apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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venerdì, gennaio 27, 2006
Aulico io?
Non piango. Otto anni di psicoterapia insegnano a piangere per la morte di un gatto, di un parente, a piangere se tua nipote di tre anni, sentendo la radio, dice che è lo zio Carlo che suona e canta.
Otto anni di ricusazioni, apologie, apostasie, menzogne, accuse, ammissioni, scelte, benefici, tormenti, insegnano anche ad addomesticare le lacrime, se esse sono sintomo di una destrutturazione della sfera affettiva, se sono prodotti di scarto del rimorso, se sono residui di un senso incombente di frustrazione che riconduce al peccato originale da cui la terapia trasse l'abbrivio.
Ma giuro, piangerei. Piangerei se il pianto non significasse tradire otto anni di sofferenze e piccole ricompense elemosinate dal letto dello psicanalista. Piangerei se la ricompensa più grande, che è il termine del cammino di normalizzazione, il successo della terapia, non fosse prevista per martedì prossimo.
 
Ciò che tu provi è così radicale da non ammettere altro all'infuori di sé.
E' l'assoluto ciò che tu provi, come assoluto è ciò che io pretendo di importi.
Come quel ragazzo che, innamoratosi della statua di Afrodite custodita nel tempio a lei dedicato, macchiò il marmo levigato del suo seme e nulla potè più cancellarne la traccia, così io aspetterò che tu sia statua, per profanarti.
 
Nel frattempo, mi alleno a farmi seghe e a schizzare più lontano che posso.
 

 

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mercoledì, gennaio 25, 2006
dalla raccolta NOVELLE PER UN GIORNO (di merda)
 
LA SVOLTA
 
So che quando mi sveglieranno, non ricorderò più nulla dell'incidente, Mara. Dovrei approfittarne adesso per raccontartelo. Quando mi sveglieranno, avrò vuoti di memoria.
Dicono che sono messo parecchio male. Eppure non correvo troppo. Andavo a Sirmione con il Peto. Ero ubriaco perso, ma al Peto non fregava nulla: stava messo peggio di me. Non faceva che contorcersi in macchina, poi, ogni tre secondi mi tirava un lembo del cappotto per farmi un sorriso idiota non appena mi giravo a guardarlo. E' per questo, mica per altro, che mi sono accorto troppo tardi della curva. Guardavo il suo sorriso idiota. Spero non si sia fatto male. Vicino alle grotte di Catullo c'è un posto bellissimo dove sia io che il Peto portavamo le ragazze del primo appuntamento. Le ragazze del primo appuntamento si scioglievano. A me andava di riverderlo, quel posto. Lo so che non ti ci ho mai portata, Mara. Ma tu sei più importante, tu sei la svolta, il punto di rottura con il mio passato.
E allora, mi sembra di sentirti, per quale motivo ci tenevo tanto a rivedere quel luogo? -Che bisogno c'era di correre così forte?- ti chiedi.

