apologie e apostasie di un trepido "The inflated style is itself a kind of euphemism."
|
![]() se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesimartedì, novembre 29, 2005 |
Prologo
Mi dispiace riutilizzare mail che dovrebbero essere solo tue perché non ho nulla da scrivere sul blogghe.
Mica posso postare la mia ipotesi imperfetta di racconto perfetto (vd Cortazar, il racconto perfetto: "Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì."), che fa schife purr'a mmìa.
Ipotesi imperfetta di racconto perfetto
A) Psicologia del personaggio principe
Taddei Sigfrido fu costretto a portare un apparecchio ortodontico (invero soverchio) dall'età di 10 anni fino ai 21 anni. Del suo viso, neppure gli osservatori più attenti sapevano conservare qualcosa in più di un intrico di tiranti e contrappesi protrudenti da una sorta di carapace di metallo. Per undici anni, Sigfrido non si curò di lavarsi quella strisciolina smaltata affiorante tra il rosa smorto delle gengive e l'antracite della corazza. L'apparecchio ortodontico, simile a un ragno metallico, fa bella mostra di sé nel museo d'arte moderna di Toronto, appoggiato con noncuranza su di una poltrona ergonomica, dall'aspetto austero, progettata dallo stesso Taddei, che ora è un designer di fama mondiale. Ma i denti... ecco, i denti, Taddei continua a non lavarli. Eppure il suo sorriso, che tanto vorremmo definire corroso, perché così dovrebbe essere secondo necessità, è di una tale dirittura e di un biancore così suadente che Taddei, dalle copertine dei settimanali di mezzo mondo, sembra non essere altro che un superbo conglomerato di denti, e della sua faccia altro ricordo non resta che quello sgargiante nitore.
B) Ambientazione
Hotel Hilton di Parigi, una delle scale di servizio, solitamente utilizzate da camerieri e addetti alle pulizie. Pianerottolo del terzo piano. Un carrello a due comparti, uno per lenzuola, federe, cuscini, asciugamani, salviette, accappatoi già utilizzati da portare in lavanderia, l'altro per i ricambi lindi, è messo di traverso, di modo che la porta affacciante sull'elegante fumoir non abbia a chiudersi. Lo sportello grigio dell'ascensore-montacarichi, ricorda vagamente un frigorifero incassato nella parete color panna.
C)Azione
-Una dentiera, una dentiera enorme mi ha aggredita!- strillò tra le lacrime una inserviente dell'Hilton.
|
![]() se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesilunedì, novembre 28, 2005 |
Come una mail andrebbe Come una mail andrebbe. Buongiorno Marguerite,
C'era una cosa che volevo chiederti da un po' di tempo: come sta la caviglia slogata? Hai ripreso a fare sport?
Sono appena tornato dal calzificio Moratti-Bignotti. Le condizioni sono proibitive. Nebbia densa come suffumigio e neve ai lati della strada, una mulattiera asfaltata, un tratturo ricoperto più che una strada. Che poi, tratturo ricoperto mi fa pensare a un torroncino al cioccolato (cui non posso pensare per ragioni dietetiche), mentre mulattiera asfaltata potrebbe essere una componente di un dolcificante light.
Ovviamente, al ritorno, ho incrociato Tazio Nuvolari su una classe A che correva e correva alla cieca, tra i vapori impenetrabili, e, nello scansarmi prontamente, oh povera golf invasa di sacchi e calze, ho sentito il crunch della neve pressata dalle gomme e mi son detto -ok, per colpa di quello stronzo d'un Nuvolari finisco nel fosso-, timore che non si è materializzato grazie al mio istinto di sopravvivenza controsterzante e al mio ineffabile culo. Ecco, ineffabile culo è la cosa più letteraria che potessi immaginare oggi.
