apologie e apostasie di un trepido "The inflated style is itself a kind of euphemism."
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UN DRAMMA DEL CAZZO (nuova versione, completamente riscritta) Climaco e Anticlimaco sorseggiano un caffè nel soggiorno della villetta di quest'ultimo, arredata in stile Max Ernst. Anticlimaco strimpella una chitarra di Braque. Climaco è pallido e si passa continuamente una mano sulla fronte incandescente. C: -Deggio revelarti un secreto che tu terrai per te. Sei pronto ad auscultare? A: -Lestissimo! C: -Prometti che sarai custode acqua in bocca taciturnito? A: -Zitto e mosca! C: -Neppure la signora colendissima tua dovrà sapere quel che t'isvelo ora e quivi. A: -Neppure! C: -Bene. Che si proceda, adunque. Climaco si cala i pantaloni. La chitarra di Braque chioccia un accordo di La settima nona poi bercia una quinta aumentata. D'ora in avanti, per tutto l'atto primo, un chitarrista, seduto in disparte su uno scranno ma ben visibile, suonerà ad libitum le Variazioni sul Tema della Follia di Spagna di Mauro Giuliani. A: -Oh my Godde! Non est passibile de dimostrazione ciò che me mostri. I miei occhi se ribellano: osserva. Vedi com'essi sbalengano? C: -Riderei a tanto sfruscicolìo di palpebre e pupille se 'l riso mio non me sgamasse de dietro per significarme "ohibò, quale animalo si è così scalcinato da sganassarsi del malo suo? Tiè! Che te vegna un singhiozzo al culo, cialtrone!" A: -Minchia che fetore! C: -Turati le froge! A: -Ci ho il freddore. Ma codesto lezzo carcassoso mi divarica i sensi tutti. C: -Como te capisco. Prevarica i miei pure... A: -Ma dimmi, se non ti affanna il dire: quale immondo sortilegume te ridusse il casso a un suffumigio de putriditia? Che è che te strozza il bestio sì como a impiccato il gozzo, però che 'l sangue non irrobora... C: -Irrora? Corrobora? A: -Azzittiscite! Che è ch'et cetera ceterisque, però che il sangue non vermiglia né più ne la capocchia? C: -Ah, se solo 'l sospettassi, non crederesti che 'l cerusico avria edotto? A: -Spiegate: qual si fu la diagnosi del cerusico? C: -"Cancarena. Ignoramus causam, agnoscamus remedium. Hic haec hoc: non potendo salvare la parte, si è statuito de sacrificare al tutto la parte, affinché 'l tutto, senza la parte, se conservi per lo meno in parte. " A: -Vale a dicere? C: -O se espunge o se defunge. A: -Tagliare 'l casso? Ma... Ma... Es una muy grande bastardata, per la cotenna de Belzebobo! Grande, immensa iniquitate! C: -Concordo. A: -Puoto tastare? C: -Prego? A: -Gratia. Anticlimaco tocca la zona ammorbata. C: -Prego gli era una dimanda, como a dire 'repetita giovano', non 'prego s'accomoda, me piase quando che me lo tocano!' A: -Chiedo sorry. Ma la tentazione de l'incognito me guidò la mano como un Ulisse che plebìscita li barcaroli compari sua: 'Fatti no foste... C: -Ok, no veggio la bisogna de giustificarse posteriormente. A: -A-ehm, meo signore, habemus le sgraffe appiccicatonzole... C: -Va', vatti a lavare, che 'l cerusico non seppe pronunziarsi su la contaminosità del morbo. Sii lesto. A: -Lestissimo! C: -Posso revestirme o v'è qualche altra curiosità che te baluccica in groppa? A: -Me reputo soddisfacto quanto basta: il sapore lo serberò tra i soporosi desii del cassettone. C: -Sa di piscem di cloaca, se proprio vuoi esser conto. Anticlimaco corre a forbirsi le mani. Climaco si aggiusta i pantaloni e claudica girando in tondo la stanza. C (tra sé e colà): -Misuro el soggiorno a passi tardi e lenti... Un piede devanti a l'altro io marcio e 'ntanto marciscemi 'l batacchio. Ma 'l dolor che me costrigne l'augello in un serraglio troppo stretto è poca cosa, pochissima cosa a cospetto de la colpa che me macera dal di dentro le ossa. Qual fia ristoro confessar l'inaudito travaglio a chi accostò l'origlio ammoroso al primogenito esizial effetto che la mia esecrabil condotta accudì in fasce poscia che 'l misfatto di già s'era compiuto di sotto 'l naso del confessore? Ah, mai potrò saperlo, imperocché il senso de le mie stesse parole m'è oscuro. Entra Anticlimaco A: -A giudicar dal tuo aggrondato sembiante, una silloge de pensamenti ti sberlotta in grembo. V'è qualcossa ch'i' non sospetto che suggerir sapresti se sol non fosse che di seguirti scelsi sì d'appresso che, come scorgi, solidale sòppico io anco? C: -Nulla che io possa dichiarare sine imbarasso. E smetti di zoppicare, che 'l casso tuo non t'impedisce l'inceder retto. A (continuando a claudicare e girare in tondo dietro Climaco): -frena, cagnolino, frena! Sembra che tu abbia in animo di sannarti 'l codazzo. Sollazziamoce insieme come ai bei tempi che fuoro (rammenti?), allor che giovinezza ce attissava le bragie ai sederi, imperoché (rimembri)?, con beffe maiale e scherzacci putàni, fasèndo svoltolar ne la cacàglia megere e messeri, di poi ce toccava correr a crapòn basso per schivar li forconi (ti sovvien la crapula che festeggiar soléa le nostre gesta?)