Ero un ragazzino meno sfigato del ragazzino rimandato a settembre in prima liceo, quello di cui ti ho parlato tanto. Ti faceva ridere. Il ragazzino rimandato a settembre passò un'estate da cani. C'era un professore temuto e stimato in parti uguali che viveva a tre ore di bicicletta da casa mia. Mio padre, che lo conosceva bene perché erano entrambi soci del Milan Club del paese, lo pregò di iniziarmi al latino. Lui accettò per una somma irrisoria. Erano affratellati sotto il segno del milan, si capisce.
Pregai mio padre di comprarmi un motorino. Tre ore di bicicletta erano troppe. Papà andò dal Pasini, uno che accatastava cianfrusaglie di ogni fatta nell'aia. Pasini pescò un Garelli del primo dopoguerra nel mucchio. Si fece allungare 50000 lire, una vera strozzinata. Il Garelli andava che era una meraviglia. Ai 30 km/h, però, il manubrio tendeva a staccarsi per le troppe vibrazioni. Peggio della tua vespa rossa. Insomma, andò a finire che passai l'estate in bicicletta, zaino a spalle, Castiglioni Mariotti, Cesare e grammatica e quaderni e matite che lo enfiavano, un gran giramento di palle. Rivendetti il Garelli al Pasini per 25000 lire.
Il prof, che non vidi mai ridere né rinunciare per un istante al broncio senile, ma che, per questioni familiari, si faceva ogni giorno più furente e inavvicinabile, riuscì, con metodi terroristici, a trasformarmi nella copia miniata del provetto latinista. Dato che dovevo riparare anche in matematica, senza l'aiuto delle ripetizioni, applicai la pedagogia del milanista su me medesimo, superando gli esami settembrini tra ovazioni e complimenti sperticati.
Alla ripresa delle lezioni, scordai il terrorista e tutto ciò che avevo imparato, ricominciando la mia vita dissoluta, e a fine anno, latino e matematica furono raggiunti da fisica. Vita dissoluta ti fa ridere, vero?
Stavo dicendo che ero un ragazzino un po' meno sfigato di quello rimandato-ignorante-cesso: gli anni, due o tre, cazzo ne so, erano passati. Mi ero fatto crescere i capelli oltre le spalle. Suonavo la chitarra tutto il giorno, soprattutto in bagno, dove l'acustica è migliore. Non avevo l'acne. Certi ragazzini idioti dicevano che ero un piccolo prodigio della sei corde; Mario, un mio caro amico, che fu sempre obiettivo, diceva che ero il Malmsteen dei poveracci. Quando i Dream Theater (che a te fanno cagare, cosa che non ti perdonerò mai) e John Petrucci salirono alla ribalta delle cronache musicali, Mario disse che ero il John Petrucci dei poveracci. Petrucci e poveracci suonava da dio, vero Mario?
Era la festa dell'ultimo dell'anno. I toxo plasma, la mia prima band (e unica, perché poi cambiarono il nome del gruppo e gli elementi, ma sempre toxo plasma si era), si esibivano in un teatro dismesso, trasformato per l'occasione in sala da sballo. Suonare fu l'unica cosa bella della serata. Bicio Bicelli salì sul palco con Oscar, il Tata e altri, forse il Tizio e il Peto (speriamo stia bene), mi diede da bere, inciampò nel mio cavo sospeso (avevo un cavo della chitarra troppo corto, sicché, per non rimanere nella penombra e guadagnare un posto centrale, dovevo sfruttarne tutta la lunghezza), lui non cadde, ma il cavo si staccò dall'amplificatore e si attorcigliò alla gamba del Bicio, che rideva e rideva, il pirla, ubriaco quanto me, e rideva e rideva anche mentre cercavo di districare il groviglio, colpendolo qualche volta alla tempia con la paletta puntuta della sei corde, altre volte strizzandogli il pacco, così, per ridere, oppure pigiando con forza il dito medio in un punto preciso tra buco del culo e osso sacro, un punto molle, urlandogli -presto ti cagherai addosso, sfigato, sto premendo il tasto della merda!-
Bei ricordi.
Ad ogni modo (qui stanno facendo un casino d'inferno, mi sa che sono messo peggio di quanto pensassi), quel giorno, 31 dicembre, avevo deciso di uscire dall'anonimato per dichiarare a una tipa piccoletta, occhialuta e con un culo che faceva provincia, che la amavo. E vi dirò, Mara, Peto, Mario, Tizio, Tata e sfigato d'un Bicio, che l'amavo davvero e il cuore mi batteva da matti all'idea di proferire un verso che terminasse in cuore, prenderla tra le braccia e alitarle in faccia un -Amore!- puzzolente e poi baciarla, mordendole le labbra, spingendole la lingua fino al cardias e poi chiedere le chiavi della macchina al Peto, per fare all'amore in macchina del Peto, e possibilmente schizzare sui sedili della macchina del Peto e via dicendo. Non che ce l'avessi con te, Peto, solo che mi piaceva l'idea di macchiarti la Uno, e accarezzavo il sogno che tu, notate le pozzanghere di sperma, mi riempissi di pugni e, poi, terminato di pestarmi e di farmi leccare sborra, mi dicessi -Ok, questa festa è una merda, dove si va a bere?-
(Sì, sono messo proprio male, a quanto sembra.)
Ma il Peto era impegnato a sedurre l'amichetta del mio amore, decisamente più carina, e a sperimentare cocktail cazzuti, sicché, mentre cercavo tra la folla Samantha per dirle ti amo, abbandonai il proposito di chiedere le chiavi della Uno al Peto: lo Zio Giò e la sua Uno (o avevi la golf quella sera, zio Giò?) erano altrettanto appetibili nonché disponibili.
C'era qualcosa che non andava, ma questo lo realizzai dopo una decina d'anni: i miei compari mi stavano depistando, temendo che scoprissi che cosa il mio amore stesse in realtà facendo con il Pia, un altro caro amico.
Il Torre (mi manchi da morire, stronzone) mi inseguiva con quattro bicchieri plasticosi di birra assortita in mano: -assaggia questa, senti che buona. E questa. E questa-. Ma che cazzo,
lo sapeva benissimo che io bevo solo bionda. Mario, il Bix, Bicelli e altri ebbero la bella idea, sapendomi sfrontatamente narcisista, di prendere una sedia scassata, buttarmici sopra, sollevarla come una portantina e farmi sfilare attraverso la folla festante, al grido -baciate le mani al Marchese Nazzari!-
Mi fecero andare persino al cesso, convincendomi che avevo l'aspetto di chi deve vomitare. Il cesso era allagato. Qualcuno insinua che scivolai, inondandomi di liquami, e per rimediare alla figura misera, mimai persino il nuoto a stile libero.
Ma Samantha, il mio amore, aveva i minuti contati, così come gli stratagemmi per impedirmi di coglierla sul fatto.