Ieri ho giocato tutto il giorno a puzzle pirates, il multiplayer con cui mi drogo da 2 anni, e mi sono infuriato con un ufficiale novellino che mi ha invitato a capitanare la sua barchetta, peraltro con equipaggio al completo, nelle sanguinose battaglie contro i temibili brigands virtuali. All'inizio me la sono cavata egregiamente, poi l'addetto ai cannoni mi ha confessato con una faccina triste pressapoco come :( che non c'erano più munizioni, io ho gridato al novellino -ma come, non hai comprato cb's (cannon balls)?-, il novellino dapprima non mi ha risposto, poi ha replicato che non aveva abbastanza pezzi da otto (poe's, la moneta piratesca), sicché, terminata una vittoriosa battaglia, con soave pazienza ho annunciato alla ciurma che avremmo fatto ritorno rapidissimamente (full sails) in porto, per equipaggiare la piccola e manovriera (?) nave (to restock the ship with rum and a ton of cb's); ho invitato il novellino ad arrampicarsi in cima all'albero maestro per fare da vedetta e cercare di evitare gli attacchi dei fanatici brigands con cambi repentini di rotta, e sai cosa ha fatto il novellino? Non solo non mi ha ascoltato, oltraggio di per sé gravissimo e che può essere sanzionato constringendo il marrano to walk the plank, ma ha persino ingaggiato un duello (mounted a chase) con una nave inattaccabile, quelle, per intenderci, che, dalla postazione di vedetta (crow's nest, nido del corvo) appaiono solcare le onde contrassegnate da un circoletto blu scuro. L'incubo di ogni pirata si è così manifestato orribilmente: el Pollo Diablo, ovverosia la Grande Fregata fantasma, impossibile da colpire, che fluttua senza neppure sfiorare i marosi e passa attraverso gli scogli, stipata da un equipaggio di 100 terribili skellies (skeletons, pirati morti di cui non restano che le ossa e che sono imbattibili spadaccini), ha sostituito la piccola navicella cerchiata di blu, ci ha abbordato, riducendoci prima a un colabrodo (we were full damaged, hit by huge cannonballs, and when a melee breaks between the crews, six little humans had to swordfight against 100 bloodthirsty skeletons: if I confessed ye, Marguerite, that it was a slaughter, would you believe me?) e ci ha portato via tutto il bottino (booty) accumulato nei precedenti scontri, privandoci persino del vitale rum. Ma il porto non era distante, così, mantenendo la soave pazienza, ho ordinato a tutto l'equipaggio di dedicarsi con solerzia a rattoppare la nave (everyone grab, please, the carp. stations) e a drenare l'acqua che, con impressionate foga e repentinità (-bilge, please, mate- intimo alla povera Mikka, provenienza Las Vegas, costernata e confusa perché mai si era imbattuta nel Pollo Diablo, e che ancora, inutilmente, si affacendava alle vele) allagava la stiva, affinché potessimo, una volta fixed the damage, recuperare velocità e, finalmente, approdare. Ma il novellino, e da qui la mia furia, nuovamente ignora i miei ordini, restando inane sulla tolda, e, a un mio nuovo richiamo, replica che ha problemi di connessione (-damned lag,- Filipeke said) e sloggia, o meglio, si slogga.
Come sta la tua caviglia?
Alla fine, siamo arrivati in porto dopo un'altra battaglia (i briggies, infatti, quando fiutano che sei nella merda, ti attaccano come orde di avvoltoi), vinta solamente grazie alla nostre spade e al nostro coraggio di disperati, e ho promesso a Mikka che avrei espulso il novellino Filipeke dal glorioso equipaggio degli Azure Knights, di cui sono proud SO (senior officer). Ora mi loggo e mantengo la parola data. HAHA!
L'altro ieri, leggendo La vita istruzioni per l'uso, ho incontrato una donna che, immagino, ti somigli molto. O meglio, molto somiglia all'immagine che mi son fatto di te, immagino. Vabbè :)) (capitolo LIII; Winckler, 3)
Che la tua giornata sia un frizzo, mia Marguerite!