! C: -E come? A: -Eccome se ti sovviene! Non ne dubitavo, per lo splenio di Satanasso! C: -No, per la pappagorgia di Belfagòrre, tu scambi fulva per vulva! Chiedevoti il come: in che modo rinverdir i fasti del moccio... Squadriamoci: non lo vedi che se' scrofàgnuolo? E non t'accorge che io so' pendulo? A: -Ritengomi offeso. C: -Pe' lo scrofagnuolo? A: -None. Tu dài abbastanza peso a la mia ventresca, su questo non diluvia e te ne do atto; d'altro canto, ho l'impressione asperrima che la mia argutia tu l'abbia gittata nella pattona insieme a le garze del pennacchio. C: -Dimmi, se 'l merito, como posso fàcere per spilluzzicarti l'ego te absolvo... A: -Sei compunto? C: -Compuntissimo! A: -Sussiegoso? C: -Giammai! A: -Bene! Allora ascolta e pruovati a tàcere. Anticlimaco bisboccia... bisbiglia qualche cosa all'orecchio di Climaco. Climaco è così felice che non riesce a trattenersi. -Oh, tripudio! Oh paradosso del gaudente spacciato: beato sono a un dipresso dal cipresso per concession gentil del fato! Escono di casa. C: -Dimmi che non dormo! A: -Perché? C: -Perché sogno. Sogno l'allegro cazzeggiar di femmine aulenti como ciligie, leggiadre como cigni, eteree como cipria e tuttavia di aspetto egro. A: -Non dormi né sogni, amico mio. C: -Allor la muerte non avea impegni, non un filo d'erba da falciare, sicché solerte portasi avante col laboro e, anticipando i tempi, già me rintruona de delirii per poi venimmi a prenne, quanno sarò sì citrùlo d'abbandonarme a la roncola sua sine rinculo? A: -Nay, non stai delirando. Ma smetti de torturarti e observa 'l paisaggio: quelle che avanzan fasendo ballottolar el bacino como gallinellule e quelle che se adunan in capannelli como paperottule, son le Ninfe. C: -E quelle laggiù in fondo, che scapano che sembran forsennate? A: -Sempre Ninfe sono, inseguite dal dio Pan. C: -Hanno tema de lo sùfolo? A: -Lo capirai tu istesso. Le tre che se vicinano, sarà meglio schivarle. Hanno sghemba l'indole siccome l'ossatura: chiamansi Cifosi, Lordosi, Scoliosi; caratteracci d'alfabeto cirillico. C: -Vade retro! A: -Quella sì che me lusinga: è Sifilide. Tu preparati a la sopresa intanto che l'arringo. Oh Ninfa da l'incarnato lattiginoso e le gote purpurescenti, tu che svendi le tue bocche ai poeti che acquistan rubri luminamenti, non affretta il passo e costì per un poco sosta: l'amico mio non ha talleri né talenti, ma un dono egli ha che non guasta... C (tra sé e sibi sibilando): -Che concione striminzata, che oratione bassifondara, che metrica bacata, che retorica caciara! A: (sibilando al compare)- Orsù, è il tuo turno! Climaco si cala le brache C: - Codesto botulum incancrenito te gusta, Ninfa Sifilide? Soppesarlo con il guardo es insufficiente: non sarìa più conveniente il saggiare con mano? Ninfa Sifilide: -Tu se' matto! Io mi fuggo dal gran vermo. Tu non puoi, se non isbaglio. O forse sbaglio e, come un caco maturo poi che ha mollato 'l ramo se spiaccica per terra, così el casso tuo si spalmerà sul marciapiede: all'occorrer di simil evenienza, non ti scordare la paletta. A: -Paletta? C: -Paletta? Ninfa Stomatite: -Gli è quella pe' raccattare escrementa. C: -Mi caschino gli zibaldoni se Sifilide non ci ha la lingua forcaiola! Io a questo giuoco ci rinuncio. A: -Suvvia, quella ne ha visti di cotti e malcotti, di conci e disacconci, di grami e sublimi, nani e asinini: non se puote pescar due volte 'l luccio colla stessa esca. C: -Che significa? A: -Non lo so. Ma visto che l'esca non si cambia a meno de immolar la vecchia per una nuova... C: -Ah, taci scellerabile! A: -... noi si va a pescar un altro piscem. Fortunati siamo: la Ninfetta che cammina tutta solinga co li occhi che fissan el sentiero de sua timidessa, è Vaginite. Vuoi che l'adeschi? C: -Hai cuore e fegato bastantiter grandi per cotanta impresa? A: -A bene cogitare, cederotti l'avanguardia... C: -Ninfa Vaginite, gratiosa puledra! A: (sibilando) -Stai andando benissimo! C: -L'etate tua risponde a la primmavera de lo spirto: i fiori tutti se schiudono e l'animali sen vanno pe' i calli colla coda dritta. Non pensi che 'l momento sia propitio per farse impallinare? A: (sibilando) -Che hai detto? C: -...per farse impollinare? Solleva dunque il guardo verecondo inverso questa pertica! A: (sibilando) -Che bel idillio bucolico... Ninfa Vaginite: -Per il carretto di Febo, il primo gli è che vedo e già priego che sia l'ultimo! Vaginite scappa coprendosi gli occhi con una mano. Climaco e Anticlimaco ridono saporosamente e si congratulano l'un l'altro. A: -qua la mano, brother! C: -eccoti 'l cinque, compare! Scema la musica. ATTO SECONDO ET CONCLUSIVO L'Autore balza sul proscenio per spiegare all'auditorio tutto come 'l finale da lui previsto non si regga in piedi. Il pubblico, che per tutta la messinscena avea taciuto scettico, ora borbotta sconcezze, finché el portavoce dell'utenza non si alza in piedi, ottiene el silenzio et chiede cosa renda l'atto secondo sì imbelle da inciampare. L'Autore se confida e, tra un atto de contrizione e un gesto de iscusa, afferma che, 'sendo l'ingegno suo lasso, non poteva che concepire un dramma più lasso ancora. El colpo di scena che cala el sipario, a suo giudizio, non se giustifica e non coglie niuno impreparato. Climaco, secondo 'l suo piano, dovea raccontare all'Anticlimaco che fu la moglie de quest'ultimo a tacargli el canchero al pistacchio con un sortilegio, poi che se l'era strombata e di ritrombarsela non volea saperne. Ma Anticlimaco non è in niente sorpreso e, svestendo i calzoni, mostra un casso quasi del tutto decomposto all'amico: la megera gli avea mandato lo stesso canchero giacché se strombava un'altra. -Perché,- chiede Climaco, -hai voluto che ci divertissimo insieme a spaventare le ninfe con euforia goliarda?