E sul fatto la colsi, povera merda! Attesi che staccasse la bocca dalla bocca (sì, bocca, mica uccello, bocca!) del mio amico Pia, presi la mira e le lanciai il bicchiere ancora pieno. La colpii in fronte. Vabbé, era un bicchiere di plastica. Poi mi avvicinai a lei, fingendo contrizione. Le dissi, con un'aria afflitta -mi dispiace...- Poi, assunta un'espressione perfida, schiumai dalla bocca un -sì, mi dispiace che il bicchiere non fosse di vetro.- Crogiolarmi nella fantasia di essere potenzialmente pazzo, mi aiutò a superare la delusione.
Mara, se riesco a cavarmela, giuro che ti sposo.
 
Tornando in seconda liceo, una ragazza molto carina, con tette e culo straripanti, il primo giorno di scuola arrivò in ritardo, sicché fu costretta ad accaparrarsi, beata lei, l'ultimo banco disponibile, quello di fianco al mio. Eravamo disposti a ferro di cavallo: per un caso curioso, io venni a trovarmi stretto tra il Cinico, che mi parlava tutto il tempo di chitarra, cazzate e Santana e Clapton e Page, così da ficcarmi in testa il tarlo del chitarrista e Flavia, la tettona culona dal viso d'angelo. In terza liceo, ecco il caso curioso, fummo tutti e tre bocciati.
Flavia fu la più solenne delusione amorosa della mia vita, la causa prima e immobile del mio disagio giovanile. Me ne innamorai subito, non appena mi rivolse uno sguardo dolce, sussurrandomi -ciao, credevo ti avessero segato a settembre-. Passai un anno intero a spiarne il profilo con occhio languido e falletto adolescenziale turgido, sforzandomi in tutti i modi di farla ridere, unica cosa che mi riusciva da dio. Ero un mostriciattolo buffo, allegro, idolatrato dai liceali di quarta e quinta, che, durante le loro missioni punitive nel minuto di ricreazione, sceglievano quasi sempre me per il 'partorello'. Il partorello consisteva nello sbatterti prono sulla cattedra, immobilizzarti, sculacciarti fino a farti perdere conoscenza. Barbari figli di puttana.
Comunque Flavia, che sembrava adorarmi come il giocoliere di strada adora la sua scimmietta, un giorno, senza motivo, gratuitamente, perversamente mi fece qualcosa che può essere paragonato al farti brillare una mina sotto il culo: con una leggerezza impagabile, mi disse: -ma lo sai che tu sei un fallito? Sì, sei un fallimento totale. Sarai per sempre un fallito.-
Questo mi disse.

