apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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mercoledì, giugno 30, 2004
APOSTASIA (ateo non avrai altro dio)
 
La spiaggia è coperta di neve a squame e il mare pare una ruota di bicicletta, così chiedo a una bagnante se accade spesso, qui a Porto Silvestre, che il sole faccia capolino tra gli ombrelloni pregnanti, qui a Porto Silvestre, che il sole s'infossi a mezzogiorno senza salutare, qui a Porto Silvestre, che le ombre si ammucchino vivaci dei ricci, tra il bagnasciuga e la battigia, prima della mareggiata che si porterà via brani di neve (e intanto immagino che la spiaggia, dopo il dilagare d'onde e venti, vista da una cometa apparirebbe come una piovra in poltiglia) e lei, la bagnante ricolma, dice al figlioletto di scansarsi, poi pensa e pensando esita e...
... infine è sul punto di rispondermi ma infine rinuncia, attende sul limitare, infine sulla soglia scoscesa d'una risposta che è così lungi dal venire si ferma a brillare sotto lo splendore del costume a due pezzi e dice che è troppo tardi per riconsiderare alla luce dei fatti qualcosa come un anno di errori, che i ciechi odorano di presentimento, mentre un motoscafo si rituffa tra le tende minacciose in movimento perseveranti: le scosse, le scosse che animano Porto Silvestre.
 
Disteso ai piedi gonfi di una campanula, toccato e sbalzato (io sono sale) da schizzi di linfa lacrimosa, occhiali da sole a ripararmi gli occhi dalla pioggia, una pioggia algida mattutina che presto sarà secrezione, presto deiezione, io sono sale e il martirio è una luna che invita a macchiare zibaldoni e poetare su fogli di carta da pacchi, qui a Pendio Ripido, qui a Pendio Ripido, dove turisti impiallacciati, resinosi, passando da una flebile eco a una veemente liturgia della parola consegnano alle valli turchesi di vapore meditazioni lugubri (io sono sale: di ciò si discorre spesso) o note canore di biasimo. Ci si lascia cullare dal passato degli altri, di chi questi boschi ha legato con ricchi nodi ai vagiti minerali di desertiche lande dove non mancano parcheggi né monoliti che specchiano dune nelle poderose vetrate: ahimé i soffici bisbigli, ahimé non languidi, neppure intimi seppur trasognati, ahimé the whispering voices of a rising noise mi sciolgono dalle bende solidali per farmi caracollare al piano di sotto, qui a Pendio Ripido, qui a Pendio Ripido.
 
E intanto di notte si prega, il bimbo s'implora, che presto sia fatta la luce e il nero vessillo (d'amianto, mio Baudelaire) sia un turpe, ridondante ricordo.
 
Repeat
 
E intanto 

 

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martedì, giugno 29, 2004
APOLOGIA
 
La madre notò il rigonfiamento all'altezza dell'addome, poco sotto lo sterno, mentre lui si ravviava i capelli con una  di quelle spazzole che si usano per togliere i pelucchi dai vestiti, standosene in piedi e a torso nudo di fronte allo specchio dell'armadio. Da quanto tempo sapeva di averlo? Era forse il caso di lasciare all'apprensione il potere di tradursi in collera per trascinarlo in un interrogatorio brutale, come se portarsi appresso un carcinoma (come più avanti avrebbero scoperto) fosse stata una sua colpa?
Bisognava correre dal medico, che avrebbe tastato il punto in cui sorgeva quella specie di bernoccolo e consigliato gli esami clinici del caso, raccomandandosi di non perdere tempo e di non farsi cogliere dal panico, che poteva benissimo trattarsi di un'innocua seppur tracotante ciste: questo fu giustappunto quello che i tre (compreso il medico) non esitarono a fare. 
Non ci volle molto perché incominciassero i trattamenti che la scienza medica mette a disposizione dei malati dopo lunghe sperimentazioni e altalenanti vicende, progressi indiscutibili non sempre suffragati da risultati positivi ma pur sempre corroborati da autentiche, incoraggianti speranze.
Se è vero che riusciva a sopportare non senza una punta di stoico orgoglio la chemioterapia, è anche vero che le irradiazioni ottennero l'effetto di prostrarlo. E non c'è da meravigliarsi se quel fisico così debilitato non poté, nonostante la buona volontà, superare la seconda notte da che si ricorse (estrema ratio? No, non lo si dica neppure per scherzo) ad un delicato intervento.
Forse che lei, perché è di lei che parliamo, si fosse data pervinta nell'assistere al declino del figlio? Pensate che il suo coraggio, perché è del suo coraggio che parliamo, indietreggiasse anche di un solo passo nel realizzare giorno per giorno che l'unica speranza ammissibile era quella di una risoluzione ultima che lo strappasse alla vita cogliendolo nella feccia di un sonno imbelle, senza fondo?
Siamo fermamente convinti che ad ambedue le domande vada opposto uno strenuo 'no'; che, a chi le rimprovera un affrettato, persino disinvolto ritorno alla vita una volta smessi i paramenti del lutto, si debba anzitutto mostrare che la sofferenza sta, per così dire, nello spirito di chi assiste al doloroso estinguersi di un corpo e che tra sofferenza e dolore, l'una coinvolgendo l'anima, l'altro rivolgendosi alla carne, la prima sovrasti qualitativamente il secondo e sia dunque ben più deleteria, diremmo addirittura letale, e più difficile da eradicare. Posta la questione in questi termini, non abbiamo dubbi nel rilevare quanto debba essere stato forte, quanto probo, quanto elevato, lo spirito di quella madre che, a soli tre mesi dal trapasso del figlio, decise di sposare e nel sacro vincolo matrimoniale, godere di chi scrive. 

 
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