apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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venerdì, aprile 29, 2005

Come viene viene

Ben intruppate tra le moltissime cose che mi sforzo di capire e che mi tinteggiano di ignoranza perché mai le capirò, ci sono i gradi di una qualsivoglia gerarchia. Ciò non vuol dire che io sia contrario o insofferente alle strutture fortemente gerarchiche. No. Io non ricordo i nomi di quelli che stanno in alto come di quelli che stanno in basso, salvo qualche paletto, mica sono deficiente, che si è piantato da solo nel bel mezzo dei miei vuoti. Mi riferisco soprattutto alle scale di valore e importanza e potere in ambito militare. Per me i gradi cardinali sono 4, proprio come i punti cardinali, altrimenti non li avrei chiamati cardinali. Soldato semplice, tenente, generale, sergente. Per me il sergente occupa il livello più alto. Certo, il generale starebbe molto più in alto. Però, visto che non so chi è più importante tra tenente e sergente, per non far casino ho messo il sergente al primo posto, se non altro perché risulti chiaro che ho le idee chiare sulla subalternità del tenente rispetto al generale. Oddìo, il ragionamento un po' mi sfugge, ma quello che volevo dire è più importante di quello che ho già detto, e cioè che esiste una gerarchia anche nei pensieri, soprattutto quando si fanno comparazioni oppure quando si ragiona e allora è chiaro che il superlativo assoluto sta un gradino sopra tutto il resto. Sicché mi verrebbe da dire che dio non può essere buono, bensì buonissimo. Però sto confondendo le acque. E allora, scendo di qualche gradino e riparto col discorso: il sergente è il più valoroso e grande di tutti perché nelle battaglie è lui che ci rimette. Ha un mucchio di responsabilità che uno manco sa farsene un'idea se non ci fossi io a chiarire 'ste cose. Prendete i soldati semplici, che oserei definire reclute se un po' non mi venisse da ridere perché a scuola c'era nonnismo e bullismo e noi di prima venivamo chiamati reclute dai bulli di terza come Morgan, che era il più cattivo di tutti e dava gli ordini: mettetelo sulla cattedra, tenetegli ferme le gambe;  poi tutti aspettavano un suo cenno per scaldarti il culo di schiaffi, manrovesci e pugni perfino. Morgan subentrava alla fine, quando non riuscivi più a scalciare per il gran male di culo, prendeva il dizionario di latino e picchiava così forte che non era raro vedere delle pagine scollarsi e volare per la classe. I suoi servitori se ne stavano in cerchio a godersi la strage di pagine. Che poi stavi così male che ti venivano i lacrimoni a sorbirti due ore di latino seduto sulle braci. Prendete le matricole Smith, Johnson e Cooper. I nomi me li sono inventati che stavo sotto la doccia e mi assicuravo che dopo la risciacquatura le ascelle non puzzassero ancora, una seccatura che spesso mi agguanta dopo che mi sono asciugato e magari sto infilando le chiappe e quel che sta lì davanti nei boxer. Allora mi piego per tirarmi su i boxer e sento che c'è un cattivo odore che aleggia intorno alle ascelle. Eppure le ho lavate bene. Comunque Smith johnson e Cooper partono in missione con altri soldati semplici che però si salveranno. A rimetterci chi una gamba chi un braccio chi un occhio saranno questi tre, che poi sarà inutile portarli all'ospedale da campo, perché avranno perso troppo sangue e ci sarà semplicemente da constatarne il decesso e preparare delle bare da mettere sull'aereo imbacuccate nelle bandiere. Per il soldato semplice Turner, queste inutili morti saranno un tragedia evitabile. Turner, che è uno che non ha peli sulla lingua, dirà infatti che Smith Johnson e l'altro, il nome l'ho dimenticato, non sarebbero caduti in azione se il Sergente Rumsfile avesse fatto questo invece di quest'altro. Bella fatica, Turner. Son buoni tutti a criticare quando le decisioni le prendono gli altri. Non ho ragione? Adesso pigliate Rumsfile. La notte non dorme. Se dorme ci sono gli incubi e si sveglia che gli tremano le mani. Smith e gli altri due lui se li ricorda benissimo: tu tu e tu, restate sdraiati. Quando vi do l'ordine, correte come se aveste un bazooka piantato nel culo. Bene, Smith. Bel colpo. Vai a aiutare quei due, cazzo. Cazzo. Cazzo, Smith, via di lì. E voi, figli di puta, coprite il culo a quei tre stronzi. Smith. No, no, no. Maledetti bastardi. Presto, ritirata. Vado a prenderli io. Oh, cazzo, resisti Smith. Resisti. Il medico. Tu, dammi una mano a tamponare. Dài, Smith, siamo fuori da quel gran bordello. Dài, c'è il dottore, stringi i denti. No. Non agitarti. Porca troia, lo so che fa male. Figli di puttana. Mi sentite? Bastardi figli di puttana.
Allora mi viene in mente la visita per il servizio militare, quando fatta tutta la trafila di esami, si stava belli ordinati come buoi di fronte a una commissione e si aspettava che uno vestito da militare, un soldato semplice, ti chiamasse per nome. Climaco Giovanni. C'era una pedana nel centro del salone, posta davanti a quelli della commissione e ai loro culi freschi e rilassati adagiati su seggiole poco spartane. Salivi, con le palle ghiacciate perché mezzo nudo in novembre -e il riscaldamento non serviva perché si trattava di dimostrarsi forti-; salivi sulla pedana e c'erano sti stronzi che li avresti mandati tutti a fare in culo, se non fosse stato per il sergente, che in mezzo a quella merda era distinto, posato, educato perfino. Un uomo gentile e forte. Un sergente con tutte le bandierine e stelline appuntate alla casacca. Ecco. Lui dava un'occhiata a te e poi alla cartella dove stavano scritti tutti i risultati degli esami, sebbene guardare la cartella non gli servisse poi molto perché di te sapeva già tutto. Oddìo, magari non sapeva che c'era sangue nelle tue urine. E infatti, sbirciata la cartella, mi dice che c'è sangue nelle mie urine e a me, se possibile, si stringe ancor più il buco del culo. Può essere una sciocchezza, mi dice, oppure qualcosa di più serio. Fai altri accertamenti appena possibile. Ad ogni modo sei idoneo. Giovanni. Puoi andare. Mi raccomando, fai gli accertamenti.
Mi viene in mente allora quello che sarebbe salito sulla pedana dopo di me, che aveva pisciato della roba che sembrava guiness, mentre la mia urina era talmente chiara e pulita che me la sarei bevuta.
Ma veda anche lei di andare affanculo, signor sergente.