Da quel giorno, la mia vita fu una lotta tesa a dimostrare che la parte di me che non credeva alle parole di Flavia poteva aver ragione della parte di me che considerava quelle parole come l'unica verità che desse conto del mio essere.
 
Perché tornare a Sirmione, Mara?
Una giorno incontrai Flavia, era passato parecchio tempo, e lei era ancora bella, con quelle tette immense e il culo gigantesco e sodo. Cominciammo a frequentarci. La portai nel posto che ti dicevo e feci centro. Ma io quella sera dovevo essere a casa, così ti avevo detto, Mara. Tutto qui. Lo vedi quanto sono sfigato?
Non vedo luci in fondo al tunnel, è un cattivo segno. 
E tu, perdonami.
Ti amo.

 

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sabato, gennaio 21, 2006

Nuove poesie sul disagio giovanile

Venere e Giove e Nettuno e Mercurio e Aprile e Dicembre

Saliresti con me su Plutone?
Senti, c'è una sonda Nasa che parte,
se facciamo una corsa,
se giochiamo al tira e molla,
se tu mi lanci e vado in orbita
e poi ti prendo e in orbita ti spedisco (sarà tutto un rincorrersi, bambina)
stai sicura che non la perdiamo, nemmeno dovessimo, tra un salto

e uno strattone d'elastico,

 scoppiare come satelliti russi.
E' una sonda strettina,
dovremo adattarci a stringerci,
e sarà un viaggio di dieci anni, a dir poco, a contare solo l'andata, in verità, escludendo il ritorno. (Satelliti russi fatiscenti.)

 Non ci sarà
ritorno


Perché quando vedremo Plutone,
stancandoci presto di quello
scoglio insulso, te lo assicuro, ma non per esperienza,
aprirai con un calcio la porticina dell'astronave,

dio, già pregusto il momento


e d'un balzo lo avremo già scavalcato, pianeta piccolo e morto e
male illuminato,
per ritrovarci insieme sulla spiaggia
tutta sassi e meteore
che tappa l'orizzonte al sistema
solare.
Dunque, vuoi ancora salire con me
su Plutone?


Dovremo adattarci a stringerci che
la sonda è davvero piccola, con lo spazio non si scherza,
dormiremo per lo più,
per lo più avremo freddo,
ma sarà figo coccolarci e fare altro,
e tu sai a cosa penso,
davanti al luminare di Saturno,
Davanti al luminare di Saturno, dico, altro che camino che scoppietta!
E Marte? Te lo immagini un vulcano
che ribolle a tre everest d'altitudine,

TRE EVEREST!
che se lo rivolti è l'inferno,
che, a guardarlo col binocolo, t'accorgi della coda e del culo
di Lucifero che sporgono appena dal cratere?
Sei pronta dunque a salire?
Non sarà sempre divertente, e tu lo sai:
dieci anni da far passare
per una cruna stretta, stretta come l'anello del nostro lume (ma sarà sesso memorabile, te lo prometto), non sono una burla, e tu, forse,

 forse di me sarai stanca già quando
i razzi avranno vinto l'attrazione
della terra e la luna ci starà di fianco, tutta storta.
Ci adatteremo, stringendoci.
Se davvero sarai stanca, non avrai che da stringere
più forte.
Ma il viaggio ti toccherà a farlo
da sola, piccola serpe.

ANACONDA!

Che farai, sola, sulla spiaggia
di meteore, sassi, briciole e vapore,
che incula l'orizzonte al sistema solare? Che faremo insieme laggiù, tu dici,

 e hai ragione.

Tanto vale non salire, allora.
E, manco avessi tredici anni e un brufolo
per capello, mi toccherà dirti:
bambina, tu non sai,
oh no, tu non lo sai che cosa ti perdi.