- -Perché desideravo umiliarti in punto di morte, come tu svergognasti me col tradimento.- risponde Anticlimaco. E aggiunge: -ma in nome dell'amicizia che ci unisce e del morbo che ci affratella, mia moglie, ti ho perdonato e ora voglio morir con te facendo bagordi per l'ultima volta.- Sicché i due se slanciano tra le braccia de Meningite, Cirrosi, Poliomelite, Orchite, Colera, Leucemia, Leptospirosi e muoiono orgiasticamente. L'Autore scoppia in lacrime e maledice la sua Musa. Il sipario cala. Il pubblico non si trattiene, è indignato e chiede la testa dell'Autore. Qualcuno, salendo sul palco per farsi giustizia, urta un riflettore che cadendo incedia il sipario. Tutto il teatro brucia. Il sipario cala. Il pubblico è sempre più indignato, vuole la testa dell'Autore. Qualcuno, salendo sul palco per farsi giustizia, urta un riflettore che, cadendo, incendia il sipario. Tutto il teatro brucia. Cala il sipario. Il pubblico non si trattiene, è sempre più indignato, vuole la testa de l'Autore. Qualcuno, salendo sul palco per farse giustizia, urta un riflettore che, cadendo, incendia il sipario. Tutto il teatro brucia. Cala il sipario. Il pubblico non se trattiene
scritto da Climacus | 29/03/2005 13:24 | commenti (54) |
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Piccolo contributo per una esegesi (poco ragionata) di una poesia di Bufalino Il fluido biancastro sgorga: nella piccola morte si compie la catarsi. Ma questo orgasmo mai sazio non è forse un raschio di vita che rantolando, sempre incompiuto, si porta appresso, per un istante, quella macchia nera nel torace che dissimula la morte? Bufalino verga un quaderno di carta da macero mentre sopporta la cattività della Rocca. La tubercolosi gli corrompe il corpo ed è solo per un capriccio che Moira manca la scaccata finale allo spirito, già corroso. Della partita è pedina essenziale la passione per Marta, donna dal passato turpe che il sanatorio dilava, perché chi abita la Rocca remiga da pricipiante che si è appena affacciato a una vita nuova. Una passione che non può o non potrà essere amorosa perché incistata in un sistema che pare rispondere ai meccanismi dell'apoptosi cellulare: il nucleo e il citoplasma si condensano, la cellula si frammenta in vescicole destinate ad essere fagocitate dai macrofagi per ordine stesso della cellula, che attiva un programma di autodistruzione; passione suicida, dunque, che si gioca tra condannati a morte. Nel giovane scrittore, ogni forza che adrebbe incanalata per vincere il duello contro il morbo, è proiettata nella lotta febbricitante, condotta insieme a Marta, per secondare un desiderio inappagabile. Perché? L'orgasmo non è una piccola morte. Il fine è apotropaico, lo sforzo titanico: si tratta di scongiurare, esorcizzare, sgretolare l'ombra della malattia mortale, quella macchia nera che ombreggia la bianca, fantasmagorica sindone delle lastre toraciche. Versi lasciati sopra il cuscino Ecco declina già l'anno di nuovo ma l'ombra dietro i vetri che si stria ancora sazi, ancora ingordi ci ritrova del suo cibo di mala follia. Diluvi corrono come coltelli per ogni viottolo del sangue triste: ah brama vana, perduti duelli, tentazione di non esistere! Possederti mi è dunque terrore, e quando sudicia e dolce sul fianco piangendo mi muori, nel cuore un vento ascolto battere stanco. Coi capelli avvinti e le bocche funeste come non serve contro la sorte ogni sera cercare questa celeste catastrofe che simula la morte. Come non serve affondare la faccia sul tuo petto di tacita pietra, ora che già il predone fiutò la nostra traccia e sceglie il dardo dentro la faretra. Gesualdo Bufalino, L'amaro miele (1982) Il fluido biancastro sgorga: nella piccola, rorida vita si compie la catarsi. Questo orgasmo mai sazio è un raschio di vitalità che rantolando, sempre incompiuto, si porta appresso, per un istante, la macchia nera che dissimula la morte. |
