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domenica, marzo 14, 2004
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Roba vecchia che vado a ripescare.
EVEREST
Passa per strada a balzi di rana, i passi riecheggiano, riecheggia il legnoso schiocco delle suole. Grandi i suoi piedi, scarponi che si scrostano ad ogni falcata, scarponi dalla carrozzeria di ferro che la ruggine del tempo crivella e sciupa; lunghe, lunghissime gambe forzute da grillo e una blusa, e un occhio di vetro e braccia ancor più lunghe e forzute che remigano nell'aria stordita, un viso arrostito e ispido di peli d'amianto. Passa per strada per noi che lo guardiamo dalle nostre verande, dai nostri giardini, da dietro inferriate tinte di chiaro, abbarbicati come me su pioppi cipressini che ombreggiano il cortile di cemento allisciato. Il sole sopra di lui è clemente, le siepi profumano di dolce, l'asfalto è costeggiato a destra da un fosso e a sinistra, terminate case e cancelli e cortili e aie, cominciano i gelsi tarchiati e rugosi. Cominciano i gelsi, il fosso si incunicola in sotterranei anditi giusto di fronte alla baracca del vecchio Pasini, che è la prima abitazione sulla destra e l'unica a vantare ancora un gabbiotto di lamiere che serve da cesso. I passi rimbombano sotto le grondaie dei tetti spioventi; dal mio pioppo, incastrato tra due rami, ho perso di vista Mariolino ma giurerei di udire ancora il suono secco dei sui balzi ora celati da tegole rosse ocra e arancione. Dalla mia posizione, piccola vedetta lombarda, scorgo l'intero paese come ammonticchiato, il campo dorato di spighe al di là del fosso, il tugurio di Pasini, gli alberi di fico, la stalla della zia Bice, l'orto della Natalìa, e più oltre i muri di diverso colore, e più sopra le tegole, e più sopra ancora, il campanile e prati d'erba spagna e bave di nuvole incombenti ma soffici e leggere. Sferragliano le biciclette di Marco e del Coniglio, stridono i freni e guaiscon i copertoni sul cemento liscio del cortile su cui la mia ombra si stampa confusa tra le fronde, le catene mai oliate e la loro voce castrata mi chiamano e strillano insieme: "scendi Marchese dal pioppo, oggi facciamo le gare." Giornata di biciclette che noi, bambini sovrastati da fantasie televisive ma con l'anima da contadini avventurosi o banditi, sguinziagliamo ritti sui pedali come fossero moto rombanti, sguisciando sulle mulattiere ghiaiose con le labbra vibranti vroom vroom. Talvolta si cade e ci si ingroppa e ci si azzuffa sciolto il groppo, ma poi si riparte con qualche sbucciatura su gomiti e ginocchia. -Perché, Coniglio, non si fa il trial sulla montagnetta del Piero?- Già, il Piero e la moglie pienotta e paziente, hanno appena messo su una villetta con un porticato di colonne bianche che manca di qualche ritocco, porte e finestre, e sul fianco della dimora ancor disabitata le benne delle ruspe, arrovesciando il capoccione, han cumulato terra su terra in una piramide che a vederla, pare un Everest in miniatura. Dunque si corre per la strada asfaltata, a sinistra cancelli e aie e casupole un po' storte e villette col giardino curato, a destra il fosso e, oltre, le spighe che luccicano al sole. Poi arrivano i gelsi dalle chiome basse come cappelli di funghi e le case le aie i cortili i cancelli che ti guardan da destra, finché non si apre uno spiazzo con la chiesa tinta d'un brutto magenta e il campanile che rintocca quattro scocchi di batacchio: Mariolino occhio di vetro, rannicchiato su un lastrone di marmo, all'ombra della tettoia del bugigattolo dove Silvio, sagrestano tuttofare, maneggia la rugginosa bilancia della pubblica pesa, sta provando ad accendersi una sigaretta. -Uè, Mariolino- dice Marco. -Uè, Mariolino, come ti butta?- facciamo noi, dopo aver fatto scattare le molle dei cavalletti. -Aah,- sospira forte (lo fa sempre prima di parlare) -questi cerini non son buoni a niente,- e scatarra una risata così violenta e prolungata che a me il fiato, per solidarietà, viene a mancare. Lo guardiamo beffardamente e ci assestiamo gomitate nelle costole mentre appiccia uno svedese e aspira come un'idrovora con la fiamma che gli scotta ormai le dita senza che la cicca sia stata nemmeno sfiorata. Al terzo tentativo andato a male lo spettacolo e già bello che finito. Ce ne andiamo con sorrisi spenti a fior di labbra e con la sua risata che ci insegue, uccellaccio malaugurale. -Se trovo mia moglie, le tiro il collo come fosse una gallina, aahhh aaah aaaahh.-
Il sole è pesante e s'inabissa, il crepuscolo ci incontra ai piedi dell'Everest carichi di ammaccature ed esausti, ma felici, in fondo, sebbene Coniglio, usando una pietra come martello, s'ingegni a raddrizzare le forcelle e io vada in cerca del coraggio e di una balla verosimile per spiegare a papà e mamma come sia riuscito a spezzare il manubrio.
