apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesi

sabato, marzo 18, 2006
Se vuoi, ti racconto di quella volta che l'ignoranza mi ha salvato
(dalla raccolta la gravità della situazione stazionaria)
Sono le tre del pomeriggio e fuori fa freddo. Ho mangiato alle 12.30, poi sono andato in bagno. Lo sciacquone a tutta forza produce un la. Un la perfetto, senza sbavature, meglio del tututu del telefono, che perde qualche hertz lungo i cavi, trasferendoli alle rondini che vi si appollaiano, sebbene sia inverno e l'unica rondine montata sui fili sia l'opera bizzarra dello scultore Bassani, autore delle Grandi Mosche col Passamontagna. Il la perfetto gorgogliato dallo sciacquone mi serve per esercitarmi nel solfeggio. Se mi accorgo d'aver sbagliato l'intonazione di una nota, ecco che tiro lo sciacquone e accordo nuovamente la mia voce allo sciaguattio stentoreo dell'acqua. Un giorno supererò l'esame di ammissione per il conservatorio, portandomi da casa la tazza da cesso e l'insostituibile diapason idraulico. Alle 13.45 ero così concentrato sugli intervalli di nona da adempiere al noioso laborio d'evacuazione senza rendermene conto, come fossi un cavallo che canta. Nulla al mondo v'è di più lasso del cavallo. Ho sentito dire che il cavallo affoga persino se tiene la testa ben al di sopra della superficie, imbarcando acqua da dietro fino al collasso degli organi interni. Poi, ano e genitali accuratamente detersi, mi sono coricato nel letto, confortato dal tepore della coperta elettrica e lusingato dal buon profumo di sapone che la nuda porzione di corpo mondata di fresco spargeva di sotto le lenzuola. Adoro stendermi senza boxer, che normalmente appallottolo all'altezza delle caviglie, e curo la mia igiene intima con inflessibile maniacalità, olio di gomito e scaglie di Marsiglia, così da procurarmi pruriginosi eczemi e grappoletti d'emorroidi.  
Ho dormito poco, e, mentre dormivo, credo di essermi fatto una sega. Non so. Avevo il pisello sanguinante. Fossi stato sveglio, avrei maneggiato il coso con più cautela, come imitando la mano della fata turchina. Certe donne, quando ti toccano, cambiano aspetto, struttura fisica, visione del mondo; sono come muratori. Ecco, nel sonno devo aver imitato una donna muratore, fantasia erotica discutibile ma pur sempre innocente e priva di morbosità. 
Scendo al piano terra con i boxer che mi legano i piedi, mi pulisco il pisello nel lavandino, passandomi del sapone attorno al glande. Il filetto, il frenulo o come preferite chiamarlo, è lacerato. Ha smesso di sanguinare, sicché mi infilo un altro paio di boxer e, già che ci sono, anche se non mi scappa, faccio pipì.
Spingo come un forsennato per un paio di minuti, ma non esce neppure una goccia. Ammetto di essere un po' spaventato, data la predisposizione all'ipocondria, benché mi sforzi di rimanere calmo. Così mi seggo, deciso a rimanere sulla tazza finché non vedrò l'oro acquoreo della vescica zampillare lucente dalla punta. Tutto inutile. Il tempo passa, le gambe mi si informicolano, ma dalla già menzionata vescica non filtra il benché minimo barbaglio.
 
