apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


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martedì, gennaio 29, 2008
Il mattino ha l'oro in bocca, certo, ma anche mio padre e un sacco di altri bravi vecchietti, e mio padre non evoca certo l'immagine di freschezza che dovrebbe evocare il mattino con l'oro in bocca. Soprattutto al mattino.
Le intuizioni che si verificano nelle prime ore del mattino, quando siamo contesi tra il tepore del letto che ancora ci sfrigola da qualche parte nella colonna vertebrale e che potremmo identificare subito e rinfocolare perfino se fossimo svegli abbastanza da separare quell'ultima fiammella talmente debole da farsi astratta e confondersi con l'atto di astrazione che dovrebbe catturarla dal brulicare spinale di un esercito di brividi di freddo (o furbi abbastanza da tornarcene a letto), e il gelo invernale che bussa alla finestra; ebbene, queste intuizioni sono quasi tutte collegabili a ciò che avveniva in noi prima della catastrofe risveglio e vanno tutte o quasi disperse prima che possano esercitare i loro malefizî su una coscienza critica sbadigliante perché inzaccherate non di solo sonno ma di sogno soprattutto. Sono intuizioni fraudolente e tanto più mendaci quanto più seducenti.

Ho saputo di un vecchio che, quando s'accorse che c'erano i ladri in casa, si sfilò di bocca la dentiera e la depose sul comodino da dove trasse l'orologio d'oro che subito s'infilò in bocca. Al mattino, aveva l'orologio d'oro ancora in bocca.

Ho qui con me, in forma di intuizione mattutina, una possibile continuazione del post precedente, che di titolo faceva Racconta perché qualcuno raccontava appunto di un libro che, a sua volta, narrava aneddoti e storielle spesso irrisolti, schivati o schifati, più propriamente abbandonati, ma che ora potrebbe anche chiamarsi METAFICTION!. Passo tra i banchi a illustrarla.

Ipotesi di continuazione del racconto METAFICTION! in forma di intuizione mattutina

Il titolo del libro è:

METAFICTION!

 (fine)

 

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mercoledì, gennaio 02, 2008
                                                                       "abbia almeno il buon gusto di non citare chi copia"
                                                                                             un qualsiasi professore di italiano

                                                                      
" if Realism called it like it saw it, Metafiction simply called it as it saw itself  seeing it"
                                                                                             David Foster Wallace