 

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sabato, aprile 23, 2005

UN REBUS

Alle sette del pomeriggio del 26 maggio, Tommaso Malasorte, su segnalazione della moglie, fu ritrovato da una pattuglia di carabinieri a vagare senza memoria alcuna per la strada che dall'asilo Monteverdi conduce verso la tangenziale, dopo essere confluita nella circonvallazione nord. Fu ricoverato in stato confusionale all'ospedale Massimo Poma, per essere sottoposto ad accertamenti clinici che, tuttavia, non evidenziarono alcuna patologia o evento traumatico che potessero essere collegati all'amnesia. Tommaso recuperò la memoria solo due giorni più tardi. 
Aveva parcheggiato la Passat, modello del 1995, di fronte alla farmacia del Prof. Bonaiuti, dove era entrato per comprare una pomata funghicida che lo stesso Bonaiuti gli aveva propinato. Malasorte, approfittando del fatto che non vi fossero altri clienti, si era sbottonato la camicia fin quasi alla cintola e, una volta arpionato e tirato il colletto della t-shirt con entrambe le mani, si era sporto col busto oltre il banco per consentire al farmacista di osservare quelle macchie rosse che, da un apparente focolaio posto poco sopra lo sterno, punteggiato da piccoli foruncoli in suppurazione, si allungavano da ambo i lati seguendo la linea di demarcazione dei pettorali, diffondendosi fin sotto i capezzoli. Tommaso Malasorte era poi uscito dal negozio giocherellando distrattamente con la confezione gialla e bianca, su cui campeggiava il nome del prodotto e del principio attivo, pressoché identici, e l'avvertenza 'per uso topico', curiosamente muta eppur melodiosa. Aveva rifiutato con ferma cortesia, vibrando rapidamente nell'aria il palmo della mano col braccio proteso in avanti, la sportina entro cui il vecchio farmacista, così somigliante a un Walter Matthau smilzo, avrebbe adagiato educatamente l'invitante scatolina di cartone, su cui erano impresse le parole che tanto ingolosivano (se ciò non fosse del tutto insensato per un prodotto farmaceutico per uso topico) il cliente. Mentre camminava addossato al muro della palazzina confinante con la farmacia, avendo premura che il piede destro non sdruciolasse storcendosi lungo il bordo del minuscolo marciapiede, continuò a girare e rigirare tra i palmi la scatolina bianco-gialla, beandosi dei tonfi rotondi del tubetto al suo interno, come quando si arriccia la lingua e la si scucchiaia contro la parte bassa del palato per imitare lo zoccolio del puledro. Per uso topico roteava tra baluginii che, per un momento, parvero profumare d'agrumi. Pochi passi e Tommaso Malasorte avrebbe raggiunto l'asilo Monteverdi, avrebbe aggirato il plesso per bussare alla porticina sul retro, e la maestra Colaiuti, petrarchesca come non mai, ma anche botticelliana, gli avrebbe sussurrato un alito di biancospino per uso topico, spalancando più del consueto l'azzurro solletico di quelle ciglia così saporose, soporose come i sogni abbarbicati sugli zigomi lisci che tanto gli ricordavano la pomata per uso topico. L'avrebbe seguita, avrebbe ascoltato lo scalpiccio dei suoi zoccoli, annaspato intorno agli spolverii di zucchero a velo sbuffati dalla levità della sua gonna a fiori, intravisto il nitore di una caviglia, immaginato la freschezza della polpa dei suoi fianchi e delle natiche aureolate da una patina succosa di borotalco. Entrato con lei in aula, ecco che gli si sarebbero fatti incontro i denti castorini di Pietro, Pietro al trotto, Pietro -Papà- al galoppo, i denti bianchi e gialli, una nube di limoni stagliata contro il cielo fondo degli occhi di Angelica Colaiuti. Sarebbe tornato a casa con Pietro, imboccando la circonvallazione nord per portarsi in tangenziale: dieci minuti di macchina in tutto.
 
Quando vide per la prima volta moglie e figlio, in piedi di fianco al suo letto d'ospedale, chiese immediatamente della pomata per uso topico. I carabinieri, nel rapporto, avevano affermato che al momento dell'intercettazione, Malasorte non aveva nulla con sé, eccezion fatta per il portafogli e per le chiavi dell'automobile, una Ford Focus del 2004. Pietro, un ragazzone di sedici anni con gli incisivi sporgenti e una forma piuttosto grave di acne che gli deturpava il viso, abbracciò sua madre per infonderle coraggio: papà sarebbe guarito.
 

 

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giovedì, aprile 21, 2005
APPENDICE: Walter Freeman incontra i colleghi. (vd. post di ieri)
 