Saliamo
 insieme

 su Plutone

 


 

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martedì, gennaio 17, 2006
Dalla raccolta: novelle per un giorno (di merda)
 
Osservazioni incidentali


Gli inglesi usano un'espressione molto efficace per etichettare chi è daltonico: dicono che sei color blind, cieco al colore. Gli inglesi non capiscono un cazzo. Io non sono daltonico, ma cieco al colore grigio di certe bmw. Ne ho avuto la riprova l'altro giorno, alle 9 del mattino, quando, a un bivio a forma di T in aperta campagna, mi sono fermato, ho controllato cinque volte a destra e cinque a sinistra, sono partito e, per la seconda volta in una settimana, mi si perdoni la ripetizione di volte-volta, una bmw grigio chiara mi è quasi entrata in macchina. Pare che queste bmw grigio chiare, perfettamente mimetizzate con l'asfalto vecchio di secoli e perciò smunto, d'un tratto schizzino fuori dal loro perfetto camuffamento per farmi cacare sotto. La prima volta che accadde qualcosa di simile, quando ancora non sospettavo di essere grigio - blind (e non mi ponevo il dilemma oculista o neurologo), con la signora mamma al mio fianco, stavo percorrendo la statale Parma-Brescia, la testa sovraffollata. Pensavo al fatto che mi fossi scordato di bere il caffè (erano le due p.m.), che le lenti degli occhiali erano luride (cosa insolita, perché le pulisco, sfregandole sui vestiti, ogni cinque minuti e spesso faccio la doccia o mi lavo la faccia dimenticando di togliermi gli occhiali), che la mercedes appena comprata annaspava e che probabilmente mi avrebbe tradito, appiedandomi (ascoltavo attentamente il respiro sofferto del motore, in cerca di indizi, come fanno i meccanici; peccato che la mia competenza in fatto di motori si fermi alla coppia pistone-cilindro e di lì non si muova); pensavo ad una recensione, in cui un critico letterario di fama, ignorando colpevolmente (oppure, colpevolmente intuendo) che il mio romanzo fresco di pubblicazione è autenticamente autobiografico, apostrofava il protagonista-narratore con epiteti quali 'mostro-sfigato-frustrato-stronzo', chiedendomi se sono davvero così stronzo-sfigato-frustrato-mostro; pensavo al mio amico Filippo, che la sera prima mi aveva annunciato, al telefono, con una tristezza inaudita, che la sua cavia (un animaletto dolcissimo e coccolone, che amava essere preso in braccio e dispensava perfino baci), aveva smesso improvvisamente di mangiare e, qualche ora dopo, aveva smesso altresì di vivere, al che io ero riuscito solo a immaginare che in giro ci fosse pure il virus dell'influenza caviaria, ghignando tra me e me e sentendomi sfigato-frustrato-mostro-stronzo; pensavo al dottor. O, lo psicanalista che sono in procinto (da sette anni circa) di scaricare, dato che, come ebbi a rinfacciargli, "ora posso benissimo camminare con le mie cazzo di gambe", e a quello che mi sarei dovuto inventare per far passare quarantacinque minuti e impedirgli ogni commento, ché tanto non ne ha più voglia e io sono sano [-dottore, qualche giorno fa ho avuto un lieve attacco d'ansia perché pensavo ai tre bambini turchi morti di aviaria, soprattutto ai sintomi... il sangue dalla bocca, diceva il tg, e io non mi sono perso una sola puntata di Ventiquattro, la versione italiana di 24, il telefilm, ha presente? Beh, un' organizzazione terroristica tiene in scacco il presidente degli Stati Uniti, Denzel Washington, minacciando di contaminare Los Angeles con un nuovo virus ultraletale e, per dimostrare che fa sul serio, sparge una fiala di virus in un hotel e nell'hotel muoiono tutti, e sa... i sintomi iniziali sono gli stessi... anche nel rifacimento mediaset (dove tutto si svolge a Parma per via del RIS) ... il sangue dal naso e dalla bocca, e allora, visto che la sceneggiatura è mia, ho viaggiato con la testa finché non mi sono immedesimato troppo, sentendomi male, battito accelerato, sudori freddi, capogiri, perciò ho detto a mia moglie, custode degli psicofarmaci (teme ancora che io possa tentare di sbarazzarmene, gettandoli nel cesso) che non potevo lavorare al mio ultimo romanzo, Contaminazione Globale, e l'ho supplicata di sganciarmi un ansiolitico... Senta dottore, non è che sta nascendo in me una specie di... nevrosi da aviaria? Forse è solo una nevrosi da lavoro? Un rifiuto? Ogni scusa è buona per masturbarsi e non compiere nulla di costruttivo? Oh cazzo! - ]; e così, mentre pensavo a tutte queste cose e anche al caldo terrificante che faceva in macchina e al sole artico che mi bruciava la pelle del viso, mi sono immesso disciplinatamente in una corsia di preselezione (credo si chiami così) e ho fatto per svoltare a sinistra. Al che mia madre ha emesso dapprima una specie di rutto infantile, dovuto probabilmente al fatto che stesse deglutendo un groppo di terrore, strillando un altissimo -ooooh, stattentooooo!-, e io ho pigiato il freno. Senza pensarci. Ho fatto in tempo a vedere una specie di pallottola grigio metallizzato, bmw, con i fanali accesi, proveniente dalla direzione opposta, sfrecciarmi di lato e, in quel microsecondo, sono anche riuscito a zoomare sull'espressione del guidatore che mutava rapida, passando da una sfumatura viola di panico a una tonalità rosa di sollievo fino a virare in direzione di una densa fiammata di rosso-incazzatura. E ho sentito anche il rumore del clacson, che però sembrava sfasato rispetto alla bmw, effetto doppler? Cioè, era come se la bmw lo stesse trainando con una fune lunga duecento metri, era come se il suono del clacson si fosse staccato dalla bmw, quasi fosse stato spinto con un calcio fuori dall'abitacolo, attraverso uno sportello, avesse roteato sull'asfalto, si fosse rialzato e avesse preso inutilmente a rincorrerla. Ricordo perfettamente che la bmw era ormai scivolata nell'oblio, distante migliaia di chilometri, mentre il suono del clacson, in tuta da ginnastica, guanti di lana, berretto nero e una forma fisica tutt'altro che invidiabile, si trascinava stancamente sul ciglio della strada, con il viso rivolto verso di me, gli occhi piantati nei miei e un'aria tra l'allibito e il demoralizzato.
 
