutamente nuovo per eludere la sorveglianza di pensieri delatori, ineluttabilmente allertati al fine di prevenire devianze dell'intelletto, intendendo per devianza l'infrazione di un codice deontologico compattatosi ben al di sotto delle stratificazioni operate dalla logica. E' altresì certo che, se non mi interrompeste di continuo, la lettura scorrerebbe fluida e vivace e voi non avreste di che lamentarvi né io dovrei arrabattarmi con condizionali (qui la giurisprudenza non c'entra nulla) e congiuntivi di non facile coniugazione e una consecutio che mi fa tribolare più di un pitone indigesto. Tra l'altro, il funzionario travestito da solerte capostazione (evidentemente ha seguito uno stage di trasformismo all'UCLA), ha trovato il modo di mandarmi a cagare una seconda volta, adducendo come motivazione il fatto che gli spaventapasseri non latrano ma, come è più plausibile, ragliano. Avendo ormai perso il filo rosso del discorso, ripartirò dall'inizio e precisamente dal raglio dei freni della littorina, apponendo un trattino a chiusura di questa digressione, per rimarcare che un professionista del mio calibro (ventidue) non si scoraggia neppure di fronte all'incontrollata proluvie di un inciso.-

Proprio mentre il pacchetto di Multifilter mi ammonisce che il fumo ostruisce le arterie, macchiando i denti e la pelle, Valeria Blini posa un piedino cenerentolino sul cemento picchiettato di efelidi color ardesia (gomme da masticare passate di suola in suola per poi cementificare prospere sulla banchina). Mi faccio avanti contegnoso e, senza abbandonare un sorriso rassicurante al profumo di malva e timo, le porgo la mano che, cavalleresca, le facilita la missione di sollevare l'altro piedino dalla predella e adagiarlo sbarazzino sul selciato. Valeria Blini è la più delicata tra le leggiadre creature che una fantasia beneducata possa dipingersi supina a gambe divaricate sul lettino di un'autoambulanza a sirene spiegate posteggiata nell'orticello di un convento di monaci trappisti.
-Che ha fatto ai capelli, avvocato Fusilli?- cinguetta Valeria, portandosi una mano (anch'essa delicatissima) alla bocca.
-Oh, oh, oh,- faccio io, con i testicoli che accennano a salirmi in gola, simulando un'ilarità che, nel suo incedere ballonzolante, subito mi si rivela come lesiva della mia umana dignità. Maledette zaffate anti-riporto.
Sto ancora riflettendo sul modo in cui riparare all'infortunio, che una voce proveniente (sarei pronto a giurarlo) dal fondo di una grotta carsica -si faccia i cazzi suoi, lurida puttana- vanifica ogni progetto sul nascere, rimbalzando contro le pareti del sottopassaggio per scaricarsi oscenamente in faccia alla Blini. O almeno, così mi è sembrato, anche se il volto terreo di Valeria pare non avallare questa opinione. Quegli occhioni strabuzzati mi dicono esattamente quel che mi dice il funzionario-controllore: -te ci hai il sistema nervoso che va a putàne.-
Fatto sta che mi sottraggo allo spiacevole imbarazzo con un secondo e decisivo -oh, oh, oh- che ha un effetto distensivo-lassativo sui nervi di entrambi.
Attraversiamo quasi di corsa il sottopassaggio, inseguiti da un cane lupo con poliziotto al guinzaglio. La signorina Blini si aggrappa al ciuffo di capelli sfuggiti al riporto (che mi raggiunge le caviglie), mentre io accelero il passo, superando d'un sol balzo i trenta gradini che conducono all'uscita. Siamo fuori. Il poliziotto si ferma a orinare contro la fiancata di un taxi e al cane non resta che guardarci mentre svicoliamo a sinistra in direzione corso Garibaldi, ormai irraggiungibili, io al galoppo con la Blini appesa alla mia coda che striscia, procurandosi orrende abrasioni, sull'alfalto, raggiunta di tanto in tanto da una tallonata nei denti. Voglio che tutto sia perfetto. Voglio passare l'intera mattinata e, se necessario, il pomeriggio, nella suite imperiale dell'Hotel Apollinaire, in culo alla pratica De Santi, dove io e Valeria saremo liberi di coronare il nostro sogno d'amor.

-George, si rende conto di quello che è successo? George, per tutti i demoni dell'abisso, mi dica che sto sognando... George! -
Quale indicibile abominio si era consumato tra le mura di quella casa? Quali orribili sciagure dovevano mettere ancora alla prova tanto la rettitudine morale quanto la sanità mentale di Antonio Calvatone? Il destino è dunque una tempesta che si abbatte dove gli alberi verdeggian più forti?














 
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