apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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domenica, ottobre 21, 2007
Pensa che bello se alla fine si scoprisse che io non facevo parte di una delle due squadre
 
 
L'azione si svolge a velocità decuplicata rispetto alla vostra e mia capacità di assimilare e decodificare le parole e le frasi che tale azione cercano di eviscerare. Forse centuplicata. La palla mi è carambolata tra i piedi e sono spalle alla porta con il pappa dietro che mi morde i calcagni mentre alla mia destra il tempesta sgroppa sulla fascia incontrastato.  Uno sguardo agli agenti reagenti della partita di calcetto che fa da trama agli arazzi degli accadimenti qui snocciolati è mille volte più rapido e pregno di informazioni dello stesso sguardo che abbraccia e ricomprende l'elenco scritto di ognuno di loro, cinque giocatori per squadra, presi e gettati nella mischia come un complicato insieme di rimandi tra la loro storia personale e il fenotipo di appartenenza esplicato parzialmente dal nomignolo: il tempesta, il baldo, il cinese, il fegato, smorzacandela da una parte; il mignolo, ciccio, rosario ossario, il pappa, sempronio dall'altra. Dovrete sforzarvi di stare al passo con i tempi di gioco e inventarvi metodi per leggere il più rapidamente possibile, scavalcando spazi vuoti e punteggiatura, facendo accavallare i verbi come nervi che dolgono e proiettarvi oltre gli avverbi in -mente e gli aggettivi denotativi non connotativi, in modo da eliminare tutto ciò che non è essenziale tra un ganglio di verbinervi e l'altro. Da parte mia, proverò a scrivere più o meno come si compita.
Si gioca senza arbitro (essendo l'arbitro la lealtà che ci affratella) né portieri e con regole modificate secondo le occorrenze, le convenienze e elementi estranei al giudizio e alla concertazione, tipo che il ciccio non sta bene e allora lo si manda in porta nonostante la norma che vieta eccettera e si dice al capitano dell'altra squadra che una perdita grave come quella del ciccio, che in realtà ha zoccoli ferrati al posto dei piedi e gambe frigide, va controbilanciata mandando tra i pali che ne so, uno come il tempesta per esempio, solo che il tempesta è il fuoriclasse della squadra e allora quasi ci si azzuffa ma poi si dice eh, voi non sapete stare allo scherzo massa di stronzi e per salvare l'amicizia vecchia di stagioni si fa giocare il ciccio nonostante stia male e infatti eccolo che dopo uno scatto si afferra la pancia con entrambe le mani e solleva, sì, solleva la pancia fino allo sterno e gli vedi il collo che si allunga e le guance che si gonfiano mentre la schiena fa un arco con le spalle che scattano all'insù e si allineano sotto la nuca e dalla bocca gli esce un getto che sembra, il ciccio, non il getto, un idrante. Questo capita spesso. Il Ciccio è uno che digiuna durante il giorno e alla sera fa il pieno di carboidrati e grassi e non smette mai di masticare per più di 5 minuti tra le nove e le 24 ma noi si gioca alle otto, mentre lui di solito cena alle 9, così gli tocca anticipare il pasto di due ore e ingerire tutto quello che ingerisce tra le nove e le 24 in quei pochi minuti che alla fine gli sono fatali tanto che si pensava di convocare anche il gianchi e il fonzo e cancellare la regola che vieta il portiere eccettera. Il ciccio non è mica grasso, semplicemente si chiama Francesco e nessuno aveva voglia di ideare un soprannome più nobile. Il suo temperamento è tutto nelle sue mandibole. La palla mi è carambolata tra i piedi dopo un fulmineo contropiede dei Viola (loro sono i Viola, noi siamo i Cianotici) che si è concluso con una cannonata dai 5 metri di rosario ossario che, colpita e quasi scardinata la traversa, ha fatto fare un arco voltaico al pallone che ora difendo piegandomi sulle ginocchia e facendo sporgere il culo all'indietro per tenere lontano il pappa che sembra mi stia inculando ma che poco amichevolmente mi spella le caviglie con la punta della scarpa. Sono spalle alla porta. I viola sono sbilanciati. Il tempesta, che ha sopracciglia burrascose ed è di una magrezza quasi esilarante se non lo conosci, perché conoscendolo non ti azzarderesti a ridergli in faccia che quello è un fascio di cavi dell'alta tensione e l'aura elettromagnetica che lo avvolge basterebbe di per sé a indurre tali variazioni nel tuo cazzo di codice genetico da trasformarti in una metafora, il tempesta corre bruciando la fascia laterale e con quei sopraccigli da previsioni meteo catastrofiche chiede che gli venga ceduta la palla. Tra me e lui, oltre al pappa che ora devo tenere a bada non solo con le chiappe ma anche con gomitate e braccitesi, ci sono circa sei metri in aumento della gomma antiscivolo di cui la palestra è rivestita e che è un killer per le ginocchia, le suole delle scarpe e gli orecchi, con tutti quegli gnaulii da frizione che ti tempestano fino a sfociare in polluzione sonora nelle mischie. Il pappa è un meccanico buddista. Ha un modo di essere buddista che conosce solo lui e chi ha letto pirsig (lo zen e l'arte eccetera), un modo dichiarato con condiscendenza tronfia e stucchevole, dunque, ma non praticato, o solo malpraticato nell'atto di tirare i bulloni quando d'improvviso la Qualità si appalesa come pienezza ontologica e ci si sente sacerdoti bisunti. Un bravo meccanico che regala Pirsig ai suoi clienti migliori con un sorriso radioso. Si incazza sempre quando gli dico che lo zen, nel libro di Pirsig, c'è solo nel titolo; che Pirsig è un aristotelico; che Lila, il secondo libro di Pirsig, fa cagare; che la Qualità è la solita sbobba di chi cerca di dare un nome e un volto, come Pirsig, all'ente supremo quando un nome già ce l'avrebbe (e il volto? ma sì, la Qualità di Pirsig altro non è che la somma indistinta di tutti i predicati del caro vecchio Dio!), oppure è un moltiplicarsi di enti supremi che Occam e rasoio e Pirsig stesso eccetera; io, modestamente, sono un intellettuale. Difendo la palla spalle alla porta e mi molleggio su una gamba, quella d'appoggio, mentre il piede destro cincischia vellicandola (la palla) rudemente. Tra poco il tempesta sarà uscito dal mio conoide visivo. Dai miei coni e bastoncelli. Lo vedi come un'ombra scura fatta di sopracciglia che mi galleggia in coda all'occhio. Alzo la testa. Smorzacandela si trova esattamente al vertice di un triangolo scaleno abc formato da me (a) smorzacandela (b) il tempesta (c), dove ac è la base, b è smorzacandela, a sono io, c è il tempesta. L'idea è elementare. Dato che non riesco a liberarmi del pappa, che ormai mi ha agguantato letteralmente per i fianchi in modo da non farmi girare e sembra sempre più che mi stia inculando, non devo far altro che passare la palla allo smorzacandela che poi la depositerà deliziosamente sui piedi del tempesta che non dovrà far altro che spingerla in fondo alla saccoccia. Smorzacandela faceva il chierichetto. Poi ha scoperto in confessionale che farsi le seghe è peccato. Allora ha chiuso con la chiesa. Accadde più o meno così: Io ti confesso una cosa terribilmente intima che al solo nominarla mi sento mancare e tu mi dici che è peccato? Ma va a cagare!
Lo smorza è avvocato. Avrebbe potuto essere tutto ciò che voleva, astrofisico, archeologo, biochimico, gerontologo e ha scelto di essere avvocato. Passargli la palla significherebbe vederla svanire come una freccia scoccata ben al di sopra delle fortificazioni nemiche che si infili nel pozzo al centro della curtis; è più facile che lo smorza faccia canestro piuttosto che indovinare il passaggio o la porta. Sarò io, così ho deciso, a lanciare il tempesta. Come? Interno sinistro o esterno destro? E se il pappa gioca d'anticipo e mi blocca il passaggio? Io sono Baldo, comunque, è un vero piacere.
 