Oculista o neurologo?
 
 
La Repubblica: lo scrittore, dalla prima alla seconda novella della raccolta, alza decisamente il tiro, passando da una strada provinciale a una statale.
 
The reviewer: ... consigliamo perciò di leggere 'short novels of a distressful day' indossando un paio di occhialetti con le lenti bicolore, quelli che vi vengono forniti all'ingresso dei cinema per le scene 3D. Il risultato sarà stupefacente.
 
The Boston Celtic: in un unico, sovrabbondante periodo della novella 'Points of Re-view' sono riuscita a contare qualcosa come dieci incisi chiusi tra parentesi, e, fatto ancor più sorprendente, ben tre incisi 'virgolettati' contenuti in un più ampio inciso, sottoinsiemi di una parentesi che, per definizione, dovrebbe
avere un così scarso valore ai fini della narrazione, da poter essere saltata a piedi pari.
 
 


 

 

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domenica, gennaio 15, 2006

Il blog è in fase di aggiornamento. Si vedano i commenti al racconto "l'autostoppista". Grazie

 


 

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martedì, gennaio 10, 2006

Avvertenza: il racconto che segue è gia apparso in maggio su questo rispettabile blog. La versione attuale, tuttavia, appare nettamente diversa dalla prima stesura, risentendo inevitabilmente degli echi delle mie ultime letture (cavie di Palanhiuck o come cazzo si scrive -Palacoso, direbbe Tulipani- e Lunar Park di Bret Easton Ellis). Oltre ad alcune modifiche, ho apportato delle aggiunte, soprattutto nell'aggettivazione e nelle descrizioni, rimpinguando un testo che, pur sembrandomi abbastanza accettabile per alcune intuizioni e per l'organizzazione complessiva, mi disgustava per l'eccessiva esilità.