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Il racconto paraetimologico (Significazione paraetimologica: processo volontario o inconsapevole attraverso il quale si assegna un significato arbitrario a un vocabolo in base a derivazioni analogiche della supposta etimologia dello stesso e all'analisi intuitiva del contesto d'uso) Il signor Zingarelli, di camera in camera, condusse me e la mia compagna alla stanza dal bel soffitto a volta e il letto augusto, dove Stucchevole, in veste da camera di seta rosa con sbuffi e una stola morbida di ciniglia, ci accolse con languidi abbracci. Non appena si avvide che la bella donna che gli stava di fronte era la stessa che la sera prima aveva incontrato all'Opera e che aveva sussurato -stupefacente, nevvero?- a lui che ostentava, quasi indicando, rivoletti di lacrime che gli scivolavano sulla porpora delle gote, si profondò in un inchino delicatissimo e, blandendole una mano, scoppiò in un inesplicabile pianto che gli saliva dalle viscere come una specie di pigolio soffice. - Strauss è così...- bisbigliò Stucchevole, deglutendo e quetando lo sgocciolio lacrimoso per ammannire una definizione. - La sua musica è così... Allegra!- si corresse, al termine di una lunga pausa, modulando la voce sull'ottava più alta in corrispondenza di allegra e schioccando la lingua sul punto esclamativo. Cadde subito in deliquio. Mi chinai sopra di lui e lo raccolsi tra le braccia, quindi lo deposi cautamente sul letto. -Stupefacente, nevvero?- disse la mia compagna, come leggendomi nel pensiero. -Già,- le risposi, piuttosto frastornato. -Stucchevole è più leggero della sua stola.- Richiusa la porta dietro le nostre spalle, il signor Zingarelli ci invitò a seguirlo lungo un corridoio interminabile: arazzi lisi decoravano le pareti, sprigionando un aroma di desuetudine che ci predispose senz'altro ad un atteggiamento di gobbo sussiego*. I nostri nasi rasentavano il pavimento mentre procedevamo carponi; spensi uno starnuto nel fazzoletto sorcigno. Zingarelli giganteggiava tanto che, ad un certo punto, prese ad usarci come pattìne. I miei pensieri si issarono una croce in spalle, quelli di Tuli, mia compagna, trasmigrarono in neumi. -Corrusco!- disse Zingarelli tuonando, poi mi arpionò per un lembo e, guatandomi spregiativo e diminutivo come fossi stato una pezza da piedi, mi diede una strigliata. Dal mio corpo raffazzonato, come immiserito gonfalone che la procella strugge e strazia, si levarono alti e scuri lai, -Ehu! Aità!-, accompagnati da una nenia frigia intonata da Tuli. -Mi auguro che Corrusco, vegliardo vetusto, non vi sia inconosciuto...-, disse Zingarelli, roboando. Ma ecco che Isidoro di Siviglia (homo deriva da humus poiché è caduco), brandendo le etimologie come un abaco fiammeggiante, ci soccorse, e tanto bastò al mio cuore pavido la sua epifania paraetimologica perché il coraggio carpisse vigore e ardisse proferire (accompagnato da un blues misolidio): Corrusco (esempio di significazione paraetimologica) 1 sost. corazza di un tipo particolare di mollusco che, in condizioni determinate, risplende di riflessi metallici. Est. Protezione, barriera che, abbagliando con riflessi metallici, preserva dalle aggressioni esterne (anche fig. ti sei chiuso nel tuo corrusco; esci dal corrusco). 2 sost. (spesso con val. spreg.) Viso corrucciato, cipiglio che, in determinate condizioni, risplende di riflessi metallici: 'non vorrai presentarti ai parenti con quel corrusco!' (La storia termina con un primo piano di me e Tuli che limoniamo, poi l'obiettivo glissa su di un uomo tozzo come un tomo e una voce fuori campo recita: -questo programma vi è stato offerto da Tullio de Mauro, il primo vocabolario on-line della lingua italiana. De Mauro, l'italiano alla portata di tutti.-) *Come mi ha fatto notare E.l.e.n.a., davvero attenta e puntuale, sussiego, così come appare nel racconto, è stato sottoposto ad una involontaria significazione paraetimologica, di modo che il parasignificato del sostantivo, deducibile dal contesto in cui è posto, risulta alterato (quasi antonimico) rispetto al suo significato originario. |
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L'osteria del Gino (nuga) [Gino portami un bicchiere di quello forte come lo vuoi rosso o bianco se dico forte tu cosa capisci rosso che ti prenda un cànchero lo vuoi frizzante o fermo se lo vuoi con le bollicine posso sputarci sopra Gino smettila di prendermi per il culo dammi un frizzantino (per quella vacca di tua sorella) va bene il Barbera preferisci un Lambrusco ho un Bonarda imbottigliato dal Tilio che risuscita i morti (tio cane)Tilio chi il figlio di Sandro il cognato del Vandro quello che raccoglie cianfrusaglie tirandosi dietro un barroccino legato alla bici ma vai a cagare Attilio quello che vende le uova quello che ha un figlio muratore che l'anno scorso ha fatto un incidente in macchina e per poco non ci ha rimesso una gamba tanto che zoppica ancora è chiaro sì ora ho capito il Tilio quello che abita vicino al meccanico sua moglie poveretta dicono che stia per tirare le cuoia esatto povera donna ha faticato per tutta la vita come una dannata e adesso il Signore le ha mandato una malattia incurabile è proprio una famiglia sfortunata tio porco già facciamo così Gino portami un