Papà mi ha raccontato un sacco di volte la storia di Mariolino e, d'accordo con mamma e tutta la gente del paese, non vuole che noi gli si dia troppa confidenza. Quando Mariolino era giovane e da poco la moglie aveva messo al mondo un maschio, il poveretto, credendo che il figlio non fosse suo, si mise la pistola alla tempia -era un pomeriggio di primavera- e tirò il grilletto. Il proiettile gli uscì da un occhio e certi vecchi che lo soccorsero per primi sono pronti a giurarti d'aver raccolto i tocchetti di cervella e di averli ricacciati nel foro. Appena dimesso dall'ospedale, dove lo si ricucì come meglio si potè, tornò al paese e quasi buttò giù a pugni il portone di rovere massiccio della stalla, ove moglie e neonato, avvisati del suo ritorno e sapendolo folle, avevan trovato asilo. Tornò ancora e ancora ma nessuno aveva l'animo abbastanza gagliardo d'intervenire o di farlo ragionare, sicché la scena ebbe a ripetersi e il portone, per fortuna, continuò a reggersi in piedi. Poi lo sbatterono in manicomio e vi rimase prigioniero per chissà quanti anni. Lì lo raddrizzarono non saprei dire con quali barbarie e ora, innocuo, quando il tempo si fa tiepido, cammina e saltella per un paio di notti e di giorni e torna al paese, per accoccolarsi sulla lastra di marmo e fumare sigarette quando gli riesce e mangiare quel che la carità d'una contadina gli porta. Moglie e figlio abitano altrove.
Mariolino è sepolto nel cimitero, qui a C., e io ho un'ultima cosa da narrare che lo riguarda, se volete ascoltarmi. Ma non crediate che vi sia qualche sorpresa nel finale, ché neppure la morte coglie troppo di sorpresa o lo fa raramente, la vita poi... si decide al tempo delle gare in bicicletta, quello che verrà lo si può prevedere, basta un minimo di lungimiranza. O forse non è così, ma non è il momento di disputare. Permettetemi di fare ancora ritorno nel passato, in una notte d'estate che trascorsi giocando.
E' l'epoca dei primi bollori, dei primi baci, di certe baruffe sulle balle di fieno per sentire i pieni e i vuoti di un corpo diverso che attrae ed è dolce ed inquieta, dei bagni nel canale, delle impennate in motorino quando Elena, la più carina, è affacciata alla finestra e parla con Monica giù in strada, cicciona brufolosa e scorbutica. Anche Alessandra è carina. La sera, si gioca a nascondino con i più piccoli che devono stanare i grandicelli dal loro anfratto ben imboscato, dove ci si rimpiatta in due, femmina e maschio, per meglio indagare il buio. -Ale, vieni con me- bisbiglio, senza speranza, mentre due pivellini stanno facendo la conta a voce alta ma lei mi segue e corriamo, ancora non ci credo, fin dove arrivano i lampioni e oltre, lungo viuzze buie, aiutandoci a vicenda a scavalcare un recinto a mo'di ramata e acquattandoci dietro un erpice, non molto distanti da una concimaia vuota. Si sentono cani abbaiare e le voci degli adulti seduti in semicerchio a fare "filos" di fronte alle porte di casa, che danno indicazioni agli esploratori: -ehi, Carlo e Alessandra sono andati a sinistra, in fondo alla via.- -Se restiamo qui, stai certa che ci pigliano...- sussurro e la tiro per la maglietta: l'uomo sono io. Oltrepassiamo la concimaia con molta prudenza, si sa mica se è davvero vuota del tutto ( a giudicare dall'odore non si direbbe) e ci teniamo a ridosso del muro di un edificio dall'intonaco che si sgretola se solo ci soffi contro. Me ne frego del gioco, voglio stringere a me Alessandra prima che ci scoprano. -No, lasciami stare- strilla lei, ché maldestramente le ho afferrato la testa per provare che cosa sia un bacio. -Chi è là!- E' la voce di un uomo, forse ci ha scambiato per ladri, forse scioglierà i cani dalle catene... Mi faccio avanti, spaventato, e dove il muro fa angolo, vedo una sagoma nera che punta una torcia elettrica verso di me. -Sono Carlo, stavo giocando a nascondino e...- balbetto, ma l'uomo non sembra più farci caso e sposta il fascio di luce verso un portone aperto. La luce penetra all'interno dell' edificio. -Sta' tranquillo, - dice l'uomo, -sono solo ragazzini. Adesso chiudo il portone a chiave. Tu cerca di dormire, Mariolino. Sono solo ragazzini.-
Non so se Mariolino si rendesse conto che il pagliericcio lo accoglieva nella stalla ch'era stata il rifugio della moglie durante le sue sortite e non so se il nuovo proprietario fosse a conoscenza di tutta la storia. So solo che allora mi era parso inumano che qualcuno dovesse dormire in un posto del genere e che, quando lo trovavo rannicchiato sotto la tettoia della pesa, mi sedevo vicino a lui per parlare e ascoltare. Era un uomo buono. Ho pianto per lui quando ho saputo che il suo cuore s'era fermato. Fiori al cimitero gli potrei portare, me lo dico spesso ma mai una volta che mi spicci a farlo.
Ah, fu in quei giorni d'estate che imparai a fumare.
CNS
scritto da Climacus | 14/03/2004 14:12 | commenti (39)
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