apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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giovedì, ottobre 14, 2004

Ore 2:21, scrivo:

ehi, lettore, spero che un goccio di saliva altrui ti bagni le ascelle, perché io a quest'ora ho voglia di lingua e di palato e di ascelle che spruzzano sale. Ma non c'è bocca che mi s'avvicini, sicché, come intuisci, mi spoglio e ti racconto quel che mi è successo, boxer e calzini neri, prematuri per la stagione, e una maglietta che ti figuri grigia: hai indovinato, benché mille lavaggi or sono fosse di un verde militare. Continua a figurare, perché non ti costa fatica immaginarmi: barba poco folta ma lunga due o tre settimane e un baffo che si smarrisce e mi digrigna il muso come fosse un cipiglio nero castano rossiccio, a te la scelta.

A te la scelta, paroliere: correvo! fuggivo! galoppavo sfrontatamente, sfrontatamente mi struggevo a due piedi dall'asfalto che fuggiva, galoppava, scorreva, strisciava avventatamente; una bella apertura alare per spiccare un volo di un metro, catapultato da un dosso, perché di meglio non posso fare, il piede mi sfascia l'acceleratore, il piede: 150 e dal ciglio del fosso non ti vedo una lepre che con un balzo... Woooooooo, niente paura, senza infierire sul freno io sono salvo e la lepre pure. Spaventoso a dir poco, perché tre chilometri mi staccavano dall'ombelico di casa, tremila metri che ho saltato e che non mi va di ricordare, vuoi per la gomma che stride o per la curva che ti invita ad uscire: grazie, preferisco di no.

Comincia la serata e tu riavvolgi le idee: ore 2:50 (29 minuti per stendere sì e no sei righe), il nastro si stringe attorno al cerchio e quasi lo riempie, ore 19 e zero zero: Atrebor compare nel bar dove io pazientemente attendo solleticandomi le gengive con un'unghia, scolando birra, scolando rum e coca, un'altra birra, 2 caffè di cui uno decaffeinato: ohi, che piacere, siediti e ubriacati con me. Lettore! Siediti anche tu e vedi di non sporcare: il bagno è alla tua destra, se lo stomaco non regge; il barman ti sta quasi tra le palle (woooooot, è ansionso di mescere il messere) se lo stomaco è di cemento e la testa ti sorregge. Dottor O. si presenta come primo argomento. Tutto il resto ne consegue. Lascio Atrebor al suo cellulare che vibra, alla madre che frinisce (la puttana) al sospetto che Io veda ancora la figlia, che Io ne auspichi la morte lasciando foglietti che biascicano amore (possano balbettare in eterno, piccoli depravati) in bottiglie di birra assai rare poggiate sul terzo dei quattro gradini che ti spalacano la porta se solo Lei li ascoltasse frignare.

OOOOOOh, addio per sempre è ciò che mi propongo ogni volta di dirle, ma ci rivediamo quando cazzo ti pare suona così carico di speranza che la mano destra mi duole a furia di ripetere, assimilare, razionalizzare, tradurre in opera consolatoria la fatidica frase: Atrebor, per te rinuncerei alle mie medicine (e che dio mi fulmini se non è la più coraggiosa delle proposte).

E poi il tempo, la strada, ahimé ogni granello di sabbia abbandona la conchiglia, la perla soggiace alle lune, un po' come il mio umore, giacché alle 2:50 mi sarei scorticato, mentre ora la pace riposa in me a tal punto che mi va di dormire e a te, lettore,

a te chiedo di lasciare di fronte alla porta, sul terzo gradino dei quattro, un bigliettino che la informi sulla buona sorte della lepre e, mi vergogno tanto, sul felice trapasso dalla notte al giorno di questo infame, ché domani (3 e 32, fratelli) sono sicuro di svegliarmi (che sia un bene o che sia un male...

Avrei voluto raccontarti di ciò che mi è trascorso addosso tra le otto e le due, del solito scherzo all'amico A. che per un istante crede di parlare al citofono col maresciallo dei carabinieri Gonfalone (che poi, l'hai capito, sarei io che stropiccio un vocione da baritono con accento meridionale) e mi invita a salire, mi parla delle sue donne e mi versa gin allungato con acqua e latte su mia precisa richiesta e poi mi confina sul balcone a fumare, mi fa compagnia, quasi mi infila la lingua in bocca

quasi

oppure del tipo che mi acciuffa in birreria intanto che aspetto di bere il bicchiere della staffa e che mica mi molla, mi porta a casa e mi dice ecco la mia chitarra, l'amplificatore

suona finché hai voglia

oppure

oppure

 (3:52) 


 

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mercoledì, ottobre 06, 2004
Omaggio a Salinger
 