bicchiere di Lambrusco per favore. Ai suoi ordini, signor Bertani.] -Gino, at portèm en biciér de quèl fòrt. -Cùma al vòet, ròs o bianc? -S'at dìsi fort, ti 'sa capìset? Ròs, at vègna 'n càncher! -At'l vòet ch'al fa' li bóle o sànsa 't bole? S'al voet coi boli at spùdi dènter... -Gino, mùchela lé d'at tèm par al cul. Sà chi en frisantèn (ch' la vàca at to surèla). -El barbera uàl bèn? Preferìset en lambrusc? At gò èn Bonarda 'mbutiglia' dal Tilio ch'at resuscita i morti (tìo cane). -El Tilio? Chi, el fiöl del Sandro? So cügna' del Vandro? Quel ch'at càta sü el rùt col birucìn tacà at'la bicicléta? -Ma va a caghèr! Attilio, quel ch'al uènt gl'öf... che su fiöl , ch'al fa 'l pìcol, l'atr' àn al ga fat l'inzdént en màchina che'l ghe mancàt nînte ch'al perdìva la gamba e adès al va amò sòp... At me capìt! -Ah, certo ch'at go capi'! El Tilio, quel ch'al stà visìn al mecànic, che so muèr, poaréta, i dis che l'è 'drè ch'la tira iùltim. -Propria, póera dóna. Tzèmper at tribula' cùma 'na danàda e indès el signùr al ga sbatì zó 'n brüt mal. -At l'è v'üna famìa disgrasiàda, tio porco... -Propria. -Pòrtem el lambrusc, va là Gino... -Ai suoi ordini, sior Bertani. -Gino, portami un bicchiere di quello forte... -Come lo vuoi, rosso o bianco? -Se dico forte, tu cosa capisci? Rosso, che ti prenda un canchero! -Lo vuoi frizzante o fermo? Se lo vuoi con le bollicine, posso sputarci sopra... -Gino, smettila di prendermi per il culo. Dammi un frizzantino (per quella vacca di tua sorella). -Va bene il Barbera? Preferisci un Lambrusco? Ho un Bonarda imbottigliato dal Tilio che risuscita i morti (tio cane). -Tilio chi? Il figlio di Sandro? Il cognato del Vandro? Quello che raccoglie cianfrusaglie tirandosi dietro un barroccino legato alla bici? -Ma vai a cagare! Attilio, quello che vende le uova... quello che ha un figlio, muratore, che l'anno scorso ha fatto un incidente in macchina e per poco non ci ha rimesso una gamba, tanto che zoppica ancora. E' chiaro? -Sì, ora ho capito. Il Tilio, quello che abita vicino al meccanico... Sua moglie, poveretta, dicono che stia per tirare le cuoia. -Esatto, povera donna... Ha faticato per una vita intera come una dannata e adesso il signore le ha mandato una malattia incurabile. -E' proprio una famiglia sfortunata, tio porco. -Già. -Facciamo così, Gino: portami un bicchiere di Lambrusco, per favore. -Ai suoi ordini, signor Bertani. |
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Il tempo si ingarbuglia (segnatevelo, ché altrimenti vi sfugge il mio genio) Falcidiata ogni mia forza dal barbaro lavoro di giardiniere (tutta mattina a raccoglier rami col tridente, disseminati nell'erba dopo la potatura, e ad accatastarli in una pira), metto alla prova la mia scrittura: risentirà anch'essa del soverchio sforzo? (lunga pausa atta a raccoglier le idee più cospicue col forcone, quelle più minute col rastrello) ... lo sai che ho trovato un istrice nascosto sotto una fascina? Per poco lo infilo coi rebbi. Senza volerlo. E lui è così spaventato che sembrerebbe morto, se solo non gli tremassero gli aculei. E' raccolto in se stesso come un bruco che stai per pestare. Una delle mie parole preferite è tanatosi. Penso a tanatosi e all'anfibolia delle soldatesse: una marcia lenta, l'altra fuori tempo. Ficcatevela bene in testa perché altrimenti non si capisce il resto. Ieri notte, dopo l'ingloriosa sconfitta del Milan (cui non ho assistito per l'Insomnia di Al Pacino e Attimo Fuggente), mi infilo sotto le coperte e quasi mi scotto. Mia madre, per coccolarmi, sapendo che ho sempre freddo, mi prepara la coperta elettrica accesa su max dalle tre del pomeriggio. La sbornia letargica, rinfocolata da un'intervista ad Ancellotti cui impotente assisto dopo il film, svanisce in una nuvola di vapore che ancora mi sovrasta, ma ormai sono in boxer e maglietta: troppo faticoso il rivestirmi. Brancolo. Vorrei accendere. Una sigaretta. Il pc. Altre azioni che avocano a sé uno sforzo in eccesso. Una parte di me sogna di tornare sotto le coperte e bruciare. L'altra parte di me continua a vagolare. Così indugio, tirato da una parte e dall'altra, e, con il tempo che mi pizzica le chiappe -la noia, moscone rostrato, al pedale,- mi applico ad una variazione della conta delle pecore, marcio con le soldatesse, d'improvviso mi fingo direttore d'orchestra -adagio: è un allegretto- e le soldatesse, sempre fuori ritmo, sono violiniste. Stuzzicato dalla metamorfosi e dalle fatiche anfiboliche, scartata l'ipotesi dell'asso nella manica che annega tentando la traversata (tutto per colpa d'una maiuscola), mi ritrovo come per magia a gemere di piacere autoerotico in bagno. Il fine giustifica lo sforzo. Non in questo caso. Avrei potuto uccidere un istrice, inforcandolo. Tutto per una pira che, visto come il vento tira (il tempo s'ingarbuglia), non abbiamo neppure acceso. Alle tre del pomeriggio mia madre accenderà lo scaldasonno. La tanatosi è un raccogliersi in sé quando l'istinto subodora morte. Ho preso un badile, sollevato una zolla (basamento all'istrice impietrito), e condotto zolla e animaletto in un cantuccio riservato del giardino, assolutamente attagliato alla sua timidezza. L'ho scritto. |
