apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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giovedì, novembre 22, 2007
Annusarsi
 
No, non so cucinare. Ho un palato sopraffino? Non direi. Distinguo a malapena il dolce dall'amaro, il buono dal cattivo, il naturale dall'artificiale, l'edibile dal tossico, il sapore arriccianaso del rimedio omeopatico da quello del farmaco sintetico - che è un po' come distinguere il cd dal vinile- la bolognese dalla bolognaise, che è più acidula e zuccherosa, ma il vinile fa le fusa; è un po' come discernere il grana padano dal parmigiano reggiano e così, più castrato che vergine, mi fermo inebetito di fronte al dilemma se sia San Daniele o Parma o magari culatello, che al tatto è viscoso forse o forse più liscio e asciutto, ma è di gusto che disputiamo, non di lino o di velluto. Da un po' di giorni ho uno chef che mi gira per i sogni e nei sogni stessi gira -è uno chef, non un regista-; vagola in autobus insomma o a piedi come uno che è solo di passaggio e passando osservi una mappa senza neppure saperlo e sulla mappa discerna ciò che è straniero e altro rispetto a quella cucina un po' antro un po' atelier dell'artista un po' tana tapezzata di raso e gianduia, soffermandosi appena per il tempo necessario a ingannarsi e dimenticare il tempo. Il tempo e la mappa. La cura che dedico alle mani con creme alla glicerina e alle unghie e tutt'attorno, quello smussare le crepe minuscole di quando l'urto con la forma a cilindro dalle alette di metallo cromato, oppure alluminio anodizzato sbrecca, trancia, frastaglia o quel microscopico rugomare con i denti davanti le pellicine che si sollevano, lo sfregamento della carta vetrata che abrade: questo è tutto ciò che conosco. Evitare che le asperità di milioni di cellule morte facciano da uncino al filo più volte ritorto, voluminizzato che, trascinato nel cataclisma, smaglia una trama altrimenti perfetta; di questo saprei scrivere, non certo del viaggio mentale di un cuoco (la cui mappa sia fatta di tappe concrete come dati sensibili che anneriscano caselle vuote) che sui sensi interrogandosi in un'epifania finisca col disquisire di gusto e d'olfatto e di morte e vi s'impatani. E' un progetto in cui affondare fino alla gola.
Che lui veda un gatto ciondolare su di un marciapiede non lontano dalla fermata dell'autobus; che un altro gatto s'avvicini al primo, vi si strusci per poi sotto la coda odorarlo, dove risaltano testicoli grossi come noci; che lui sia colpito dalla loro grandezza e dal turgore e che poi, come illuminato, certo incuriosito, voglia conoscere da uno dei passeggeri, quello con l'aria più saggia (perché ormai è salito, l'autobus è partito, il viaggio comincia, mi sento a disagio) se siano il bucetto o i genitali a informare di qualcosa gli animali; beh, a me sembra poco verosimile per uno chef di cui non saprei abbozzare neppure un frego di ritratto. Cucire la punta di calze da donna è il mio lavoro; un lavoro che si dipana al ritmo di 36 tubi al minuto. Tubo è il gambaletto, il calzino, la calza, il collant appena sfornato dalla macchina circolare di tessitura; un cilidro la cui sommità viene fatta scorrere sotto una tagliacuci che applica ai due lembi di tessuto compresso tra un piedino premistoffa e una griffa trasportatrice e sagomato ad arco da una speciale forbice automatica l'intreccio, detto catenella, di tre fili di nylon ordito dall'ago e da due crochet (navetta) in ragione di otto dieci punti al centimetro. Mi chiamo operatore. Sono seduto. Viaggio. Osservo dal finestrino in un certo senso. Da una cesta che contiene le calze smacchinate alla mia destra abbranco un tubo per il bordo elasticizzato e lo posiziono su una sorta di gambale orizzontale alla mia sinistra facente parte di un apparato ruotante a dieci bracci. Al passaggio dell'elastico, tre fotocellule azionano e coordinano una puleggia in gommapiuma (ruota di carico) che fa scivolare la calza per tutta la sua lunghezza sul braccio in modo tale che la punta venga a trovarsi all'altezza giusta per essere cucita e contemporaneamente fa scattare l'apparato rotante -dovete pensare ad un mulino- che fa salire un nuovo gambale pronto per essere caricato. Il braccio è un cilindro con delle alette di metallo che facilitano il posizionamento: la calza già cucita incontra una nuova puleggia (ruota di scarico) che ne agevola l'ingresso nel cilindro all'interno del quale viene risucchiata da una corrente d'aria compressa e sospinta fino ad un convogliatore (curiosamente chiamato Dream) che la deposita ordinatamente in una cesta. Il termine operatore mi definisce. Cucio circa mileottocento calze all'ora. Il mio braccio in fondo non è diverso dai bracci del macchinario. Preciso. Inflessibile. Posso fare tutto senza concentrarmi, libero di viaggiare con la mente. E' da operatore che sogno ad occhi aperti il sogno dello chef che gira e gira e dal finestrino dell'autobus vede ora cavalli trainare carrozze ma ecco che l'odore si trasforma in un miasma ed eccolo pensare a come l'olfatto sia una recente riscoperta, perché il tanfo era, è insostenibile. Gli uomini che vennero prima di noi non potevano sentire gli odori. E' ridicolo indugiare un istante sulla parola aromi. Per strada merda di cavallo e merda d'uomo e scaracchi che lo portano d'incanto dentro le case, ai cubicoli dei poveri come negli alloggi dei borghesi, sotto ai letti, lenzuola e materassi zuppi di piscio mai lavati, neppure i vestiti, pitali gonfi che debordano, e le finestre che si aprono e per una scagazzata e del piscio scaraventati fuori a lordare i muri la strada i passanti nuove zaffate invadono le camere e si mescolano a sperma sudore denti marci ratti morti frattaglie vomito malattia morte; tutto è talmente forte che per poco non ci rimetti la pelle. E davvero non vorrei essere uno chef adesso che mi trovo circondato dal fetore di corpi in decomposizione che nessuno si preoccupa di bruciare (lui pensa), in una palude focolaio di malaria, in un lebbrosario, inseguito dal raschio della tubercolosi. La cucina è poesia. Sono innamorato del tuo odore. Il tuo profumo è memoria di lusinghe e piaceri che indugiano sul palato. Il tuo odore è quello del rimorso ora che te ne sei andato. Il tuo odore. E il sogno finisce.
 