Ci dica il suo nome, per favore. Flounder. E' sicura che sia il suo nome? Non trova che sia quantomeno eccentrico? Flounder, d'accordo. Oggi come si sente, Flounder? Avete sentito, esimi colleghi? Molto bene. Accusa dolori o nausea, Flounder? Seymandi? Dunque lei si chiama Seymandi. Può ripeterlo, per favore? Devo perciò arguire che Flounder è, con tutta probabilità... Come posso dire... Bob, tu come lo definiresti? Ahahahaha! Illustri colleghi, Bob è un ragazzone invero simpatico. Giusto Bob? Rozzo ma simpatico. Flounder è un soprannome, è questo che cercava di dirmi, Seymandi? Sarebbe così gentile da ripetere a voce alta, di modo che tutti i presenti possano udirla? Un bicchiere. Seymandi non è un nome ma un bicchiere! Abbiamo un filosofo, tra noi, illustri colleghi! E ci dica, Seymandi, tiene in serbo altre profonde verità che gradirebbe spartire con noi poveri profani? Come dice? La realtà... Ripeta, per favore. La realtà non ha senso dell'umorismo. La realtà non ha senso dell'umorismo, eccellentissimi colleghi! Non è straordinario? Si avvicini, infermiera. Avverta il professor Watts che dovremo procedere ad un nuovo intervento di demolizione del lobo frontale. Ha scritto? Può andare. Vada! Subito! Corra! Colendissimi colleghi, abbiamo osservato spesse volte e in soggetti disparati l'insufficienza di un metodo poco o punto invasivo come la lobotomia transorbitaria. Quando non si registra la totale remissione dei sintomi, come nel caso del paziente Flounder-Seymandi, il sistema messo a punto da Monitz, con qualche piccola variante introdotta dal sottoscritto, si rivela più efficace. Ma passiamo oltre. E' in grado di dirci il suo nome di battesimo? Come? Ho sonno è il suo nome di battesimo? Certo, è normale che lei abbia sonno, non è vero, egregi colleghi? Avanti, si faccia un applauso al nostro caro dormiglione, che ha bisogno di essere incoraggiato. Forza, tutti insieme! Ordunque, è ancora convinto che ho sonno sia un nome plausibile? No? Ehehehehe. Molto bene! Non sia timido e ci dica come si chiama. Avete sentito, colendissimi colleghi? Ripeta a voce alta, per favore. Binario. Binario Zeta. E' sicuro? No? Molto bene! Qual è il suo nome? Ho sonno non è un nome! E neppure Binario Zeta! Osservi attentamente la luce. Cerchi di seguirla con gli occhi. Bravo. Ora mi avvicinerò: rimanga concentrato sulla lucina. Molto bene. Come dice? Quale treno? Il suo treno? Sta arrivando il suo treno! Pare che oggi il dottor Watts debba fare gli straordinari, eminentissimi colleghi! Ahahaha! Quello di quest'uomo è un caso molto complesso di schizofrenia paranoide. La terapia elettroconvulsivante non ha dato i risultati sperati, anzi, se è possibile, ne ha accentuato i sintomi. Il soggetto ha accusato accessi di aggressività di natura psicotica, sfociati in atti di violenza a cose o persone. Al parossismo violento sono associati dei brevi periodi catatonici, anch'essi riconducibili alla... Come dice, Signor Binario? Ripeta, per favore. Mia madre! Tenga fuori mia madre dalle sue fantasie di rivalsa, maledetto pazzo! Bob, le cinture. Bob, perdìo, si riscuota dal torpore! Stringa più forte che può. Si muova! Mia madre! Mia madre! Stia zitto! Come dicevo, eccellentissimi colleghi, il dottor Watts sarà chiamato a una doppia dose di straordinari. Bene. Si proceda. Come dice cara signorina... Sally? Nelly? D'accordo, Jasmine, mi dica. Il dottor Watts è impegnato in un intervento al paziente Arthur Cravan. Grazie, signorina Jasmine. Avete sentito, egregi colleghi? Avremo la fortuna di assistere ad una operazione di raffinata neurochirurgia. Mi passi la cartella del paziente, Jasmine. Bene, può andare. Anzi, resti. Ha un delizioso profumo, Jasmine. Ehehehehe. Arthur Cravan ecc... Nato a ecc... Ricoverato nel maggio 1947 nella clinica ecc... Sintomatologia... Ecco qui la diagnosi: depressione maniacale con ideazioni suicidiarie refrattaria ai trattamenti tradizionali. E' stato sottoposto a diverse sessioni di insulinoterapia: le convulsioni provocate dall'insulina (dosaggi ecc. ecc.) non hanno provocato apprezzabili modificazioni nello stato umorale ecc. Scusi, come dice, magnanimo collega? Quella insulinica è una pratica barbara? Bandita da quasi vent'anni? No, non le permetto di andare oltre. Conosco già la sua prossima obiezione e le dirò questo: il sacrificio di pochi malati è necessario alla salvezza dei più. Rischi e benefici, eccentrico collega. Rischi e benefici. I numeri parlano chiaro. Come? Naturalmente! In determinate circostanze non mi perito di prescriverla. Ne abbiamo un'ottima scorta in clinica. Come dice? La cocaina aumenta esponenzialmente i casi di suicidio? Mi permetta di dissentire: il dottor Watts è vivo e vegeto e, se mi consente, non è mai stato attivo ed efficiente come in questo periodo. AHAHAHA! Amatissimi colleghi, dove andate? Dobbiamo assistere all'intervento! Sally... Nelly... Come cazzo ti chiami? Jasmine, li fermi per favore! Bob! Dannato animale, lo faccia immediatamente tacere. Non me ne frega un cazzo se devi rompergli i denti! Lascia stare mia madre!   
 

 

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mercoledì, aprile 20, 2005

Citazioni Mendaci

"-In Marat hai trovato uno straordinario modello!- disse Balzac all'amico.

-Assolutamente perfetto!- gli fece eco David. Risero entrambi come ragazzini."

  tratto da 'Storia dei pennelli di Francia' di J. M. Recanat 

"Penetrando come ogni mattina nella grande sala della clinica di cui era direttore, avvertì una fitta al dorso. Non doveva avere un aspetto particolarmente salubre. Ritornava al lavoro dopo aver trascorso una settimana nel letto di casa, a lottare contro una dolorosissima colica renale. I pazienti erano disposti in file ordinate, di modo che i letti formassero una sorta di tripla navata, con due corridoi stretti che correvano longitudinalmente lungo tutta l'area di quell'enorme stanzone. Dalla parete nord, una luce fioca entrava timidamente da due finestroni posti a tre metri di altezza e rinforzati da un fitto reticolo di metallo. Una precauzione eccessiva. Walter Freeman, seguito da due assistenti e un infermiere con due fessure inespressive al posto degli occhi, oscurate dal bitorzolo carnoso che un tempo doveva essere stato un naso, fece alcuni passi malcerti, un po' ingobbito dalla recrudescenza della fitta iniziale. Osservava i malati con distratta repulsione, premendosi il fianco destro con la mano chiusa a pugno. Giunto a metà percorso, come ispirato da una vivace intuizione, strinse i denti e si raddrizzò.

-Non siate in pensiero per me, amici.- La sua voce era squillante e gaia. -Presto sarò come nuovo.-

I due assistenti si guardarono con aria schifata. L'ex pugile, ora infermiere, pensò tra sé e sé alle parole di Freeman: non siate in pensiero, quindi proruppe in una risata ferina."

  Tratto da 'Walter Freeman: History of a Serial Lobotomizer' di P. Bateman

 


 

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sabato, aprile 16, 2005
Compiti per casa
 
Eddiemac, il mio mentore, doppio mentore se si dissocia, ha interrotto il suo famoso corso di filosofia per alcolisti per impartirmi lezioni di umorismo surreale. Le lezioni si svolgono nella finestra dei commenti del suo blog e consistono in un assurdo botta e risposta. Dato che ho deciso di pubblicare gli ultimi esercizi, per non fare brutta figura, ho apportato migliorie ai miei testi, mantenendo invariati quelli del maestro. Ritengo che Eddie sia impagabile, perciò il corso è gratuito.