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CONTAMI O MUSA DELLA FIGURA RETORICA (paragrafi primo-terzo; supervisore Tulipani) Un'isola oziosa che il tifone risparmia; un lento, capriccioso sfilare di cicale nel brulicame ossesso della metropoli: questo è il Parco Maiolica di M., la pagina bianca tra i capitoli del libro tumultuoso che narra l'umano peregrinaggio da un fianco all'altro della montagna, quel colosso che il tempo erode, giorno dopo giorno, affinché alla nostra scalata nulla si frapponga infine che sia più consistente di un cumulo innocuo di sassi. Metafora: figura retorica che consiste nella sostituzione di una parola (o di un'espressione) tramite una parola (o espressione) analoga, in modo tale che, tra i termini della sostituzione, si costituisca un nesso di significati palese o intuitivo. Un pomeriggio non lontano, mentre cammino con passo non frettoloso tra i viali solatii del parco, mi si avvicina un uomo non basso -se paragonato ad un giocatore di basket-, il cui aspetto non trascurato, noto subito, ha un che di poco rassicurante, quasi vi sia un alone non chiaro di calcolo e finzione in quelle persone dal comportamento non scortese ma neutro, dall'abbigliamento non elegante ma dignitoso, prive di charme e con un modo di parlare studiatamente non amichevole, scevro di inflessioni, sobrio, non sgraziato ma piatto: non intendo sembrare troppo drastico nel giudizio, ma non c'è dubbio che in loro io veda delle litoti ambulanti. Litote: figura retorica che consiste nell'attenuare un concetto, un giudizio o un'affermazione mediante la negazione del concetto, giudizio o affermazione contrari. In taluni casi può avere funzione rafforzativa e valenza ironica. E' un tipo particolare di perifrasi; alcuni studiosi trattano la litote insieme con l'iperbole. (fonti: Manuale di Retorica di Bice Mortara; Vocabolario della Lingua Italiana di Sabatini-Coletti gentilmente segnalatemi da Tulipani) Come una pianta colma di fiori, nella canicola del meriggio, al primo refolo lascia scrosciare una pioggia di petali, sì che nell'aria tornata immobile un odore stagna che sembra funereo, così il lembo della giacca di quel figuro, scostandosi per una folata provvida di vento, lascia ch'io intraveda il calcio di una pistola e subito mi par di sentire il ghiaccio effluvio di morte pervadere il tempo che mi separa dal colpo fatale: -non si faccia prendere dal panico,- mi sibila tra i denti l'uomo con le braccia spalancate come a significarmi che non corro pericolo alcuno; ma, come il fabbro stringe la morsa per forgiare il duro metallo, così il terrore mi serra le mascelle intorno alla favella. Per farla breve (di similitudini invero ne ho piene le tasche), anche volendo non posso gridare. Similitudine: "figura retorica fondata sulla somiglianza logica o fantastica di due eventi o successioni di pensiero. Si distingue in una protasi segnalata da come e in un'apodosi segnalata da così." (cit. da Vocabolario Illustrato della Lingua Italiana di Devoto-Oli) continua |
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Fummo tutti dalla parte di Feuerbach (K. Marx) Post Primo Detesto la blogstar Sifossifoco: se si afflosciasse per un'improvvisa lacerazione occorsa al suo smisurato egotismo, ricoprirebbe buona parte della Toscana. E' una beffa del destino che il talento in lui non difetti; il fatto che ne abbia piena coscienza lo colloca tra gli ordigni con la miccia troppo corta, fracassoni e tuttavia micidiali solo per chi è così imprudente da maneggiarli: se esiste una persona in grado di entrare nelle sue grazie senza farsi fagocitare dalla vorace vanagloria del modesto talentuoso, infligga senza tema una stilettata allo zeppelin che scelleratamente il talentuoso umilissimo ha affittato per sorvolare l'Olimpo (prima tappa per elevarsi sino al cielo delle stelle fisse). Che la caduta gli sia propizia, affinché la declamazione dei versi a lui cari tocchi gli apici dell'espressività drammatica: paréa mota... Unn'era. Post secondo Sto scrivendo, in collaborazione con Tulipani, un racconto schifosamente pretenzioso (che, ovviamente, data la mia caratura intellettuale porterò facilmente a termine), ove intendo sfidare a singolar tenzone Queneau e dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che gli strumenti retorici di cui dispongo sono ben più affilati dei mezzucci dello scrittore francese. Se Tulipani non si distraesse continuamente (lavora 15 ore al giorno: rinunciando al sonno, potrebbe senz'altro trovare più tempo da dedicarmi) l'opera sarebbe già disponibile alla vostra ammirata, basita, invidiosa attenzione. Temo che non potrò pubblicarla prima di lunedì. Post Terzo Detesto la blog merdina Climacus: se si afflosciasse per un'improvvisa lacerazione