RACCONTA
 
 
Racconta che depresso com'era e incapace di spiegare in cosa consistesse precisamente o quali pecularità avesse, di che si cibasse, che materia intaccasse la condizione sua di depresso, più uno status che condizione visto le attenzioni che poi ricevi che però non sono proprio attenzioni, è più una curiosità sedicente professionale di chi indaga come a voler rinnegare il fatto di non poter esercitare affatto una curiosità professionale, cioè quel pastone stopposo di interrogativi melensaggini e preoccupazione densa di saggezza occasionalmente presa da fonti carismatiche ma dubbie e tuttavia caritatevole del profano che, racconta, come lui, racconta, è allibito, atterrito dall'impossibilità di spiegarsi in che cosa consista, racconta, la condizione-status di depresso, che razza di tarlo sia quella minaccia inconsistente eppure grande, così la immagina, e nera che rode senza provocare né rumore né dolore ma una sensazione diffusa di mancanza, quasi una patina in espansione di privazioni intime che si stende partendo da un nucleo denso su cui soffi un vento arroventato senza tregua, racconta dell'incapacità di rompere la spirale dei silenzi, dell'imbarazzo e della vergogna di provare imbarazzo dei propri silenzi,  nonostante gli venisse chiesto insistentemente, come fanno ai/i bambini, di spiegare ciò che provava o che gli pareva di perdere, cosa che lo affliggeva non poco, perché, in verità, tutto ciò che lo circondava o che lui circondava capiendosene era un mezzo col quale affliggersi e l'afflizione stessa, scritta così com'è, afflizione, ora, in questo momento, e lui sapeva di essere uscito dal circolo vizioso o meglio sa, proprio ora e qui di essersi redento, di aver scontato la condanna insomma e di essere perciò un uomo ritrovato, lo rendeva e lo rende insicuro e nuovamente fragile, potente ed espressiva anche e solo come presenza scenica, nella fisicità mediata dal codice scrittura e dal linguaggio parlato, con quella triade di consonanti strana a vedersi, quasi aliena nella forma e coriacea alla pronuncia, refrattaria, quasi improponibile: FFL da sembrare un memento temibile, il simbolo apotropaico del guardiano menasfiga posto a difesa del tempio e perciò stesso inguardabile e inavvicinabile; depresso com'era e afflitto e cocciutamente concentrato sull'incomunicabilità di pensieri di una apparente semplicità adamantina che vociavano e complottavano dentro di lui per essere espressi, una domenica, racconta, ora che non è più taciturno ma che ha anzi milioni di cose da dire che, se interrogato, saprebbe senz'altro dire, gli venne proposto, a lui e alla fidanzata, di fare una gita in un posto verde e tranquillo come se, racconta, un luogo possa essere animato da buone intenzioni per il solo fatto di apparire viride/scente/mente gentile. Racconta che lui avrebbe rifiutato se solo avesse potuto, ma poiché rifiutare implica una fermezza di spirito che è da veri bastardi pretendere da uno spirito, il suo, che tremava tutto ed era l'equivalente di un vecchio demente, ma qui ci si dilunga troppo (a giudizio del lettore) a cercare di mostrarti l'oggetto che in natura o nel campo delle opere umane vibri di un tremore non troppo dissimile dalla parestesia dello spirito, si lasciò trasportare dove gli altri, con la loro curiosità sedicente professionale, ritenevano che gli avrebbe fatto benissimo andare, ma che la gita si risolse in un disastro. Racconta infatti che l'unica attività che continuava a riuscirgli meravigliosamente era il sesso (scopare), ma che nelle due settimane successive alla gita anche quell'unica certezza, quel solo modo di riscattarsi dall'opacità che gli era rimasto capitolò stramazzando. Certo si sentiva turbato da quando, poco tempo prima, con l'insediamento della depressione, aveva cominciato a vedersi lui sopra di lei oppure di lato o dietro o sotto o in posizione mista come se si stesse filmando, sebbene non fosse proprio un vedersi ma più un percepirsi all'esterno di se stesso con l'apparecchiatura montata in spalla oppure sul cavaletto e i riflettori, la giraffa, il tecnico dei suoni, un elmetto da speleologo appoggiato su una sedia, i fotografi e le B-girl eccetera e tipo... un corpo astrale ancora più spostato verso l'esterno ma nel senso dell'altezza, stazionante oltre un soffitto blandamente tratteggiato in stile planimetria virtuale a tre dimensioni... ma qui il racconto si interrompe più volte e comincia una digressione interminabile su quella volta che, racconta, i suoi amici Tony Manero e Marazzi si trovarono a percorrere un pezzo della Torino-Piacenza per raggiungere Asti. Manero, che guidava, volle sapere a che punto si trovavano perché (racconta che il sesso da alienato continuava a venirgli benissimo prima dell'evento traumatico rappresentato dalla gita e poi introduce, a mo' di contrappunto, la figura di Cosimo Palazzi, eiaculatore precoce da sempre) cominciava ad averne piene le palle del viaggio e racconta di come Marazzi, passeggero e navigatore, squadernasse il raccoglitore ad anelli di agile consultazione che teneva sulle ginocchia da quando erano partiti e che conteneva, scheda per scheda, fascicolo per fascicolo, l'intero stradario del Mediterraneo completo di guide turistiche e, vedendo che l'autostrada nella finzione topografica andava a scivolare per così dire, racconta, proprio sotto uno degli anelli, non più finzione topografica, del raccoglitore, sentenziasse: -tra poco dovremmo passare sotto un anello,- dando così l'abbrivio al dialogo in cui l'altro, guardando di fronte a sé dice -questo anello?