Climaco scrive:
 
I conti non tornano, i marchesi, salvo casi interessanti, ritornano una volta al mese. Certo, mi dirai tu, non tutti i baroni votano Bertinotti. Io, ad esempio, ne conosco uno solo. Ma questo non fa testo e non è un manichino, eppure si schianta. C'è qualcosa di fantozziano in ciò, però mi sfugge insieme al morto. 'Mettetemi il casco', disse Maria Antonietta. Troppo semplicistico affermare che aveva perso la testa per un luigi XVI: prova tu a spiegarle che non era autentico. Mi ha tirato un mobile nello specchio della porta. L'ho deviato, niente di grave. Una parabola insidiosa, secondo gli esperti di balistica. Tutte le parabole sono insidiose, per gli esperti di balistica. Per questo non leggono la Bibbia, confondendo vecchio e nuovo. Per loro non farà testo, ma certo fa testamento. Il papa. E' un peccato che non abbia lasciato eredi, come Ranieri. Credevo fosse napoletano, non tedesco. Del resto, i principi vengon tutti dalla Germania, terra di filosofi. Uno su tutti: Heidegger. E' controversa la sua storia: non rinnega il nazismo per mantenere la cattedra. Era povera e senza lavoro, ma (il bastardo) non ha avuto scrupoli a farsene scudo sotto le bombe. Ho letto quattro diverse biografie di Planck per poter affermare che nel suo sangue scorreva un quanto di sangue nobile: non ho ridisceso l'albero genealogico a sufficienza, perciò mi sono messo a miagolare, nella speranza che una vecchietta chiami i pompieri.  
 
Eddiemac scrive:

il seggio è un po' croce e delizia. comunque meglio che croce e gentile.
i conti a roma tornano solo in panchina, i baroni stanno negli ospedali o nelle bische, io non ne conosco, a non fa testo, come il loren ipsum. casco è un'assicurazione sulla vita, ma a volte servirebbe anche sulla testa, o in coda al mercato quando c'è bombardamento mediatico. maria antonietta diceva sempre che non si può dividere tutto in borghesi, mobili e terzo stato, anche se poi non si lavava perchè non aveva i servizi. noi ce li abbiamo, anche se sono deviati. devo però dissentire, i principi non vengono dalla germania, vengono all'inizio. dalla germania vengono le birre e le cattedrali dove i vescovi hanno smesso con le parabole perchè gli bastano le televisioni generaliste, cioè quelle che danno le notizie punto per punto. (punto quadro). ranieri era un buon principe, ma ormai dobbiamo pensare a ranoggi.

Climacus scrive:
 
Il gatto si offenderà se, oltre alla pallina, non gli porterai anche la racchetta. Avevo trovato un lavoro da giudice di linea: ti pagano bene perché è pericoloso, sempre sul filo del rasoio, manco fossi un pelo di barba. Inoltre non è facile giudicare se una linea è retta o empia. Mi assunsero perché avevo fatto esperienza come muro da squash. Per un po' ho fatto anche la rete da ping pong, ma la pallina si lamentava perché non la facevo passare. Fare il muro ti rende impenetrabile. Ora, quando faccio la doccia con gli altri detenuti, non ho più timore di chinarmi per raccogliere il sapone. Pensa che per fregarmi (eufemismo), mi hanno obbligato ad usare esclusivamente sapone liquido. Mi arrestarono per una soffiata. Maledetto panettiere. Fu un giudice di sedia a condannarmi al tie break. Feci un doppio fallo da dietro e fui doppiamente espulso dall'aula. Mi mandarono dal preside. Quando tornai in aula, il giudice leggeva il verdetto. C'erano molti errori ortografici, gli porsi perciò il bianchetto. Il giudice si risentì, si fece pena e mi dette il massimo della pena. Il mio avvocato disse che era un'ingiustizia, che meritavo l'assoluzione. Dissi che era un giudice, mica un prete. Dissi che era dai tempi della cresima che non facevo il reo confesso. Si sa, gli avvocati d'ufficio sono timidi, per questo non escono mai d'ufficio. Un tribunale è come un'arena, con gladiatori e gladiatoreri. Gli avvocatucoli alle prime esperienze non sono altro che polli: a spennarli ci pensa l'arena. Sempre un po' di più. Continuerei a scrivere all'infinito, se potessi: è un mezzo perfetto d'evasione. Mi aspettano in refettorio: ho bisogno di refettere.
 
Eddie scrive:

no, niente racchetta, il gatto non scia. la lumaca, al massimo, o la cometa, però non c’è nessuna delle due (del resto come dicevano i re mogi, mica è facile arrivare alla cometa). anch’io potrei fare il giudice di linea, sono molto magro e non indulgo nel mangiare; avevo anche un lavoro da bilancia, prima che scoprissero che sono ariete (quando si dice restare scornati). del resto ho molti amici che sono arieti, ma ne ho anche altri fuori dal lazio.
una volta ho fatto il muro in una squadra di pallavolo, ma è duro il lavoro dei muratori, come per i mungitori, un lavoro inutile, molto meglio quello di mungimucche, che almeno hai il latte.
per fortuna adesso arriva la bella stagione, anche se con il sole tendo a riempirmi di nei. adesso che l’ho detto sono diventato un neo confesso, e temo vorranno arrestarmi. ma io continuo lo stesso, chi se ne frega.
avevo un avvocato timido, ma quando mi hanno messo in galera l’ho picchiato ed è diventato un avvocato tumido. però devo dire che sul mare non si sta male, anche se qui è pieno di iodio per i pirati che tengono il ritmo di voga. eppure gli orientali dicono che gli esercizi di voga fanno bene alla salute, forse hanno ragione, c’è scritto anche sulla variante dei testi sacri indiani, i veda lei.
continuerei a scrivere all’infinito, ma preferisco scrivere a te.




 

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giovedì, aprile 14, 2005

Il mago s'impastoia. Raccolta di favole tutto sommato liete

"Che grandi orecchi che hai, nonna." disse Dumbo a Nonna Elefantiasi. La fantesca stava dietro la porta a spazzare la legna in cerca di bestiole da sgranocchiare. Intanto gli orecchi dei due pachidermi origliavano di fronte alla porta. La porta era smaltata di verde in entrata, rosso in uscita. Gli elefanti si videro riflessi dallo smalto rosso, poi, spaventati dallo stroboscopio di eventi che fuori testurizzava, cambiarono idea e si rispecchiarono nel verde.

Falsan brascazar xo laxon se suluzucar!

La legna prese a far cataste. Cataste di fantesche. Ogni fantesca avea un grembiale per pulirsi gli occhiali dalla polve. La polvere si cumulava, poi il vento turbinava e la segatura, levitando e ridiscendendo, decubitava sull'avorio dell'aia stampigliando spirali.