 

 

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sabato, novembre 10, 2007

SUMMMA THEOLOGICAE

ANGELICI DOCTORIS SANCTI THOMAE AQUINATIS

PRIMA PARS

QUAESTIO XIV

De scientia Dei

in sexdecim articulos divisa

ARTICULUS 10

Utrum Deus cognoscat mala

Ad decimum sic proceditur. Videtur quod Deus non cognoscat mala.

1. Dicit enim Philosophus, in III De anima, quod intellectus qui non est in potentia, non cognoscit privationem. Sed malum est privatio boni, ut dicit Augustinus. Igitur, cum intellectus Dei nunquam sit in potentia, sed semper actu, ut ex dictis patet, videtur quod Deus non cognoscat mala.

2. Praeterea, omnis scientia vel est causa sciti, vel causatur ab eo. Sed scientia Dei non est causa mali, nec causatur a malo. Ergo scientia Dei non est malorum.

3. Praeterea, omne quod cognoscitur, cognoscitur per suam similitudinem, vel per suum oppositum. Quidquid autem cognoscit Deus, cognoscit per suam essentiam, ut ex dictis patet. Divina autem essentia neque est similitudo mali, neque ei malum opponitur: divinae enim essentiae nihil est contrarium, ut dicit Augustinus, XII De civ. Dei. Ergo Deus non cognoscit mala.

4. Praeterea, quod cognoscitur non per seipsum, sed per aliud, imperfecte cognoscitur. Sed malum non cognoscitur a Deo per seipsum; quia sic oporteret quod malum esset in Deo; oportet enim cognitum esse in cognoscente. Si ergo cognoscitur per aluid, scilicet per bonum, imperfecte cognoscetur ab ipso: quod est impossibile, quia nulla cognitio Dei est imperfecta. Ergo scientia Dei non est malorum.

Sed contra est quod dicitur Prov. 15,11: infernus et perditio coram Deo.

Respondeo dicendum quod quicumque perfecte cognoscit aliquid, oportet quod cognoscat omnia quae possunt illi accidere. Sunt autem quaedam bona, quibus accidere potest ut per mala corrumpantur. Unde Deus non perfecte cognosceret bona, nisi etiam cognosceret mala. Sic autem est cognoscibile unumquodque, secundum quod est. Unde, cum hoc sit esse mali, quod est privatio boni, per hoc ipsum quod Deus cognoscit bona, cognoscit etiam mala, sicut per lucem cognoscuntur tenebrae. Unde dicit Dionysius, 7 cap. De div. nom., quod Deus per semetipsum tenebrarum accipit visionem, non aliunde videns tenebras quam a lumine.

Ad primum ergo dicendum quod verbum Philosophi est sic intelligendum, quod intellectus qui non est in potentia, non cognoscit privationem per privationem in ipso existentem. Et hoc congruit cum eo quod supra dixerat, quod punctum et omne indivisibile per privationem divisionis cognoscitur. Quod contingit ex hoc, quia formae simplices et indivisibiles non sunt actu in intellectu nostro, sed in potentia tantum: nam si essent actu in intellectu nostro, non per privationem cognoscerentur. Et sic cognoscuntur simplicia a substantiis separatis. Deus igitur non cognoscit malum per privationem in se existentem, sed per bonum oppositum.

Ad secundum dicendum quod scientia Dei non est causa mali: sed est causa boni, per quod cognoscitur malum.

Ad tertium dicendum quod, licet malum non opponatur essentiae divinae, quae non est corruptibilis per malum, opponitur tamen effectibus Dei; quos per essentiam suam cognoscit, et eos cognoscens, mala opposita cognoscit.

Ad quartum dicendum quod cognoscere aliquid per aliud tantum, est imperfectae cognitionis, si illud sit cognoscibili per se. Sed malum non est per se cognoscibile: quia de ratione mali est, quod sit privatio boni. Et sic neque definiri, neque cognosci potest, nisi per bonum.

 

(http://www.thelatinlibrary.com/aquinas/q1.14.shtml)



 
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