apologie e apostasie di un trepido "The inflated style is itself a kind of euphemism."
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E' ora che vai, con la sua atmosfera ovattata e intimista giocata sulla semplicissima, persino lapalissiana alternanza armonica di un sol 7+ e di un do 7+ nella strofa, per poi colorarsi nel ritornello di sfumature vagamente country che s'appaiano ai vocalizzi melodici del cantante senza storpiarli, ha il suo punto di forza nella confluenza di modernissimi effetti di tastiera con il soffio vintage della batteria suonata con le spazzole, confluenza questa che non vi sarà possibile sentire a causa della pessima qualità del servizio offerto da splinder, che sarà pure gratuito ma che a me fa cagare. Il testo, talvolta rude, talvolta ingenuo, talvolta criptico, restituisce con efficacia la distanza che viene a crearsi tra due persone vincolate tra di loro e tuttavia separate da uno spesso diaframma di incomunicabilità, così come mi ha suggerito l'autore stesso. La voce di Luca ha spessore e l'interpretazione è resa sottilmente inquieta da un'ottima vena drammatica.
scritto da Climacus | 11/10/2005 15:36 | commenti (18) |
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Il detto popolare Bacco, Tabacco e Venere riducono l'uomo in cenere viene ripreso e trasformato in una ballata dalla poesia semplice e dalla melodia accattivante, che strizza l'occhio e le palle all'esausta tradizione del brano d'amore nella musica leggera italiana. Buono forse per San Remo, è il pezzo peggiore dell'album. Abbiamo deciso di inserirlo perché quivi è incistato l'unico mio assolo udibile. La raccolta ne conterrebbe un altro, che purtroppo cade proprio all'inizio di un lento, inesorabile fade-out di chiusura.
scritto da Climacus | 11/10/2005 15:36 | commenti (3) |
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All'amica che entrò in un'età critica e se ne ebbe a lamentare Ricordo con goia il giorno del mio N-esimo compleanno, quando mia nipote Giulia si presentò al pranzo organizzato da mio fratello con il suo nuovo fidanzato, che somigliava, almeno questa fu la mia prima impressione, a me da giovine, con quell'aria imbambolata e il vizio di tirare su dal naso che mi riportava a quando avevo 22-27 anni. Fu una giornata davvero memorabile, se la mia memoria fosse ancora quella di quando ero giovine, salda e giovine lei stessa. Ah, la giovinezza! E adesso che anche tu sei entrata nell'anno N-esimo della tua giovinezza, un sorriso compiaciuto mi albeggia in viso, ché a quei tempi mia moglie dava la colpa alla peperonata se la prostata mi doleva dopo 5 minuti di sesso e io amavo assecondarla, felice della sua ingenuità. Che poi si mise con uno più giovine, l'ingenua, ma queste son cose che succedono quando mangi troppa peperonata.