Pistic aloc balzac de crodrovan zu nadrot!

Giunse sopraggiungendo l'aio precettore. Che cazzata se vi dicessi che aveva i denti polverosi. 'Eppure è così' disse l'aio precettore, che in bocca sentiva un sapore pastoso spiralato. Prima di vedersi riflesso nello smalto, ancora indeciso se vermigliare o virescere, sorrise smaccato alle zanzare che si pigiavano intorno a una lanterna eclissata, sicché tutte spirarono zampirando. I corpicini delle zanzare formarono la parola benvenuto sullo stoino color impasto. L'aio precettore si sentì subito meglio. 

Secumeralar co vanxeu ne prisconzicovar!

"Aggiogati", dissero i buoi al carro che ritornava passando per un'erta porosa. L'erta era incassata in una forra dalle cui pareti arginanti spuntavano aggetti di cime di rapa e funghi orecchiuti. Un fiume tagliava erta e forra. Un ponticello di barche tagliava il fiume. "Aggiogati," e il carro rispose con accenti aspri e sbuffi caldi. Non ne voleva sapere. L'aio precettore aggiogò i buoi. Il carriaggio lo spinse come per dirgli 'eh, ricambierò il favore'. L'aio si strinse nel manico come per dire: 'mi riporterai a casa quando farà burrasca.'

"Eccoti qui, finalmente." Un topolino aveva squittito. Pigolò credendosi alato: "Vedi che casino ho combinato? Mamma chioccia si gonfierà come un bue limico non appena si schioderà dal gallo segnavento.' Dumbo e Nonna Elefantiasi sbirciavano frattanto dalla finestra, terrorizzandosi l'un l'altro come sassolini in una scarpa. 'Ti avevo avvertito,' scricchiolò l'aio precettore. Poi schiantò: 'l'immenso talento che per grazia inspirata ti ritrovi a sperequare va impastoiato di disciplina. Sai cosa significa?'

'Non lo so,' acconsentì l'aspirante mago, deglutendo il magone. E invece lo sapeva. Avrebbe dovuto imparare a scudisciate di bacchetta come si recita l'ecolalico vespro che espropria della potestà gli incantesimi brodaglia. Le repliche della fantesca andavano disdette, sebbene la fantesca, più cattiva del latte di soffione, meritasse di decuplicare e affastellare come uova in una frittata di grumi. Ma la vendetta è un piatto, non un disco volante.

labla... albal... lalba... Balba ba balba ba balba!

Tutto tornò come prima sul far della tempesta. 'Vuoi che ti riporti a casa?' disse il carretto alla scopa. 'Grazie,' testimoniò la scopa e entrambi sbiadirono nel vapore verticale, scivolando per l'erta. Che cazzata se vi dicessi che il carretto era una signora diligenza. 'Eppure lo era', disse la scopa ridendo. 


 

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martedì, aprile 12, 2005
Vado a Parma, la città dei miei studi. Mi sento abbastanza preparato. Non mi daranno la lode, ma mi accontento di superare l'esame senza troppi inciampi. Negli ultimi giorni, studiare mi ha dato delle sensazioni che avevo ormai dimenticato, fatte di sforzo e piccole illuminazioni che, questa è la cosa più bella, ti colpiscono quando sei quasi pronto per alzare bandiera bianca.
Sono agitatissimo. Pensa che il treno parte da Piadena alle 11:00 e io sono vestito, lavato, pettinato, deodorato da almeno tre ore. Stanotte ho dormito bene, nonostante la memoria continuasse a scorrere i punti più difficili di ciò che ho studiato. Ci sono dei vuoti, è vero; ci sono snodi che non ho avuto il tempo o la pazienza di assimilare: sono abbastanza presuntuoso da fidarmi di quell'istinto che mi ha sempre guidato nell'improvvisazione, a volte con risultati eccellenti, sebbene l'abbia tenuto in naftalina per tanto, troppo tempo. Ho fatto un sogno in cui mi trovavo in un enorme grattacielo e dovevo assolutamente raggiungere l'ottavo piano. L'ascensore era una capsula enorme e trasparente posta al centro del complesso, in modo che si potesse vedere a tutto tondo l'interno di ogni piano. Il panorama era sempre uguale: un unico, gigantesco salone senza pareti divisorie né pilastri, arredato da cricche di poltrone rosse dall'aspetto invitante disposte in semicerchi. Ogni gruppo di poltrone era collocato in modo tale da costituire un unico anfiteatro piatto e puntiforme, con le persone, sedute tranquillamente a sorseggiare caffé o leggere il giornale, orientate verso il grande ascensore. Salivo e scendevo dall'ascensore senza giungere mai a destinazione. I passeggeri, chiusi nella capsula insieme a me, mi chiedevano dove ero diretto, io rispondevo 'ottavo piano, grazie', di volta in volta annuivano e premevano il tasto per l'undicesimo, il settimo, il nono, il quarto. Vedevo sfilare l'ottavo piano, un salone in tutto e per tutto identico agli altri.
 
Appena giunto in stazione a Parma, dirigerò i miei passi verso l'istituto di filosofia, in borgo Carissimi. Poi, circa a metà strada, mi fermerò e mi infilerò in un bar, a bere birra. Sarà dura trovare un angolo libero dove infilare la cassa da morto che porterò con me. Non ho soldi per comprare una custodia per chitarra meno ingombrante, di quelle rigide ma sagomate. Aspetterò Luca, il cantautore. Andremo a pranzo insieme e poi, senza troppa fretta si andrà in sala
registrazione. I fonici, a quanto dice Luca, sono ragazzi molto seri, cui non piace perdere tempo con musicisti impreparati. Me la faccio sotto.

 

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domenica, aprile 10, 2005

Storia vera di un ubriaco servizievole e seviziabile

Premissione (times new roman et vocabolario aperto su prequalcosa)

La farfugliata indecorosa che non mi perito di ammannirvi una volta archiviata codesta rottura di balle latinismo-preminente, ebbi di già a pubblicarla in qualche dove, non ricordo se su questo bloggo o sul bloggo che gli premorì, tutto nero incazzoso, cervelli più cerebella sparsi e piorree di malanimo esposte. Epperò -che non è un verbo dal passato incerto di certo remoto- dopo aver riletto sul blog di Binario Zeta la sapida novella che fu alla prementovata cacata fonte battesimale e riflettuto come mai prima d'ora capitommi la catastrofe, che non è una figura retorica, di riflettere -virgola e sollievo-  giunto sono alla conclusione di non potermi giammai col cazzo esimere dal riesumare me medesimo e presentarmi a voi putrescente e cadaveroso ma simpatico come un pel di bruco urticolante. A me (detto tra parentesi) i bruchi son simpatici, fate vobis.