L'autostoppista

-Senti, non è che mi daresti un passaggio?- disse lui di fronte alla
serranda abbassata del pub in cui ci eravamo conosciuti, masticando qualche
consonante, strascicando le vocali.
Che cosa mi costava, alle quattro del mattino, essere gentile con una
persona chiaramente più debole di me? Trenta euro all'autolavaggio? Il
rischio maggiore, che comunque avrei anche potuto accettare di correre, era
quello che mi vomitasse in macchina, sbronzo com'era. Avevo bisogno di
riflettere, soppesare i pro e i contro, benché apparisse certo che di
benefici, da quell'opera pia, non ne avrei ottenuti. Riflettei sulla parola
'Sbronzo', indugiai su quel suono. Sbronzo. Fosse stata una Sbronza a
farfugliare la stessa innocua richiesta, le avrei detto -Ma certo, salta
su!-, senza esitazioni, sfoderando un sorriso arrapato. Eppure, la mia ex
beveva per disperazione e spesso sveniva. Quando non sveniva, vomitava.
Vomitava anche dopo aver ripreso i sensi e, dato che le ero sempre accanto,
devoto come un bastardino al padrone, a rimetterci erano i miei vestiti.
Così mi toccava mentire a mia madre e degradarmi, rinfocolando i suoi timori
che fossi alcolizzato, e confessarle che lo stomaco rivoltatosi come un
guanto sui pantaloni era il mio. Perché il vomito non ha sesso. Mica potevo
dire a mia madre che lei, Laura, la piccola Laura, Laura l'artista, Laura
che forse è troppo magra, si sbronzava da schifo, peggio di un camionista di
Amburgo.
 -Bella roba,- avrebbe sicuramente ribattuto mamma.
 -Se beve è per colpa tua. Come fai a non capire che non le piaci? Allenta
la presa. Gira al largo. Taglia i ponti. Presto sarai tu a pagare per lei.
La tua salute. Non ci pensi alla tua salute?-
Invece, raccontandole che a vomitarmi sui jeans o sugli orribili US Navy,
imitazione a basso costo delle brache che indossano i SEALS, ero stato io,
mamma digrignava i denti perché potesse uscirle di bocca un -disgraziato!-
sibilante, non in italiano, però, in dialetto bresciano, che se lo senti
pronunciare da mia madre con i denti che stridono l'uno contro l'altro, quel
sibilo ti gela il sangue sul serio, pure se non sei suo figlio.
Va da sé che Laura la salute me la rovinò davvero.

-Aspetta che faccio manovra.- dissi, non appena il rimuginio si acquietò.
-Bene,- fece lui, e con passo incerto, si avviò verso la provinciale che
costeggiava il parcheggio sterrato e angusto della Bastiglia, delimitato da
alberi grossi e bassi, forse gelsi. "Bel nome per un pub", pensai,
rammaricandomi di ignorare i nomi delle piante.
L'avrei sistemato sul sedile posteriore, facendogli trovare un finestrino
aperto. Non c'erano altri passeggeri. Si trattava di buon senso: se sbocchi
dal sedile del morto, perché si sa che chi muore negli incidenti è quasi
sempre quello che sta di fianco al guidatore, il getto ti investe tutta la
fiancata. Se sbocchi da dietro, la rosa si restringe, così come lo spazio
esposto alla tempesta di fuoco. Andando abbastanza veloce, ci sono buone
probabilità che resti solo qualche minuscola macchia oblunga da far ripulire
all'autolavaggio, per trenta o quaranta euro, interni compresi.
Così mi siedo in macchina e metto in moto. Accendo i fanali. Mi guardo la
lingua nel retrovisore, che di sicuro è ricoperta da una patina biancastra,
maleodorante, insalubre. In realtà, più che guardarmi la lingua, mi
trastullo, facendo smorfie che mi stravolgono i lineamenti; mi derido
bonariamente, indirizzandomi boccacce. Il gioco delle smorfie mi dispone ad
un certo buon umore, rimpolpato dagli ultimi strascichi benevoli della
sbornia. E' una forma idiota di narcisismo, almeno credo, perché alla fine
del rito, mi sento perfino adorabile. Un attore che scalda i muscoli della
faccia e si immagina già divo. Magari non è un cazzo di nessuno e recita
bene solo davanti allo specchio.