L'ambulatorio del medico è a due passi da casa. Considerata la vicinanza, mi risolvo ad andare a piedi: camminare velocemente, traendo profondi respiri, mi aiuta a distogliere i pensieri dall'ansia e dal battito accelerato del cuore. Sarà lui a spedirmi, se necessario, al pronto soccorso (il medico, non il cuore, spero); la situazione, a mio avviso, non è ancora così grave da richiedere l'intervento del 118. Va detto che, tachicardia a parte, non sento dolore. Mentre stavo accovacciato sul water, ho buttato fuori tutta l'aria dai polmoni, in una ripetuta, rievocata, rielaborata, almeno in chiave allegorica e con netta coscienza dell'atto, evacuazione, appiattendo l'addome, ammassando i muscoli stiracchiati e il grasso del ventre sotto la gabbia toracica, poi ho fatto pressione con una mano, vibrando colpi energici a pugno chiuso, nel punto in cui, suppongo, si trova la vescica. Niente. Niente fitte, solo una specie di innaturale mancanza di sensibilità, come se, là dentro, ci fosse un vuoto da colmare.
Uretere, uretra: durante la breve, devastante passeggiata, quando acquisto consapevolezza  e confesso a me stesso, reso sordo dalle preoccupazioni, che sono bagnato fradicio -sudore plebeo, non certo oro del bassoventre- e che le gambe cominciano a tremarmi, per non focalizzare l'attenzione sul pensiero che innesca una serie incontrovertibile di reazioni che mi conducono all'infermità, alla fissità spasmodica, carica di un terrore immobile e tremolante che segna l'acme dell'attacco di panico (sto per morire, è così ovvio, il cuore non reggerà), mi concentro con tutte le forze (il palazzone già si vede) sui termini uretere-uretra. Non riesco più a distinguerli e, nonostante la loro differenza mi sia ancora chiara, non so quale dei due corrisponda -nomina sunt consequentia rerum- al tratto finale del tubicino, quel tubicino che probabilmente, per un minuscolo calcolo, forse a causa del ristagnante riflusso della sega, si è occluso. Sì, l'uretere o l'uretra sono intasati, ecco tutto. Non so perché ( l'immagine di un tubicino trasparente di gomma con un sassolino che lo ottura, ingenuamente didascalica, non ha nulla di terribile, pare piuttosto attagliarsi a un libro di testo d'anatomia per le scuole elementari) ma, mentre suono il campanello dell'ambulatorio, non sono più così agitato.
E' la prostrata ad avere un potenziale distruttivo, una nefasta influenza sulla mia psiche: quel nome va taciuto, oppure, come faccio in questo istante, non appena la porta scatta, aprendosi, -prostata, prostata, prostata,- va urlato ai quattro venti, va disperso insieme a questo miraggio invernale, bandito dalla realtà inconsistente di un sobborgo ibernato e deserto (spazzato dal vento, sporcato dalla neve unta e nerastra che si è raccolta ai bordi dei marciapiedi), va destituito di ogni fondamento. Io sono il creatore di ciò che mi attornia; ciò che vedo esiste in funzione del soggetto conoscente, è opera mia, qualcosa di più di un sogno, d'accordo, ma non ha importanza, perché prostata è ora puro flatus vocis, nulla più di una scoreggia sviata ai piani alti, in direzione corde vocali. Sovverto gli accenti -prostàta-, francesizzo, forte della pronuncia blesa -prostatà-, cazzeggio -passò un soldatino col tamburo et voilà, prostatà tatà tatà taratatà-, salgo le scale (l'ambulatorio è al secondo piano di un condominio, un fabbricato nuovo e scevro da pretese di stile, dipinto di rosa all'esterno) -tatà-, fisso per un momento la targhetta dorata sulla
porta -dott. Prostatà (Massari), medico chirurgo-, entro nella sala d'aspetto -tadaaa- e, finalmente...
... finalmente mi imbatto in un nucleo familiare così imponente da estendersi ai pronipoti, ai cugini di terzo grado, alle false parentele costruite ad hoc; un nucleo familiare di Pakistani, credo, oppure di immigrati bengalesi che non sanno una sola parola di italiano e tengono in mano con apprensione un plico di documenti, in cima al quale risalta una tessera verde.
-Tu sai a cosa serve la prostata,- dico a una delle dodici donne che affollano la sala; è un' affermazione, non una domanda.
La donna è proprio carina, con quegl'occhioni enormi e la pelle serica e tante altre cose che noterei se non fossi sul punto di morire avvelenato dal piscio che mi circola in corpo: si stringe nelle spalle, manco avesse decriptato il significato del mio delirio; - io,- e punto l'indice accusatorio verso di me, -io non so a cosa cazzo serva. Voglio dire... uhm... ne ignoro la funzione, capisci?-
Un cugino di secondo grado della fanciulla mi si para davanti, agitando le mani, scuotendo la testa, un cipiglio scocciato stampato in viso. Dice -noi aspettiamo che sono due ore!-
Dice -noi finisce, poi andare tu, cazzo!-
[...]
Lo sciacquone della tazza da cesso produce un la bemolle. Ecco perché non supererò mai l'esame d'ammissione al conservatorio in primavera.
 
Frammenti e frattali
-Avanti il prossimo-
Il dottor Massari non riceve su appuntamento e non ha una segretaria personale che sbriga le faccende più banali, come quella di trillare un campanellino che accompagna l'uscita del paziente appena visitato e annuncia al capofila dei postulanti che il suo momento, dopo tanta trepidante attesa, è giunto, che la sua ora ha il tinnio e forse il fiocchetto che rendono gaia la vacca al pascolo Proserpina. Evviva Proserpina. Il dottor Massari esige che il paziente col suo fardello di lastre-ricette-responsi obiettivi, uscendo dallo stanzino decrepito con le macchie di muffa a sbaffare ogni angolo, non richiuda la porta dietro di sé ma la lasci spalancata, così che la voce del medico, senza tentennamenti, possa giungere nella sala d'aspetto, insinuante, e vellicare l'orecchio dei suoi cento e più morituri.
Il dottor Massari, con l'approssimarsi delle feste, si prescrive 90 giorni di riposo, suddivisi in tre diversi scaglioni, Pasqua Estate Natale, per dedicarsi all'unica sua passione, la caccia al cinghiale. Ama essere rincorso dall'animale ferito, confidando nella buona mira dei suoi compagni tiratori e adora raccontartelo, tastandosi con mano la soffice ispidezza del nembo sale e pepe di barba che dagli zigomi rocciosi gli cade ben oltre il pomo d'Adamo. Quando narra, il dottore è gaio. Quando visita, il dottore, per un tic nervoso, arriccia il naso e delle labbra fa un gomitolo. 
Sono le tre del pomeriggio, credo, e fuori si gela. Dico di avere la precedenza sui patriarchi, i profeti e tutta la biblica marmaglia. Ma il popolo, come il mar Rosso, già si riversa nell'antro di Massari. Li seguo. Vedendomi tremendamente itterico, Massari si occuperà di me per primo. 
 
[...]

(potrebbe terminare così, oppure continuare.)



 

 

 


 
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