Compromissione

Ai bei (si fa per dire) tempi in cui (si fa per dire) suonavo in una band metalloprogressive-aerobicotrash, la domenica pomeriggio si facevan le prove e poi, tutti unanimi, ci si andava a ubriacare un po' qui e un po' là dove ti porta il cuore.

Alle sette, con gli orecchi che ancora pulsavano, si sprangava con tanto di triplo lucchetto e catenaccio rudimentale il portone catafascio dello studio -non l'archetipico garage, bensì una stalla dismessa, da noi ripulita e disinfestata spalando letame e spandendo cateratte di soda caustica- e alle dieci, puntuale come un'erezione mattutina, entravo in quello stato di leggera euforia alcolica che prelude supperJù al coma etilico.
Una di quelle domeniche, io e Marcolino, metalmeccanico convertito al tastierismo, già piuttosto brilli, abbandonammo il resto della compagnia ai suoi ciangottii paramusicali -è un cinqueottavi, coglione, non un settequarti!- per fare approdo in un Jazz Club, l'unico nel raggio di cinquanta chilometri dove facessero musica dal vivo. Arrivammo a concertucolo inoltrato e ci sedemmo ad un tavolo a pochi passi dal palco, defilato ma sempre meglio di un calcio nelle palle, via.
Bravi quei musicisti, cazzarola, mica teppistelli cacasotto come noialtri, ma il BATTERISTA, Marcolino mi è testimone, stava due gradini sopra gli altri: ce l'hai presente quando uno ci ha il mucchietto di trucioli sotto il crash e tu lo guardi - non il mucchietto, proprio lui- e pensi "Oh, questo qui fra un po' si alza e mi mena. Tieni gli occhi bassi, non lo sfidare, fingi disinvoltura ma non fischiettare." Insomma, era una drum machine programmata da uno psicopatico: indemoniato, furioso, travolgente, bizzarro, originale, sporco, autolesionista, sadico, cazzuto.
E io non opponevo resistenza, lasciavo che il suo ritmo mi scomponesse, soltanto lui esisteva, gli altri suoni erano un ronzio di fondo... e più lui si scatenava in evoluzioni pirotecniche più mi esaltavo ed esaltandomi bevevo e bevendo rincoglionivo.

Grancassa e rullante: TUM-PA', TUTUTUTUTUM-TUM-PA'...

Piattone ride: tz-tztztzz-tztztzz-tztztzz...

Piattello crashCRESH!

Piattino splash: SPLESH! 

(il charleston si sentiva a malapena) (ch-ch-CHH-ch...)

La testa, com'era prevedibile, mi si ingolfò. Cominciò a farmi male lo stomaco. Litri di urina premevano contro le pareti di un'esausta, implorante vescica. Riportato dai capricci del mio corpo alla prosaica realtà, dovetti dire addio al trance estatico. Mi convinsi tuttavia a resistere e restarmene quieto fino al termine del concerto: al baluginìo d'un istante di lucidità avevo infatti concepito il proposito di complimentarmi con Lui, stringergli la mano (tenendo gli occhi bassi), elogiarlo senza però dargli l'impressione d'essere un baciaculo.
Dovevo trovare assolutamente le parole giuste ma -cazzo!- in quelle condizioni riuscivo a formulare mentalmente soltanto due frasi: "sei un grande!" e "Mi piaci un sacco." Optai per una delle due alternative e continuai a ripetermela a voce bassa (per paura di dimenticarla) fino al momento in cui i musicisti deposero gli strumenti e Lui si alzò dalla batteria modificata. Ti giuro, feci in tempo a vedere e realizzare, eppure avevo il colpo in canna e non potevo fare a meno di spararlo: quando mi passò vicino gli diedi una pacca sulla spalla e gli dissi, come da copione, "sceiii ugn ggrandeeeee!".

Era un nano.

Mi sono sentito una merda e Marcolino tuttora mi rimprovera quella che, a suo dire, fu una battutaccia da stronzo. Ho esagerato un po' ma è tutto vero.

[Ecco a voi BE BOP di Binario Zeta]



 

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giovedì, aprile 07, 2005
Donne di Poeti
 
Qualche anno fa la balbuzie mi prese in ostaggio. Fu un sequestro lampo che durò il tempo di una doppia esse. La erre blesa organizzò tutto, ne sono certo: bastò che Valeria mi facesse il verso, invitandomi poi a scandire nuovamente la parola catalizzatrice, cronografo, perché l'agguato si compisse. Nella foga di emissione, le guance si tesero come pelli di tamburo. La vena che mi seziona la fronte laureata in due emistichi allorché rido, s'inturgidì, guadagnando rilievo. Spingevo. Mi arresi quando fu evidente dal riverbero ilare dei contorni del mio ghigno attorto, riflessi dalla paciosità laccata della punta del naso di Valeria, che la vena accennava a biforcarsi. Troppa bestialità in quel crocicchio grettamente idraulico, mai acclarato neppure dagli esercizi di yoga a testa in giù col mondo a rovescio.
 
Ti amavo Valeria. Ti dedicavo lettere d'amore appositamente ingenue che mio padre conserva in una cartellina rosa lisoformio, con sopra scritto a pennarello spuntato: lettere d'amore a Valeria. Sarebbero confluite in un epistolario, se tu mi avessi amato.
Di te ricordo solo la mia balbuzie.
 