E' una solenne fregatura, se ci pensate per più di 10 secondi, come non siete abituati a fare. Mai che vi fermiate più di 10 secondi a riflettere, dannazione a voi. Io rifletto sulle precedenze da dare agli incoci, quando non ci sono semafori, s'intende, e quando non mi ritrovo un furgone nel didietro che mi fracassa i timpani a furia di strombazzare. Ma tanto è difficile trovarti un furgone nel didietro se guidi per B. alle tre del mattino. Quelli cominciano a girare alle 4, per cui fanculo sfanalate e clacson, io non mi vergogno di starmene impalato in auto con la testa che si riempie di traiettorie e di macchinine, pedoni neri che si muovono in fila indiana sulle strisce o fuori e vigili e vigilesse e un mucchio di segnali contradditori. Magari ti ci sbatto pure una vecchietta che aspetta la comitiva di boyscout per attraversare la strada o il cieco col bastone o l'ubriaco che barcolla sul marciapiede e si butta addosso alla bionda con tette da gigante, giusto per incasinarmi la faccenda. Ma voi vi cacate sotto se uno si presenta con un cazzo di problema e si prova a mettervi in moto il cervello: o vi prendete una botta di culo e sfagiolate la soluzione in un miliardesimo di secondo oppure, ecco, vi viene il singhiozzo o la diarrea e dopo 8 secondi la testa vi si affloscia come un pallone sgonfio e -cristo, guardatevi! -col ceffo legnoso da sbruffoni perché vi siete offesi, dite che non avete tempo per simili stronzate.
Vi tengo in pugno, io.
E' una solenne fregatura che conosca meglio di chiunque altro la gente con cui di solito mi tocca di parlare o lavorare, e non perché sono un' aquila col quoziente intellettivo di un genio strippato e neppure una specie di cane che ti annusa il didietro -i cani si annusano sempre il deretano e quant'altro- e subito ci ha la chiave per entrarti dentro (se devo essere sincero mica mi soddisfa del tutto la mia intelligenza e neppure a olfatto non sono messo bene: mica ti risalgo alla persona scomparsa o al latitante o a chi cazzo ti pare con una sniffata ai calzini); io capisco al volo chi mi trovo davanti perché, il 99 per cento delle volte, è sputato identico a una delle mie sagome -e qui mi devo spiegare che se no mi va a troie il discorso.- Ma forse farei meglio a saltare 'ste spiegazioni, ché tanto se siete intelligenti mi avete capito, e allora vi incazzereste a morte se mi mettessi a dar lezione; se siete tardi, invece, vi incazzereste comunque perché tanto la lezione mica la capireste, e a me non va proprio d'esser preso a pomodori e uova marce in faccia, per dio. Facciamo che quello che sto per scrivere lo leggete soltanto se siete un po' tardi, ma non così stupidi da non capire un accidente della roba che sto per scrivere (che poi è quello che indendo io per 'sagome' e via dicendo).
Vi ripeto che io sono uno che sulle cose ci medita un sacco e una sporta, sicché un giorno che ero preso bene e la testa mi filava come un bolide, mi son messo alla scrivania e ho pensato a tutti i tipi e tipe che ho conosciuto da quando ho smesso i pannoloni, e poi, sul notes dove normalmente butto giù la lista della spesa, li ho descritti uno per uno, corpo comportamento psicologia e una valanga d'altri particolari che mi girava di mettere, perché ero convinto e ci avrei scommesso mia madre che a una certa faccia doveva corrispondere per forza un certo carattere, sicché non mi serviva che una cazzo di conferma. Che poi è arrivata. Ma questo era solo l'inizio, che il diavolo ti porti (io dico sempre 'che il diavolo ti porti' perché mi rende più distinto), visto che col passare dei mesi e a forza di schizzare ritratti, ero arrivato finalmente a partorire le  sagome, cioè tutte le possibili varianti umane. Se parlo difficile, ditemelo. Metti che un mio socio mi presentasse un tale: mi bastava guardargli naso (le narici, ad esempio, sono terribilmente eloquenti), orecchie, fronte, capelli, mani e via discorrendo che subito te lo infilavo tra le mie sagome, insieme a tutto il suo corredo (se parlo difficile, ditemelo) psicologico. Fine della lezione.
Bella fregatura, se ci riflettete 20 secondi.
Me ne stavo a cazzeggiare nel bar qui di fronte, bevendo sciacquatura di pisello (birra da due soldi, per intenderci) col naso piantato a germogliare in un vassoio di bruschette, ché al Giangi era arrivata con tre anni di ritardo l'idea del buffet gratuito, mentre aspettavo che il mio socio d'affari mi portasse un cliente. Certo che sì, mica posso campare scrivendo articoli su Riza Psicosomatica o, che so io, ribaltando scatoloni pieni di porcherie consumistiche nel fottuto magazzino della ditta di trasporti di mio padre: uno che ci ha il taglio dell'intellettuale e che potrebbe trainare un autotreno in panne coi denti (sono 1 metro e 97 per 110 cazzo di chili di nervo e muscolo)non è portato per lavori da sbarbatello conformista; i  clienti mi pagano per terrorizzare o eventualmente gonfiare di botte gli stronzetti che non riescono a digerire, per lo più coglioncelli che si stantuffano le mogli o le figlie minorenni. Se pensate che io sia un delinquente, sono affari vostri: io rendo un servigio a dei poveri diavoli, sicché la mia coscienza è bella che pulita (forse più della vostra) e se non sono un Robin Hood, è solo perché questa società schifa non me lo concede. Ai tempi di Robin Hood non facevi fatica a distinguere gli usurpatori (se parlo difficile, ditemelo) dai poveracci; oggi è tutto così incasinato che alla fine, chi più chi meno, tutti lo danno e lo prendono in culo. Provati un po' tu a fare il buono, che il diavolo ti porti!
 
fine prima parte, continua (quando mi gira)
 

 
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