occorsa al suo smisurato egotismo, ricoprirebbe buona parte della Lombardia. E' una beffa del destino che il talento in lui difetti; il fatto che non ne abbia piena coscienza lo colloca tra gli ordigni con la miccia troppo corta, fracassoni e tuttavia micidiali solo per chi è così imprudente da rimaneggiarli: se esiste una persona in grado di entrare nelle sue disgrazie senza farsi fagocitare dalla vorace vanagloria del modesto non talentuoso, infligga senza tema una stilettata al ballon d'essai che scelleratamente il non talentuoso umilissimo ha affittato per sorvolare l'Olimpo (prima tappa per elevarsi sino al cielo delle stelle fisse). Che la caduta gli sia propizia, affinché la declamazione dei versi a lui cari tocchi gli apici dell'espressività drammatica : S'accoppia spesso la mia bocca alla sua ventosa (Verlaine, Rimbaud; Sonetto del buco del culo). scritto da Climacus | 12/03/2005 14:25 | commenti (13) |
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Una rassegna completa dei sinonimi di merda Pupù, popò, cacca, feci (e disfeci), sterco (e controsterco), lambda (lo si usa quando si è troppo timidi per dire merda; è simile allo IT inglese, che più neutro non si può), poo (ingl.; agli amanti della merda si consiglia di visitare il sito ratemypoo dot com e di votare), bovassa (adat. dal dial. buàsa: cacata di bovide), cacatina, escremento, tortino, pasticcetto o pasticciaccio, stronzino-stronzetto-stronzata-stronzone ecc., plumcake (onom.: detto di merda che inabissandosi ex abrubto fa scrosciare l'acqua del W.C. sui glutei), marronata, buffetto (nella loc. 'vado a fare un buffetto'), liposuzione (vado a far la liposuzione: lo dice mio fratello prima d'andare in bagno. Tornato dal bagno dice d'aver perso tre chili in merda), sbrodolatina, girella (vd Capitolo II: morfologia della merda), excalibur, frecciata, conato di culo, manna, apritisesamo, libeccio, libbra, chilo, tonnellata, miglio, miglio marino, pacco, paccottiglia, puzzone, pescegatto, liberatoria, plico, scacazzata, peto diarroico, poncio, spintarella, fenicottero, humus, stromboli, pallamano, liquame, extrasistole, ammazza ahò, hamburger, temporale, burro d'arachidi, nocciolato, cioccolata calda, ciambella, zavorra, concime, letame, scarabeo, escremento, matassa, mollica, durone, ariete, so good, segreto, cipresso, deiezione, monolito, cotoletta, cirro, mosca, pralina, pietra miliare, cavallone, castagnaccio, ceppo, marra, trenino, parto, parto gemellare, parto plurigemellare, bambino (etim. incerta; probab. dal dialetto 'at go fat en putìn!'), tris d'assi, re di bastoni, serpentina, serpentone, boa, pitone, anaconda, ciclope, sventagliata, baffo, tappo, gioiello, barracuda, masso, sesterzo, zecchino ecc. (dalla favola dell'asino che cacava monete), brutta copia, bignolata, panettone, tram, spicciolata, sanguinaccio, tronco di natale, mordi e fuggi, coprolito, matrimonio, patrimonio, pastiera. L'ipotalamo è ben visibile sulla porzione centrale della base encefalica, tra la calotta mesencefalica e la regione settale. Sono visibili sulla sua superficie ventrale, che è in rapporto col chiasma ottico, i corpi mamillari, il tuber cinereum e l'infundibolo. |
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Sfida: Mi impegno ad incuriosirvi, riportando un mio delicato commento, scevro di giudizi estetici o morali, concernente un post di un autore/ ' autrice che non intendo svelarvi e che, per comodità, chiamerò Boh. Scopo della sfida è quello di spingervi, bava alla bocca, a cercare Boh e il suo post tra i miei numerosi link. Chi ha già letto Boh non può partecipare. Perdo la sfida e la stima se resistete all'irresistibile tentazione di leggere Boh. Eccovi dunque il commento. A partire da Assunta la posizione corretta fino alla conclusione, non ho riso a storpiafaccia soltanto perché ero a tal punto meravigliato dalla chirurgica precisione e doviziosa eleganza che Lei ha saputo insufflare nella rappresentazione della virtuosistica minzione, che per qualche secondo la mia immaginazione mi ha proiettato all'interno di una piscina olimpica a rimirare le gesta e i voluttuosi corpi di tuffatrici fascinosissime impegnate in una gara tecnicamente et stilisticamente perfetta. Purtroppo la frase di chiusura mi ha riportato alla prosaica realtà del pissotière pisseux, obnubilandomi l'immaginazione, che, come in un incubo antelucano gravido di sciagurate premonizioni, mi ha appalesato la scena di me medesmo convulsamente concentrato a masturbarmi -Alas, il ricordo di quelle femminee evoluzioni mi dilania!- sul fondo della tazza. (link e relativi tooltip sono laggiù) N.B. Questo post non è teso a pubblicizzare Boh, quanto piuttosto a riciclare uno dei tanti commenti che, nell'insieme, costituiscono il novanta per cento della mia attività scrittoria e l'ottantasette per cento delle mie fatiche giornaliere. Scopo precipuo del post è quello di immagazzinare, assimilare, interiorizzare il termine tooltip.