 

 

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mercoledì, aprile 06, 2005

Solo per chi ama leggere: uno splendido racconto di Capotreno Binariozeta

Dialogo a distanza sul racconto (aggiornamento di venerdì 8 aprile)

Climaco:  Puttana di quella vacca maiala! Tirinnanzi è il più tragico tra i personaggi della tua commedia umana! All'inizio sorridevo, pensavo a lui come a una specie di caricatura. In parte lo è davvero. Ma le cose che gli fai dire e i suoi modi -quel pencolare tra una devozione maniacale per il suo lavoro e, soprattutto, per il feticcio che conglomera l'idea stessa di ultra-professionalità da una parte e un'ansia paterna fatta di pensose epifanie che sfocia in uno scapaccione che sembra più una carezza dall'altra-, fanno di lui una figura talmente umana e talmente disperata da risultare epica.
Forse il finale è superfluo. Forse. Secondo me il racconto potrebbe terminare quando si trova al suo climax, anziché chiudersi in fase discendente: metterei la parola fine dopo 'e sorridi, perdìo, che ci hai un bel sorriso!'
Mi ha meravigliato la tua scrittura, più pingue del solito, più corposa, meno carveriana (anche se credo che Carver non sia un tuo modello). Veramente buona.
Probabilmente tornerò per rileggere e vedere se c'è qualche minuzia che potrebbe anche essere modificata. Tornerò sicuramente a rileggere per il gusto di farlo.
Non so essere obiettivo, soprattutto quando in un testo vengono proposte figure paterne eminentemente carismatiche: tendo ad esaltarmi più del dovuto. Tuttavia penso che questo sia il migliore racconto del Giannoni che abbia mai letto (affermazione da prendere con le pinze, mi raccomando).
Ciao

Capotreno Binario: Per il finale non so, ci tenevo a dire che la Superwave ha chiuso, perché è anche questo che rende tragica la figura del Tirinnanzi. Tutta questa sua dedizione al lavoro, questa venerazione per i suoi computer... e ogni cosa svanisce nel nulla. Però non posso mettere lì così l'ultima frase, senza una sorta di preambolo (da qui il finale digradante). Ben accette altre segnalazioni, se ne trovi. No, Carver non è per me un modello di scrittura, l'ho letto, e ho letto un suo manuale,quindi è chiaro che mi abbia influenzato, soprattutto dal punto di vista formale, di costruzione sintattica, ma per il resto lo sento un po' estraneo, e ora non posso più leggerlo perché mi deprime moltissimo, non so perché.

Climaco:  Cazzarola! Ormai conosco il racconto a memoria :)
Ci sono solo tre minuzie (potresti tranquillamente lasciarle al loro posto perché non sono stonature) che vorrei segnalarti. Per scovarle ho dovuto assumere la personalità del Dottor. Testaccia, prof. severissimo che fu allievo di Carducci e che insegna italiano e latino al liceo scientifico Alcatrax di San Vittore.
La coppia di aggettivi azzimato-tarchiato: lo so, funzionano benissimo in ogni occasione e consentono, grazie alla loro esaustività, di saltare a piedi pari lunghe descrizioni sulla complessione e l'atteggiamento dei personaggi; in questo caso, però, per evitare che il giovane che ti introduce presso Tirinnanzi appaia e scompaia in una frazione di secondo senza lasciare nulla di sé se non l'impressione che sia una sorta di riempitivo insignificante, consiglierei di rinunciare all'azzimato per conferirgli qualche nota di colore in più. A me vengono in mente, per esempio, l'alito cattivo e le mani esageratamente ossute di chi ha il vizio di mangiarsi le unghie (anche se contrastano con l'unica funzione intelligibile del giovane, che è una sorta di appendice della sala rettangolare). In questo modo, una volta escluso l'azzimato, anche l'aggettivo tarchiato può acquisire un maggiore spessore descrittivo.

La frase "Mi fermai con l'impressione di aver sparato tutte le mie cartucce." per me può andar bene, ma lascia il Testaccia un po' deluso. Secondo lui, potresti trovare qualcosa di più efficacemente espressivo, quel tocco di teatralità e plasticità che non guasta nella fisionomia di un personaggio evidentemente in imbarazzo. Che bello sarebbe se il nodo troppo stretto della cravatta bloccasse rumorosamente la deglutizione...

Ultima considerazione: è giusto, poiché nasce da una scelta ponderata, che il finale rimanga al suo posto. Testaccia mi ha rimproverato d'aver mosso la critica che ben conosciamo per amore della parola climax. Io, mani incrociate dietro la schiena, ho raddrizzato il dito medio. Lui -e ancora mi chiedo come se ne sia accorto- mi ha vibrato un colpo di ferula sul pomo d'adamo. A momenti soffoco. Comunque, per venire al sodo, Testaccia ritiene che quel 'girare libero (per le strade di grandi città)' possa essere sostituito da uno scorrazzare, da un bighellonare, da un ... (e qui l'esimio si interruppe perché non gli sovveniva il verbo).
Io dico che puoi espungere 'libero' perché pleonastico o quasi rispetto a 'senza orari, senza impegni'. Testaccia è d'accordo con me nel reputare superfluo l'interrogarsi sul destino di Tirinnanzi, opinione corroborata dal fatto che 'la superwave ha chiuso', ragion per cui, essendo l'una lo specchio dell'altro (superwave-tirinnanzi) il destino di Tirinnanzi è preconizzato dal narratore e quel 'lui, chissà dov'è' si profila come domanda retorica.

Ora lo posto, perché ho fatto una fatica boia-ladra e mi son pure beccato una strusciata di stroppa.

 


 

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martedì, aprile 05, 2005

Riciclaggi e scioperi (un mio commento sul blog di All)

Perché, perché sono uno di quegli sfigati che non possono esultare completamente per la vittoria? Hanno un bel dire gli analisti (dottor O. incluso) che Formigoni ha perso 8 o 10 punti percent. di consenso (scusa, ma i miei dati sono vecchi) e che quello in Lombardia è stato un grande risultato delle sinistre. Io speravo nel sorpasso, amico Al. Ho cominciato a sperarci quando, due settimane fa, nel mio paesello di soli imprenditori (dico sul serio: 8000 abitanti/500 imprese; ce n'è una persino nel mio garage) c'è stato il primo sciopero che la storia ricordi. Ti rendi conto? Uno SCIOPERO! E un corteo di decine di persone RUMOREGGIANTI che dalla Cassa Rurale Artigiana hanno sfilato fin davanti al Fulgar, passando per lo sferisterio (che chiamano el filistére), la piazza centrale (che chiamano la piàsa de l'urelòi), l'osteria del Gino (che chiamano el bar ancùra), il bar pace (che chiamano el bar cèssi) e una cinquantina di calzifici. Perché qui siam tùti caltzetér. E i caltzeter si metton a ridere quando sentono la parola sciopero. Eppure lo sciopero c'è stato, i caltzeter i' prutestavan e si sono pure incazzati quando han capito che el sindèk (una sindachessa, a dire il vero) non si sarebbe presentato/a. La rivoluzione culturale, tuttavia, è rimasta incompiuta.
Una domanda d'appendice
Che quei manifestanti fossero leghisti?



