apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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lunedì, febbraio 28, 2005
 
 Fiaba Ristretta
 
Inoltrarsi nel bosco significava smarrirsi e non fare più ritorno; fu per questo che ci si inventò la fiaba della strega che mangia i bambini: sul limitare della selva viveva una donna con il suo cane, una bestia magnifica che stava a guardia della casa e del pollaio, temuta persino dagli orsi; solitaria come una eremita, nei racconti degli uomini giù in paese, Camilla (questo il nome della donna) divenne il miglior deterrente contro le sortite senza scampo dei bambini nel bosco.
 
Si narrava che ella liberasse il portentoso animale dalla catena solo quando udiva il pianto di un bambino che vagava nell'intrico fittissimo delle piante, e che il cane, afferrato lo sventurato per la nuca, lo portasse agonizzante alla padrona che finiva la preda a colpi di bastone. Separati gli scarti dalle parti nobili con l'aiuto d'una mannaia, dicevano che Camilla cucinasse manicaretti per ignari viandanti.
 
Quando i bambini iniziarono a sparire, tutti furono concordi nel vedere in quei crudi racconti dei chiari presagi: chi aveva inventato le storie era stato guidato da una divina ispirazione e Camilla, da guardinga eremita, d'un tratto divenne feroce assassina.
 
Si narra di come i contadini che appiccarono l'incendio alla casa della strega, tornando in paese, raccontassero che l'impresa era stata più facile del previsto: il cane, guardiano implacabile, temuto persino dagli orsi, non s'era veduto. I bambini continuarono a sparire, inghiottiti dal bosco. Forse. 

 

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sabato, febbraio 26, 2005

Davvero a ruota libera

Le schiere di Beati Angelici troneggiano nei lombi  (chi vuol esser milionario, iersera)

Sulla falsariga di Trony, chi vuol esser lieto sia, non ci sono paragnosti, di doman non c'è memoria

Auspicabile spiccare una testa di coniglio da un corpo di leone: non c'è attrito né ruggine, semplice svitare.

La lettera C potrebbe essere una vocale soltanto se non fosse seguita da D come avviene di norma.

I trasgressori saranno puniti: questo sarebbe un monito? Troppo lapidario, ma non abbastanza.

Ride bene chi ride ultimo: come meglio dice Checov, vi sono al mondo persone stupide capaci di proferire frasi intelligenti in continuazione, fino alla nausea.

Moria e Penia, divinità itteriche, itifalliche, smoderate, di tutte brame carche. Poniamole al centro del panteon. Scateneranno un pandemonio tra gli Dei dell'eristica.

Il lume: passano nell'ordine A aria B sangue

I difensori d'ufficio della verginità sono le terga

Quanto di meglio potremmo fare se solo ne avessimo l'occasione e se solo non la confondessimo con il bisogno, così da raccogliere quelle briciole di necessità avanzate nel cenacolo e dividercele in base ai meriti.

Se dico che il tempo è la forma delle nostre percezioni, non obiettare che il sogno ne è la materia.

Masturbiamoci per restare aggrappati all'ultima speranza, che è disperazione.

Troppo di tutto, troppo di Kierkegaard ad inquinarmi i pensieri, a rovesciarne il paradigma. Fidavo a quattro anni, la blasfemia mi ha reso torbido intorno ai dieci, Sartre mi ha reso abulico: erano venticinque. Sia lodato.


 

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martedì, febbraio 22, 2005

Il gallo stridula, sicché quel suo chichibìo da tramonto lunare al nome suo non s'addice, né al nome mio s'addice il mugghiare delle mareggiate, ma non importa, perché per sempre dovrò chiamarmi ondivagare; non una elle a liquefare il segmento che si stende dal tondino allo ndivagare; il sentore del rimestio d'acque che sobbollono inghiottendosi, intro ed estroflettendosi, gela come consunto dagherrotipo nella linearità del divagare, nulla fluisce, tutto ghiaccia: d'inverno una pozza è ondivaga, una ranocchia d'estate riarsa è ondivaga, l'occhio della statua è ondivago. 

                          

quando il sole è un lumicino/ che imbrunisce il murriciolo/ le foglie d'edera s'intridono/ d'evanescenza umbratile/ che caglia in una pozza. 


 

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sabato, febbraio 19, 2005
 
Non avevo un cazzo da scrivere, pertanto
 
Per chi non lo sapesse, Atrebor è la donna idealmente amata da Giovanni Climaco, il quale, altro non essendo che un pensiero aggrovigliato che pensa se stesso, non può che amare l'astrazione. Atrebor, tuttavia, è un'astrazione particolare, poiché possiede quelle caratteristiche che il Filosofo assegna ai corpi: estensione, figura e, soprattutto, impenetrabilità. Essa è oggetto dell'intuizione pura di Giovanni ed è contemporaneamente soggetto che, modificando l'animo di Giovanni, diviene rappresentazione sensibile: in tanto in quanto rappresentazione, essa è a propria volta modificabile dall'intelletto che varca il limite delle conoscenze a priori e del giudizio sintetico a priori per tuffarsi nella congettura, nella speculazione, nella fantasticheria, nel vaneggiamento.
Un esegeta non privo di immaginazione ha formulato l'ipotesi che Atrebor sia in realtà l'eterno femminino presente in Climaco o, se si vuole, la parte femminea della sua anima astrusa. L'ipotesi è interessante ma io, come direbbe il grande Eddie, mi dissocio.
 