Una notte, prima che la mia salute se ne andasse a puttane, Laura vomitò per
circa sei ore, emettendo rumori indescrivibili. Secondo me aveva già
sbattuto fuori il tossicume, mix di alcolici e psicofarmaci, durante i primi
tre o quattro conati, che erano stati impetuosi, torrenziali, per cui sono
quasi certo che passò le restanti 5 ore e cinquanta minuti a rigettare
saliva e "tuonare". Tuonare, già: era come se quell'affarino di 40 chili
fosse completamente vuoto e un mestolo, rigirato al suo interno, sbattesse
reboante contro pareti sottili di latta.  Ero seduto di fianco a lei, in
macchina, la stessa macchina di adesso, parcheggiata in un campo, e la tipa
se ne stava raggomitolata, con la testa che, suppongo, penzolava senza vita
dalla portiera aperta. Riuscivo a vederle la schiena, nuda fin quasi al
reggiseno, e un pezzetto di culo che si affacciava dai jeans strettissimi,
da fighetta. Non per vantarmi delle mie conquiste, rare per quantità e
qualità, ma aveva un culo strepitoso, da attacco di panico. Perciò me ne
stavo lì a sghignazzare in silenzio, immaginando che prima o poi, da quel
trancio di schiena magrissima con la lisca centrale in rilievo, seghettata,
sarebbe spuntata fuori la testa di un Alien.
 Dai rumori inenarrabili che udivo, infatti, era palese che una creatura
viscida e nera, un verme di due, forse tre chili venuto dallo spazio, con la
coda di drago e i tentacoli, le stesse raschiando le viscere, tuffando le
molteplici teste nei succhi gastrici, strappando con le molteplici bocche
brandelli di tessuti. La cosa mi sembrò straordinariamente buffa.
 Andò a finire che apersi la portiera dal mio lato e vomitai anch'io.
Sghignazzando.
Poi, dimostrandomi gratitudine per non averle fatto mancare il mio sostegno,
mi fece un pompino. Ma ricordo che non ci baciammo, neppure quando la
riaccompagnai a casa.

Mentre smanetto per abbassare il finestrino, ancorandomi con il braccio
sinistro al poggiatesta del sedile del morto, mi viene in mente, vuoi per lo
sforzo, vuoi per la difficoltà di mantenere il corpo in torsione, vuoi
perché il sangue mi va alla testa e il freno a mano o forse il cambio mi
urtano il bacino, vuoi per lo squittio della manovella; mi viene in mente
che il tipo che mi aspetta è uno stronzo. E' una rivelazione fulminea e
inspiegabile, quasi soprannaturale. Sicché faccio manovra, mi immetto sulla
provinciale e, a passo d'uomo, vado verso di lui. Mi convinco di essere
cattivo, un vero bastardo. Farei qualsiasi cosa perché lo stronzo,
rinfrancandosi dallo stordimento, percepisse me e la mia macchina come una
severa minaccia.
E' lì che barcolla in mezzo alla strada a cento metri di distanza, come
fosse sul ponte di una nave, mare forza duecento. Poi i tre specchietti
retrovisori, di concerto, mi rimandano una luce accecante. Lo spostamento
d'aria fa danzare la mia golf sulle sospensioni. Una jeep sparata almeno ai
trecento orari si è materializzata alle mie spalle (wow!), mi ha superato,
schivandomi di un pelo e fracassandomi i timpani, quasi avesse frantumato la
barriera del suono, infine si è avventata sull'ubriaco. Lo stronzo viene
colpito in pieno e catapultato in aria. Impiega almeno tre minuti per
atterrare sull'asfalto. La jeep, impazzita, va a spiattellarsi contro un
albero e si incendia all'istante. Wooom. Che figata, porca puttana!

Ad ogni modo, se avessi potuto raggiungere il tipo prima che finisse
maciullato, gli avrei sicuramente detto che io, sulla mia golf, non carico
gli stronzi.



 
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Giovanni Pisano; Giudizio Universale

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