All'amico che una mattina d'ottobre chiamò il medico della mutua perché riteneneva che sarebbe passato di lì a poco a vita migliore
E' normale che la dissenteria ci preoccupi, quand'essa sopraggiunga veemente poi che lo stomaco si ebbe a evacuare e le dita abbiano ancora a olezzare di succo gastrico. Se poi i capogiri, anziché scemare, guadagnano vigore e l'agognata tazza, raggiunta per volontà del caso più che per meriti personali, il perno malfermo di una trottola di piastrelle di ceramica color salmone a poco a poco si trasforma, così che ci sembri d'esser la chioccia che cova non le uova ma l'occhio del ciclone, e un ragno, peraltro minuscolo e concreto, tangibile senza rischio di rantolare tra le macchie variopinte che han reso il pavimento della toeletta così simile a una tavolozza repellente ove, tra tutti i toni e le sfumature autunnali prevalga il marrone della cervesia miscelata a uno stuolo compatto di liquori attaccato dagli acidi della digestione; un ragno, ordunque, che si trovi a caraccolarti su di una gamba, lui che ne ha otto, viene scambiato per l'incipit di una allucinazione che preluda al delirium tremens o a quella sindrome di cui non ricordi il nome ma che forse ha a che fare con un musicista russo di cui non ricordi il nome e che certo può aver prestato il nome alla sindrome o avere lo stesso nome di chi per primo diede il nome alla sindrome, e capita così che all'insieme infausto di diarrea, vertigini, brividi si aggiungono ammonticchiandosi difficoltà respiratorie per la paura della capitolazione mentale e vampate improvvise di calore seguite da abbondante sudorazione che in pochi istanti si rapprende per effetto dei venti algidi che s'intrufolano dalla finestra spalancata a dissipare l'indescrivibile lezzo e ti raggelino tanto da decuplicare i tremori in una sinfonia di micromovimenti spastici che, questa è la tua impressione, confluiscono tutti insieme al muscolo cardiaco in modo tale da preconizzarti una fatale sincope, una fatale fibrillazione, una fatale aritmia, una fatale tachicardia parossistica che abbia come fatale epilogo l'arresto della pompa; è normale che uno si preoccupi dell'igiene intima e pressoché paralizzato dall'angoscia, consumata l'intera scorta di carta igienica, con scatto repentino e nuova dose di calori, tremori, vertigini, crampi, prurigini, trasecolamenti, adagi i glutei sulla tazza più nobile, il bidè, per avere lindo il sedere quando il medico ne constaterà l'avvenuta morte.
scritto da Climacus | 11/10/2005 13:07 | commenti (6) |
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Una risposta ai vostri commenti a 'nuove poesie sul disagio giovanile', che vi invito a leggere nel caso non l'aveste ancora fatto. Nota: Vi invito a leggere le 'nuove poesie ecc.', non la risposta ai vostri commenti. Che cazzo, devo ancora scriverla. Capisco l'entusiasmo ma lasciatemi respirare. Riguardo al cane che mi annusa le palle ho tristi ricordi che affiorano ogni qualvolta mi trovo a scrivere sotto l'effetto di stupefacenti come la birra Moretti.
C'era una volta una mia fidanzatina, che non sapeva di essere la mia fidanzatina perché ero troppo pudibondo per avvisarla, la quale fidanzatina viveva in una specie di fortezza con spesso e alto muro di cinta, sorvegliata da 4 pastori tedeschi perennemente incazzati. Una sera d'estate vado a trovarla, premo il tasto tutto pulsante del video citofono e nel ringhìo generale sento che mi dice di aspettarla fuori. E che cazzo, non sarei entrato neppure per una scopata (che, tra l'altro, non sapevo cosa fosse). Diciamo che non sarei entrato neppure per un'aranciata (o limonata, cazzivobis). E finalmente lei arriva con i cani ringhiosi al seguito, discosta la porticina della grande muraglia per uscire, ma un cane, il più fiero, le passa tra le gambe e si ferma a pochi centimetri da me, annusandomi le palle e gorgogliando ferocemente, in posizione d'attesa. Lei ride e scherza, la stronza; sussurra -non è cattivo, basta che non lo stuzzichi-, e io cerco l'immobilità più assoluta, per non stuzzicarlo. Ma, come ebbi già a dire più volte, è lo sfintere con le sue sistole e diastole che tradisce le nostre emozioni più abissali, e infatti il buco del culo mi si tappa per la paura, il cane sente il rumore del chiavistello e scatta. Il cane, non il chiavistello. Il chiavistello è una metafora del mio buco del culo serrato. Intendo dire che, con un rapido movimento imparato dopo anni di addestramento per uccidere, spalanca le fauci e si infila tra le zanne palle e pisello, senza mordere però, lambendo i tre moschettieri con i denti.
Io, ovviamente, sono terrorizzato e sudo acido lattico. Poi il cane si fa un pompino, viene, e la storia finisce tra gli applausi.
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