scritto da Climacus | 08/03/2005 10:24 | commenti (22) |
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Uso il times new roman. Niente courier. Non è Climaco a scriversi addosso. Consideratemi una prefica. Incazzata. Phlebas il Fenicio, da quindici giorni defunto, dimenticò le strida dei gabbiani, e il profondo gorgo marino e il guadagno e la perdita. Questo è Eliot. Giusto un pezzetto per non rovinarlo in toto. Eliot tradotto da schifo -non che me ne vanti, sebbene l'intenzionalità del gesto- e trasportato di peso in un ambiente che lo degrada. Poveri Burri e Pisano, certo. Provo infatti insofferenza nei riguardi di un blog come questo, dove il principiante della scrittura si cimenta con solerzia, fidando nelle proprie potenzialità che prima o poi s'esprimeranno a pieno (d'altronde il vero artista procrastina la maturità fino alla morte), nelle prove tecniche che lo guideranno alla grande e nobile impresa del romanzo della vita, quello che, parafrasando indegnamente Henry Miller, farà cadere Proust nell'oblio. Provo insofferenza nei miei confronti, perché ho deliberatamente scelto il confino per dare una parvenza di solidità alla illusione che, nell'isolamento, un Flaubert mi si segga di fianco, per sussurrarmi all'orecchio quei magnifici costrutti che incastonano le parole in sontuose e perfette architetture. Devo aver sentito dire che vita e scrittura reciprocamente si eliminano. Ma è ad Eliot che voglio fare ritorno, perché la mia lamentazione non rimanga impantanata nell'acquitrino dell'autoreferenzialità ma, raccolti insieme i miasmi lutulenti, sublimi e incomba, come nuvolaglia pronta a erompere in un fiotto di merda, sul Festival della Canzone. Questa sia per te, Sanremo, una piagnucolosa maledizione: disteso dunque sul divano a grattarmi come di consueto le palle, lo zapping mi spalanca la visione di un grande palcoscenico e di una scalinata alluminata, che una fica da ovazione discende cautamente, fino ad unirsi al nasone pecoreccio Bonolis, uomo dal buon eloquio e piacevole come una verruca, e alla lavandara tarchiata culobuzzona Clerici. Il bonolide chiede alla strafica di accennare la posa per un calendario desnudo che un giorno le sarà proposto di fare. 'Ieri abbiamo provato Agosto' e tutti ridono. 'Oggi quale mese ci propini?' e tutti ridono. 'Aprile', dice la strafica, e tutti ridono. 'Io sono nata in Aprile' e tutti annuiscono, poi tutti ridono perché il bonolide spara una raffinata freddura. 'Bene Maestro,' dice la strafica rivolta (e tutti ridono) al direttore d'orchestra, '... se potessi avere un po' di musica in sottofondo...' E tutti aspettano. Io tengo già pronto l'obelisco in una mano, si sa mai che una capezzolata di sghimbescio allieti il mio buon cuore. Ma lei, la strafica, si mette a recitare. A recitare! Il mio Eliot! La mia poesia! April is the cruellest month, breeding Lilacs out of the dead land, mixing Memory and desire, stirring (...) Apile è il meze più cudele lilà geneando dalla tevva motta memolia mezcolando al deziderio deztando
VAFFANCULO e tu, Proust, preparati all'oblio scritto da Climacus | 05/03/2005 12:53 | commenti (34) |
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Nostàlgia da Monàstero = =(melodramma a X atti che mai decollò) . (polifonia estemporanea) ASSAGGIO (Giona ha or ora vomitato) Il lavello s'è intasato. Non mi va di fare un lavoro sporco, per giunta a mani nude. Ma trovare uno sturacessi in questo appartamento simile a un reliquiario sovrabbondante potrebbe rivelarsi una nuotata nelle sabbie mobili, vuoi perché i superammassi di cornici vuote e pannelli e listarelle e assicine di legno schiantate (residuati non bellici della crociata anti-iconodulia e anti-modanaturadulia) di cui questo posto pare riserva inesauribile, nascondono sempre chiodi arrugginiti untori di tetano, vuoi perché qualcuno, vedendomi frugare nel ciarpame, potrebbe scambiarmi per un ladro -ed è fresca di stampa la circolare firmata Bolaffi, Sottosegretario alla Giustizia, che vieta ai ladri di rubare, pena la 'deiezione dal rango di Soggiornante con conseguente arresto e carcerazione nelle raffinerie sotterranee di Chora'-. Mentre ripenso accompagnandomi a barbabrividi di sincera repulsa ai racconti sulle leggendarie Raffinerie Monastiche che i padrenostri solevano alloquire come spauracchi contro gli atteggiamenti indisciplinati dei marmocchietti -Giona, se continui su questa strada finirai col discendere nell'inferno del Piccolo Chimico, dove i tuoi glutei gradasso-grassocci saranno territorio di conquista per uomini a tre teste e mostri itifallici,- mi mondo la bocca e smoccolo il naso in un guanto solopollice di feltro pesante, di quelli che si usano per maneggiare pentolame, e infilo pape-satan-aleppe un braccio nello scarico turato. Estraggo una palla di capelli e materiale di natura inconoscibile che lancia un gemito UFO della rotondità di un peto quando, con una destra manata, lo spiaccico contro il muro. La spremuta gastrica ribolle per un atomo d'istante nel lavandino, prima d'essere risucchiata con un gemito tetragono all'incirca quanto un rutto. La mia risata non tarda a sgorgare: "ih, che strombazzata aléppe-perepepè" mi ritrovo a pensare, mentre il riso s'acumina fino a rasentare il richiamo accalorato d'un pavone. "Ih, che altisonanti lai," mi sorprendo a pensare, e la risata rinuncia al suo rango "ih, deiezione, Soggiornanti, ih!" di risata per frullosfrigolare ad altitudini da vertigine sopranile, ché tanto sto evacuando i polmoni, sono (di già) in apnea, forse un embolo è (lì lì) per staccarsi, ma checcazzo, è una goduria densa e rotonda come invasi di sperma sentire le corde vocali che si sfilacciano e il cuore che martella ottomila battiti al minuto come quello d'un ragno... ... ottomila come quel ragno di capelli e pappetta ovarica che mi guata grillo parlante -Allocuzioni! Allocuzioni! Allocuzioni!- spetasciato al muro e poi... poi... ... poi si ferma, resta sospeso eternamente riparte aritmicamente pompa ripompa. (clòppete cloppéte clòppete) Un braccio liscio mi morde il collo. E' una presa da guardiano. No, è una presa da judoka effeminato, femmina la morsa. -MA... MA... MA... Sei pazzo, Giona!- Uh, certo che no, mi manca molta gavetta. Intanto respiro bene bene per abbandonarmi rinsavito a un diletto maschile per forma, femminile per sostanza, un diletto che mi tira i capelli ma lo fa... ...può ben darsi che lo faccia quasi forse fosse unà carezza. Una carezza tipovirago, non so se ti è familiare, Asclepia. (Asclepia salverà Giona dai Guardiani fedeli alla Badessa? Non lo sapremo mai) |