 

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lunedì, ottobre 08, 2007
Spargere pensieri che siano utili per chi si appresta a leggere
 
Se io mi trovo in una posizione tale da non poterti vedere, significa che nemmeno tu puoi vedermi. Ma non è così e a rimpiattino, complice il paralogismo, mi scovavano sempre. Dio non dovrebbe fare la conta, uno due e tre, e non solo per ovvi motivi d'onniscienza. Se sei sopra ogni cosa, nulla può sfuggirti. E' probabile che Dio se ne stia acquattato sull'albero della conoscenza e che gli uomini trovino nella propria ombra, nell'essere cioè inscritti nella propria ombra, il nascondiglio migliore. L'ombra è assenza di contorni. Ma Dio è zenitale.
Nel rimpiattino è dissimulata una sorta di teatralità religiosa che inconsapevolmente include in sé un'idea primitiva di predestinazione. Dialettica del celarsi-rivelarsi. Chi ha successo a rimpiattino avrà successo nella vita, dominio in cui si snoda il conflitto tra celato e rivelato (ente diveniente, che cazzo) e il successo è, secondo l'etica del protestantesimo luterano e soprattutto calvinista, il segno premonitore e annunciatore di una salvezza (tana libera tutti) già concessa.
 Qui non si tratta soltanto di un gioco che sublima il rapporto naturale tra preda e predatore. In natura il mimetismo è altrettanto sviluppato in animali che lo sfruttano per difendersi come in animali che da una mistione di superfici con l'ambiente così affinata da renderli oggetti quasi indiscernibili di un suberbo trompe l'oeil reale, tendono agguati letali. Rimpiattino, presupponendo un sistema di ricompense-punizioni che coincidono come nella maggior parte dei giochi con il ribaltamento dei ruoli, con il cacciatore che diviene preda se questa è scaltra abbastanza da fuggire e salvarsi -tana libera tutti- senza tuttavia opporre dei diaframmi simbolici (le pedine dello scacchista, le carte da gioco, ecc.) che liberino gli attori dalla responsabilità di incarnare in prima persona l'azione spesso cruenta, è l'evocazione diretta di quella drammaticità (contenuta anche nei rituali religiosi) espressa da una condizione che, ponendo l'uomo al vertice della scala evolutiva, fa di esso contemporaneamente preda e predatore di se stesso. Il rimpiattino è la prima forma d'arte e di religione conosciuta dal singolo individuo agli albori della sua propria umanità. In esso è facile ravvisare i rudimenti della tragedia greca. Quella tragedia che nasce con Niestzche e che prima di Niestzche era rimasta nell'ombra. Inscritta nella propria ombra.
E' solo rammentando le associazioni libere cui questi pensieri rimandano che andrebbe letto il capolavoro di William Golding "il signore delle mosche". Sono le stesse associazioni che il libro, a distanza di tempo, ha generato.

 
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