Dialogo tra 
Atrebor e Climaco
-Lo sai che abbiamo litigato?
-Davvero?
-Che fai, non esulti?
-Vi siete picchiati? Sono volati insulti? Hai giurato vendetta?
-No. Nulla di cruento.
-Lo dici come se ti dispiacesse. Di' la verità, ti sei stancata di lui. Ti annoia persino quando litigate.
-Magari è lui ad essersi stancato. Be', diciamo che la cosa è reciproca.
-Interessante...
-Lo so, fai finta di niente, ma appena riappendo ti metti a fare capriole. Fanculo.
-Non saprei... Sono indeciso tra l'esultanza e il rammarico.
-Rammarico?
-Sì. Se l'invertebrato ti molla...
-Dài, non chiamarlo così!
-E tu, allora, non ridere... Stavo dicendo che se il coglione ti molla io potrei provare rammarico perché è sicuro come due più due fa quattro che tu, nel giro di un mese, finisci tra le braccia di un coglione ancora più coglione di lui.
 
Epilogo: Dottoressa T.
-Non capisco se ti sottovaluti perché pensi che nel giro di un mese non possa mettersi con te, o perché pensi di essere un coglione ancora più coglione di lui.
 
 
 

 

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domenica, febbraio 13, 2005

Poeti (apostasia)

Come se la sete/ la schiena schiantasse/ di tremore mischiato a vampa //

               / imbevuta d'aceto la spugna/ m'aspergerai la fronte// come se la sete

               /madre mia ti cogliesse/ perpetuante la doglia/ a replicare in me te stessa //

i nervi scoperti in fronte alle terebre che suggellano i ventri femminili, completamento di lacune e risoluzioni di asimmetrie inestetiche, i veleni essi identificano negli impulsi, attossicati dalla veemenza d'ispirazioni brucianti ma facili ad estinguersi. E gli impulsi, compattandosi nella monade-inconscio che è scaturigine del loro sforzo di titani avversi al mondo, fustigati dall'auriga istinto e insolentiti dal raziocinio, celebrano baccanali cui essi partecipano per elevarsi all'iperuranio degli dei parricidi. La scompostezza dei loro segni, l'imperturbabile ineleganza dei loro simboli, pascentisi delle viscere di opposti aneliti moralizzatori, assurgono a stilemi primitivi della purità successiva all'incesto. La materia offre appigli alla scalata verso il bello disgregato: ponete loro un quesito e vi risponderanno d'essere i profeti della santità morale.   

           


 

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venerdì, febbraio 11, 2005

Poeti

Dormi

Dormi domani

                         più forte respira /più forte detesta /chi non s'arresta /per riposare.  

 dalle tempeste esistenziali sciolti, chiedono lumi ai puristi e non cessano di deteriorare l'immagine che li sopravanza, sbigottendo per celia, integerrimi quando si tratta di sgranare facezie. Hanno rinunciato al cuore per meglio comprendere la vita, per gettarsi nella vita, spronandosi a sperimentare: autolesionisti per difetto d'immaginazione, sono gretti ma tanto sensibili da sacrificare all'arte il dubbio della corresponsione. Vissuto e assoluto, qualcosa avendo da spartire (facezie, per l'appunto), essi li riconducono alla stessa fonte e la maturità cui sono giunti, temprata nel fuoco del nichilismo, giustifica l'ansietà d'elevare il subbuglio interiore a legislatore del cosmo, un cosmo che l'amore (vero universale, dicono) espande, sebbene siano in fondo schiavi dell'adagio: "non conosco altro mondo all'infuori del mio'. Il panteismo li ossessiona almeno quanto il divenire: persino l'eternità è un moto senza fondo e l'anima individua una causa come un fine. Le passioni hanno massa, densità lo spirito, l'energia è verbo che è altresì musica e danza: ponete loro un quesito e risponderanno d'essere oberati dalla materia. 


 