-, Marazzi, distogliendo lo sguardo dalla cartina proprio nel momento in cui gli scorre sopra la testa una specie di ponte che però non è un ponte, è più la stilizzazione decorativa postmoderna di un'impalcatura a forma di anello o magari lo scheletro di un autogril ad anello o un gasdotto che si arrampica sopra la carreggiata per risprofondare subito dopo nell'epidermide della pianura a forma di anello, replica tartagliando -ma io intendevo veramente...- e sbatte in faccia al pilota raccoglitore e anello insieme, Manero ri-replica -siamo entrati non so come in una puntata de "ai confini della realtà"-; digressione questa talmente incomprensibile da richiedere l'intervento dello scrittore che, in effetti, prende la parola spiegando che il Manero-Marazzi, proprio alla stregua dell'esempio precedente dell'uomo kafkiano che si risveglia da un incubo e subito si accorge d'aver soltanto sognato di risvegliarsi da un incubo considerato che, accanto a sé, nel lettone, giace lo scarafaggio gigante kafkiano e allora aspetta di addormentarsi di nuovo per potersi definitivamente destare da uno, due, tre incubi, non essendo affatto chiaro dove risieda il terzo incubo, se non nella cornice del primo e del secondo che però, siamo avvertiti, potrebbe essere la vita tout court, insomma, racconta che il MaMa e lo Scafka ancora non possono classificarsi come metafiction, perché a suo modo di vedere, metafiction è quel tipo di impianto narrativo anulare sul modello ipersfruttato del nastro di Möbius in cui allo scrittore e al lettore reali vengono opposti e sovrapposti uno scrittore e un lettore fittizi che ovviamente, in un momento epifanico del processo di metacomunicazione, risultano risucchiati all'interno della narrazione stessa. Racconta così di un antiquario che telefona a un suo facoltosissimo e appassionatissimo cliente, affermando tra i vari rumorini di eccitazione del caso che adornano e contornano il discorso, di avere tra le mani un pezzo unico. Trattasi non di un calembeur sessuale ma di un libro veramente antico e arcano (ha detto davvero arcano?) che il cliente deve assolutamente vedere con i propri occhi (sarà qui che scrittore e lettore verranno risucchiati insieme nella narrazione?). L'indomani, il ricco amatore si precipita dall'antiquario e resta sulle prime istupidito nel vedersi consegnare un libricino ( con due c?) tutto consunto versione tascabili sulla cui copertina è riportato un ritratto, questo sì, davvero notevole, forse commissionato dalla casa editrice stessa a un formidabile quanto sconosciuto artista, di un uomo che, perbacco, ha un che di straordinariamente familiare. -E' lei in persona!- dice l'antiquario. -Sputatoidentico!- aggiunge. Comincia allora un dialogo in cui il cliente appare dapprima incredulo: -non può essere vero, questo sono io!,- poi arrabbiato: -lei si sta prendendo gioco di me!,- (-ma no,- dice l'altro, -prima in copertina, mi venga un colpo se non è vero, c'era il mio di ritratto! Sputatoidentico!-), infine furioso: -che oltraggio è mai questo? Io le faccio chiudere bottega!- quando rinviene sul fondo di pagina 3 una piccola nota che recita: "in copertina: autore anonimo, ritratto di un uomo di merda." Il tempo passa -avrà mie notizie!- e il libro rimane a impolverare in un angolo della botteguccia, perché l'antiquario, che è superstizioso, comincia a pensare che ci sia di mezzo il diavolo ed è sicuro che gli si seccheranno le palle se si avvicinerà di nuovo al volumetto, finché il cliente, un uomo dalla faccia taurina e i baffi arricciati a formare volute sofisticatissime cui manca soltanto una maglietta senza maniche a righe orizzontali e una barra d'acciaio incurvata stretta tra i pugni per sembrare il forzuto del circo, non si ripresenta dall'antiquario col suo avvocato (magro come una mummia ma con una impressionante pappagorgia traslucida che, arborescente di venuzze, gli dondola scrotale tra la punta del mento e il pomo d'adamo), ritrova il libro dove l'aveva lasciato, osserva due figure in copertina e legge la stessa dicitura in caratteri microscopici che, questa volta, riporta: "anonimo, ritratto di due teste di cazzo". Il titolo del libro è
 
METAFICTION!
 
(continua...)

                                                                                                  

 
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