|
![]() se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesigiovedì, novembre 17, 2005 |
Come una pagina di diario andrebbe scritta
Stamane mi sveglio alle 7 con tutti i muscoli indolenziti, tanto che nel piegarmi per smettere le coperte pesanti, l'addome urla e inveisce e io bestemmio felice, orgoglioso degli effetti della palestra; con passo svelto e furbetto da atleta ritrovato, mi dirigo in cucina e sorbisco il mio caffelatte da campione. Mamma mi dice -perché non inzuppi almeno una fetta biscottata?-, io le rispondo -sai, a quest'ora ho lo stomaco sigillato- e, mentre deglutisco, si sente un tonfo gorgogliante tipo caffelatte che si tuffa in un pozzo vuoto, sicché lo stomaco mi maledice e io bestemmio felice e affamato, orgoglioso degli effetti della dieta. Poi scendo per le scale, direzione Laboratorio di cucitura calze Nazzari Spezia, e incrocio mio padre, il titolare: -ciao, i sacchi sono pronti, carica e vai dalla Elena, per piacere-, annuisco, esco nel freddo pungente del mattino e stipo 700 dozzine di gambaletto stretch e lycra nella Golf deprivata dei sedili posteriori, poi mi avvio sereno dalla Elena, che è la tipa che ci rifornisce di collant, calzini, gambaletti. Una tipa a volte simpatica, anzi, quasi sempre simpatica, che però, sotto un velo di innocenza scaltra, nasconde l'anima turpe e zoppa del commerciante senza scrupoli. Io mica me la sento di darle corda, perché so che in fondo è egoista e pure tirchia, tuttavia va sempre a finire che quando sono da lei, dietro il bancone dell'ufficio, ciarliamo di cose sciocche come fanno vecchi amici. Argomenti tipo -oh che bel gattino, micio micio- oppure -santoddio, oggi c'è una nebbia che a momenti finisco nel fosso- o ancora -ma tu a che ora ti svegli per lavorare?- (e lei: -alle quattro, caro mio, e non c'è mai un giorno in cui si stacchi prima delle 9 di sera, io e il mio Massimo; che poi si va a cena e il boccone ti resta qui- indica il punto in cui ci dovrebbe essere il pomo d'Adamo che le donne, chissà il perché, non hanno- e alle 10 si va a letto, e il boccone è ancora qui-). E infatti, quando arrivo da Elena, Calzificio Moratti e Bignotti, dopo aver guidato nella bruma con un sacco pvc che, arrampicatosi sopra il poggiatesta del guidatore, a momenti si libera dei compagni Sacchi e mi si pianta tra faccia e parabrezza come un airbag di lycra, nylon, filanca, ecco che scarico, carico nuovi articoli smacchinati-cucire-in-punta, e, nel freddo pungente dell'ufficio, ascolto, intervenendo a strappi con condiscendenza, le novità sulla figliuola di Massimo-Elena, che è una brava cavallerizza ma che a scuola non rende come dovrebbe, ché l'intelligenza non le manca, solo la voglia di studiare in lei difetta. Poi riparto, immergendomi nuovamente nella nebbia, diradatasi di quel tanto che basta per permettermi di staccare il naso da sopra il volante per accomodarmi nella mia posizione preferita da pilota Wolkswagen, vertebre dorsali che trafiggono lo schienale, testa in avanti, mento sollevato e spavaldo, come a disegnare una figura aerodinamica, mani avvinghiate al volante, braccia rigide sebbene piegate a 130 gradi circa, pettorali che spingono come il piede premuto sull'acceleratore. La fitta dolorosa all'acido lattico che, propagandosi dal petto, mi fa brevemente sussultare, mi conferma nella felice ipotesi che le 4 flessioni e mezza di ieri sera stiano giovando non poco al mio tono muscolare.
La mano destra, spostandosi dal volante al cambio, è talmente rapida che, più che inserire la marcia, schiaffeggia il pomello della leva. Intanto i pensieri accelerano e imbastisco discorsi carichi di risentito moralismo: sarà giusto chiacchierare di amichevoli cazzate con una che, se dovesse scegliere tra salvare te o un sacco di calze da un incendio, sicuramente ti lascerebbe lì a ardere come una torcia?
Devi sapere che quando rumino siffatti pensieri, caro Diario, arrossisco non tanto per la veemenza dei dilemmi interiori quanto per il sopraggiungere di una sorta di senso del pudore che castiga la mia bonomia idiota.
Bello sparato come un Valentino Rossi in sedia a rotelle 4x4, arrivo in paese; a pochi metri da casa mia, rallento di colpo per non giocarmi le sospensioni su di un dosso a righe gialle e nere: giusto di fianco al dosso c'è un cane girato di spalle, accucciato sulle zampe posteriori ma con il deretano leggermente sollevato. Dal suddetto deretano, uno stronzino pallido e secco come una matita penzola e infine si stacca. Il cane gira la testa verso di me, e proprio mentre un altro stronzino sta per venire al mondo, ecco che avviene l'incredibile. Ci guardiamo negli occhi, io e il cane, perché la macchina è praticamente ferma, e quelle antenne ritte che si ritrova al posto degli orecchi improvvisamente si piegano su se stesse e quasi rientrano come lumachine nel guscio. E così come le orecchie, anche gli occhi del cane si abbassano timorosi e un leggero tremito scuote il suo corpo vecchio e sudicio. Io l'ho capito che quel cane non voleva che lo vedessi mentre faceva le sue cose e che, se il parto non fosse stato doloroso, sarebbe andato a nascondersi. Già, proprio a nascondersi. Cazzo, pure il cane ci ha il pudore!
Fanculo, caro Diario
|