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lunedì, febbraio 07, 2005
 
Minimalia
A) Freddo Pungente
 
Uscito dallo studio del Dottor O., compiaciuto d'aver affrontato e risolto in parte le perplessità nate dalle esortazioni dello psichiatra-psicoterapista a strutturare l'aggressività e più che mai deciso ad iscrivermi ad un corso di kick boxing, tra mille pensieri discendevo i 15-20 gradini del parcheggio underground dove la Golf decenne, paraurti diroccato, chiusura centralizzata sputtanata, attendeva che pagassi la sosta (durata 2euro/45) per catapultarmi nel traffico della polis leonessa. Qualche gradino più sotto, un donna piccina, capelli rossi, ingorda, ficcava gli occhi curiosanti sul mio pacco pubico. Occhiata fulminea impudica? No, mi rispondo. Cerco le parole mentre, salendo, mi incrocia (e il cappotto a stola sintetica fruscia al contatto col mio piumino da slitta): ella indagava come se il sipario aperto della patta introducesse al dietro le quinte. Mi passo un dito sulla cerniera del pantalone, l'unghia ticchetta, l'attore è sigillato, quindi? M'intrufolo la manina algida a ispezionare i genitalia. Indosso boxer di serie C-2, il bottone che chiude lo sfiato anteriore (non che ve ne sia uno posteriore, almeno nei boxer) s'è sfilato, la lumachina intirizzita alla finestra, inconsapevole oltre che incolpevole, si slancia al di là delle tendine, rigida come un sasso. Plausibile che l'impudica osservatrice, notata una gobbetta sul pacco, minuscola, s'interrogasse sulle dimensioni d'una erezione mignon.
Al corso di kick boxing non mi sono ancora iscritto.
 
B) Compleanno
La porta dell'appartamento è discosta di quel poco o tanto che basta perché intuisca d'essere arrivato a destinazione. Mio fratello D. e futura consorte, Vittoria, con quell'involto di bambagia roseo e birbesco che di nome fa Giulia, bambina spettacolo (come lei dice di ogni cosa che le piace) non ancora treenne, vivono in capo a un condominio alto e così adusto che per farci stare la tromba di scale s'è dovuto rinunciare all'ascensore. I gradini sono ammassati, i pianerottoli paventano di rastremarsi: in tale ristrettezza l'ascesa è così faticosa che superato il primo piano, ogni porta d'ingresso ti sembra quella giusta. Per evitare ch'io rompa i coglioni agli altri condòmini, D. e Vittoria, anzichè cambiare la targhetta che riporta il nome dei precedenti affittuari e mettere il loro (come sarebbe stato naturale e persino saggio), mi fanno trovare l'uscio semiaperto ogni volta che mi bevo i cento e più chilometri che ci separano per andare a fargli visita.
 
Sbircio discretamente all'interno; sul pavimento, adagiata contro il muro, c'è una damigiana da cui sbocca uno sbocciolìo di piume di pavone che fuga ogni mio residuato di dubbio.
-Signorina Giulia, sarebbe così gentile d'accompagnarmi nella sua dimora o preferisce lasciarmi qui, accucciato sullo zerbino?- dico io.
-Non poscio. Fa feddo. Ho pedini nudi.- dice Giulia.
Come al solito, non capisco nulla. E' Vittoria, -entra pure!- a spiegarmi che Giulia  -sta saltellando sul lettone di mamma e papà,- che è scalza e il pavimento è gelido.
 
Sono in cucina e bevo il caffè. Il riscaldamento è spento, ma, dalla veranda, entra un sole che spella. Sto talmente bene che mi prendo la libertà di stiracchiarmi e sbadigliare leonino in faccia a Vittoria. Giulia gironzola, i piedini avvoltolati in pantofole con il muso e gli orecchi da bassotto. Mi ha appena mostrato la sua cameretta, indicandomi per nome ognuno dei balocchi che la assiepano: mi ha spiegato che Alex, un bambolotto pelato che strilla 'Mamma, mamma' quando gli togli il ciuccio di bocca, le piaceva quando era piccola, adesso non più. 
Mio fratello s'è appena staccato dal cellulare: Alessio, un amico di vecchia data, non ha mancato di fargli gli auguri per il suo quarantunesimo compleanno. Il suo sorriso non accenna a tramontare. Nemmeno il mio, a dire il vero. Mentre stava al telefono, in camera da letto, ha chiamato a sé Giulia, l'ha presa in braccio e ha detto:
-Perché non provi a dire ad Alessio quanti anni compie il tuo papi, eh Giulia?-
-Ventuno!- ha esclamato la bambina, ed è stata così convincente che, per un momento, D. compreso, abbiamo tutti creduto che fossero ventuno davvero.
   
 
  

 

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giovedì, febbraio 03, 2005
 
Innamorarsi
Ritrosia Non-Sense
 
 
 Il cappotto di fango s'una buccia di banana scivolando il signor P, come ogni mattina che passava per la via, s'imbrattò.
Dal vaso ruzzolando, una scheggia che si ruppe schizzata dal davanzale che la Vedova P. urtò intanto ch'inaffiava, il signor P quasi accecò.
 A leccargli sullo zigomo l'aguzzo coccio che un cane giunse, si fermò il taglietto che procurato gli aveva, mentre alle imbarazzate scuse il signor P, ancor prono alla Vedova P. più imbarazzato ancora replicava che a rialzarsi fatica durava.
 
  Pensa un po' le coincidenze fu così che amore nacque: del signor P il cappotto inzaccherato la vedova P incaricata di pulire s'era la ferita per farsi perdonare e a salire lo invitò. 
 
Dramatis Personae:
Signor P
Vedova P
Cane
Vaso
Pozzanghera
Cappotto
Buccia di banana
Coincidenze

 
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Giovanni Pisano; Giudizio Universale

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