 

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lunedì, aprile 04, 2005

L'ignoranza informatica: lettera a chi mi vuol bene

Buongiorno mio Sogno di una Notte Freddina di Primavera.
Alla fine sono riuscito a liberarmi del peccato originale, quel senso di colpa nato da Superbia. Sono esploso in un delirio di onnipotenza e Doug, umanamente partecipe del mio disagio, sfoderando una capacità di comprensione e una delicatezza niente affatto comuni, mi ha abbracciato. L'ho ringraziato con sincerità. La stima che nutrivo per lui e che pareva essersi incrinata, è tornata a farsi sentire insieme a un sentimento di stordita commozione e, come dice Michele, tutta la disputa s'è risolta in un duello a tarallucci e vino. Oh che letizia!
E' pur vero che dopo una giornata devastante, intorno alle nove di sera la mente minacciava cedimenti strutturali.
Il mattino del giorno passato mi ha visto lottare contro un sito pornografico a pagamento che s'era impossessato del mio Explorer. Io quel sito manco l'avevo visitato, e non lo dico perché tu sospenda il giudizio e finga di dimenticare per un paio di righe che sono un segaiolo professionista: giuro agnosticamente che mi insidiava come un virus quiescente da chissà quanti giorni, poi si è fatto pericoloso pretendendo denaro e tendando assalti al mio modem. Nessun rimedio omeopatico pareva funzionare, sicché ho dovuto sterilizzare il browser procedendo per tentativi deretaneschi. Ho aperto cartelle dai nomi impronunciabili, situate in galassie presidiate dalle forze amiche di Windows che, non riconoscendomi alleato, mi sfanalavano contro crittogrammi disarmanti; ho sottoposto a sanguinosi interrogatori file sospetti che, vedendosi ormai appallottolati in prospettiva cestino, mi bersagliavano di pernacchie .dll. Ho anche rischiato di cancellare file alleati che, disposti a tutto pur di aver salva la vita, mi invadevano il monitor di messaggi drammatici, del tipo: windows ha bisogno di me, brutto stronzo, vai a rompere i coglioni da un'altra parte. Ma, alla fine, ho stanato la mala erba, camuffata da sigla sprwz_sssswpc_221q in tutto e per tutto identica ad altri codici che vorticavano intorno ai miei occhi analfabetanumerici, l'ho estirpata dal sistema facendo leva sul coraggio che anima i pii e gli imbecilli, ho reimpostato il browser, svuotato di tutti i dati corrotti o corruttibili, potenziando le sue difese. Ora Internet Explorer non è più sotto scacco del sito strozzino e funziona da dio: mi apre la pagina di Climacus e molti altri blogghe che superano brillantemente i test rigorosissimi della Sicurezza. L'unico piccolo inconveniente è che si rifiuta di loggarmi a splinder, sicché dovrò abituarmi a non postare mai più. Cioè, continuerò a postare, solo che dovrò affidarmi a Mozilla che non riesce a copincollare i capolavori che in genere scrivo in formato .eml, quello di Outlook Express. Mi sto appunto chiedendo come farò a postare 'sta roba, visto che ho deciso di non spedirtela.
Nella tarda mattinata e nel pomeriggio, mi sono diviso tra elezioni (andare a votare per me è un'incombenza sacra e tutte le volte, per la tensione, rischio di svenire in cabina), dibattiti aspri sul papa, esercizi di chitarra che non ne volevano sapere di conformarsi alle escursioni cazzipropri delle mie dita, mio fratello (beve quarantasei caffè al giorno e ogni volta proferisce quel 'non mi fai compagnia?' che ha lo stesso potere di un comando postipnotico) e il piccolo diavolo che si annida nel candore di Giulia, il quale, stancatosi di raccoglier fiorellini nel prato con la nonna, ha optato per un passatempo molto più divertente: il rodeo della panza. Mi fanno male gli addominali e gli orecchi, che Giulia ha trasformato in redini. 'ZIOOOO Climacooooooooo!' Mi pare ancora di sentirla.
Le tre del pomeriggio, sosta forzata: 'Zioooo Climacoooooo, pecché sei a letto? Pecché sei stanco? Pecché non vieni a giocàee? No, non vollio il Fùuttolo. NO! T'ho - detto - che - non - vollio - l'acqua - szialla! Il mio papi è là... Beve cafè. Vieni ZIO CLIMACOOOOOO!'
Ma 'pecché' non le danno più 'camamilla'? 
 
Ora devo scappare: domani sono atteso in sala registrazione. Luca, il cantautore che muove i primi passi, mi avrà telefonato almeno sessanta volte in un mese. L'ho sempre rassicurato, esaurendo le scorte di punti esclamativi: 'Luca! Gli arrangiamenti che mi chiedi li ho stampati in testa! Naturalmente! Anche il mio cuore è... pregno di arrangiamenti! Certo! Va tutto bene! Sissì, vedrai che figurone! Come no! Un misto di Pink Floyd, U2 e Carmen Consoli, proprio come volevi tu! OK fratello! Stammi bene!'
La realtà è diversa... E' una pletora di puntini di sospensione... Come i miei arrangiamenti... Quelli che, affidandomi al Caso, concepirò nelle prossime 24 ore...
Spero che Luca non legga queste righe. Quasi quasi non le pubblico...
 
A risentirci, oh piuma delle mie piume!
 
...
 

 

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domenica, aprile 03, 2005
Un post inedito de 'la contadina'


Nel pomeriggio sono andata a votare. Ho portato con me mio figlio. Siamo entrati insieme nella cabina elettorale, come due amanti clandestini. Lui ha voluto che gli cedessi la scheda: mi ha spiegato che voleva scorreggiare sul bollino di Storace. Io mi sono opposta fermamente. Non per incoerenza ma perché tutti, là fuori, avrebbero pensato che a scorreggiare fossi stata io.
Rinuncio a pubblicare queste poche righe per timore della consecutio. Sono così insicura da riparare dietro il facile paravento di tempi verbali avventati. Ecco, pure il bisticcio di parole ci voleva... No, non ci voleva, eccheccazzo. Sono pronta a dichiarare che amo Climacus incondizionatamente. Quello è matto. Finisce che perde completamente la testa.

 

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venerdì, aprile 01, 2005

Idiozie da blog

Doug scrive:

'Mi piace pensare a tutti i bimbi morti di aids per colpa di preservativi vietati, lo so, ora sono li che lo aspettano, per fargli una bella festa, magari gli tirano anche qualche gavettone d'acqua.'

Come non dargli ragione?

Nel mondo, si sa, solo i cattolici contraggono l'hiv. L'Africa è lì a testimoniarlo.

 


 
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Giovanni Pisano; Giudizio Universale

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