apologie e apostasie di un trepido "The inflated style is itself a kind of euphemism."
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![]() se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesisabato, maggio 31, 2008 |
A colui che seziona la psiche
C'era la Graziella per maschietti, troppo alta per poggiare i piedi a terra. Feci togliere le rotelle perché non s'impara a camminare nel girello. S'impara a contare sulle dita. Il pallottoliere è più astratto del numero. Questa è per te, che credi che l'unità sia il massimo grado d'astrazione. L'unità è l'esperienza prima. A volte mi sembra impossibile spingersi oltre. L'astrusità è diversa dall'astrazione. E' come il Pi greco anacronistico appollaiato sul pannello sovrastante una delle porte della città di Dholavira, con i suoi glifi intraducibili di pietra incastonati nel legno, che interroga il viandante: chi sono io, chi sei tu? Mi siedo diritto in sella e parto per il giro del Belgio. Ci sono Bartali e Coppi e Binda, il cannibale del Benelux, e Bottecchia. C'è anche Moser che guida il gruppo. La strada è piana. Rettilea ma senza testa. Ma con i denti. Mi tengo sulla destra perché mamma si adombra se non ubbidisco alle regole d'oro del ciclismo. Mamma ha il terrore dei rettili. Passa la prima macchina che io son già caduto da un pezzo. Chiedo soccorso, per la Graziella finita nel fosso, per me stesso, soprattutto per le mie gambe che non sembrano più mie. Io sono dolore, dico al Pi greco. Posso infatti sottrarre una quantità alla tua essenza affinché tu sia divisibile in parti uguali, ma quella quantità è indecifrabile. E qui mi confondo. Non puoi togliere il dolore che provo senza troncare la mia essenza, e qui mi confondo per la seconda volta. E il dolore non è quantificabile. Non lo puoi nemmeno scrivere. Il nesso tra significante e significato si disperde. Il dolore è più astruso del numero, dove il segno rimanda almeno a un simulacro di concetto. Ma qui mi confondo per la terza volta. Paga il tributo all'Ensi se vuoi irrigare i tuoi campi: lo chiamano dispotismo idraulico, dice Pi greco. Ho le gambe enfiate, piene di bitorzoli che sembrano uova di serpe sul punto di schiudersi. Vritra, il serpente che cinge le acque. Indra. Colui che liberò i fiumi uccidendo il serpente. C'è sempre un tributo da pagare, rifletto. E c'è sempre un'autorità che estorce. Come i canali che si dipartono dal Tigri e dall'Eufrate e i canali secondari dai primari, così il potere è ramificato e capillare. E tu lo eserciti, nel tempio all'inizio, quando avevo bisogno di Dei, poi nel palazzo. Le città stato di Sumer furono spazzate via da un diluvio che depositò tre metri di limo sulla lista dei Re. Prima d'allora i regni duravano millenni. Io, Utnapishtim di Shuruppak. Ho perso prima il pedale, sfuggito all'attrito della scarpa con un rumore di consonante affricata, plosivo e sibilante, poi l'equilibrio. Per non essere sepolto dai tre metri di limo del diluvio mi sono aggrappato all'erba dell'argine. Stavo a testa in giù, come appeso a pelo dell'acqua stagnante, le gambe, lasciate scoperte dai calzoncini estivi, si dibattevano in un cespuglio di ortiche. Passa allora la prima macchina. Sono riuscito a risalire e sto in piedi in mezzo alla strada per attirare l'attenzione. Mi tocca scansarmi. Pensai allora (tagliato in due dal dolore, ma qui mi confondo): perché non ti fermi? Eppure mi hai visto. Hai visto le mie gambe, ci sono e non ci sono. Non si sono mai fatte sentire più forte di adesso, eppure non sono. Non mi appartengono più. Pensavo: sono un bambino, perché non ti fermi? Nessuno può odiare i bambini.
Lo penso anche adesso. (Solo a Harappa non esistono templi.)
scritto da Climacus | 31/05/2008 13:08 | commenti (13) |
![]() se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesimartedì, maggio 06, 2008 |
Vado a morir nella città d'Agatocle Anno delle patatine al formaggio фonжиʂ (traslitterazione Fonsis, da Fonzie's) Il problema dell'Urheimat degli indoeuropei, la zona originaria donde partì l'espansione di quella sprachbund forse guerriera forse contadina che a ondate successive colonizzò vasta parte dell'Europa (Russia inclusa almeno fino agli Urali), dell'Asia Minore, dell'antica Persia e del Subcontinente Indiano, è molto sentito in terra padana. Vi è grande agitazione tra gli studiosi della Grande Pianura in seguito al ritrovamento di varii reperti risalenti a non si sa bene quale millennio avanti Cristo (il dibattito è ben lungi dal risolversi per tramite d'un qualche isotopo radioattivo di cui sia noto il periodo di dimezzamento) ma certamente ascrivibili al calcolitico e alla prima età del bronzo in una località tenuta segreta per ragioni di sicurezza -non si sa mai che arrivino terroni a inquinare le prove, mi diceva giusto ieri l'avvocato B. , assessore all'urbanistica del mio paese che è appunto... non lo posso dire, scusatemi...- ma senz'ombra di dubbio collocata nell'emisfero boreale, vale a dire a nord del Fiume Sacro o equatore padano. I manufatti, come rimarcava l'avvocato B., che fa tanto l'arrogante ma poi non sa scopare, sono di pregevole fattura e ben conservati. Si annoverano tra essi orecchini, bracciali e Torque (collari mistici) in rame e argento tipici delle genti celtiche transalpine e tuttavia meno dirozzati a testimonianza della loro maggiore antichità e armi in bronzo, tra cui un'ascia da battaglia del tipo descritto dalla grande studiosa lituana Maria Gimbutas, reperite quest'ultime in un tumulo con sepoltura a catacomba associabile ai cosiddetti Kurgan ove furono inumati per secoli, forse per millenni, gli uomini di spicco (lawaghetas e gwasilewes), forse gli stessi re o capi tribù (wanax o wanaka in miceneo) di questo gruppo etnico pre o protoindoeuropeo insieme alle loro spose, schiavi, cavalli, carri da guerra e altri gingilli come rasoi e punte di freccia in selce che sembrerebbero il retaggio di un'antichissima cultura cromagnoide di derivazione, forse la stessa delle Balze Rosse in liguria. Questo stando a sentire l'avvocato B., uomo di grande cultura e sincero appassionato di archeologia, il quale, in un empito di comprensibile entusiasmo, a letto mi ha persino confessato che «è dalla Padania che la grande avventura dei conquistadores indoeuropei ha avuto inizio.» Difficilmente troverò il coraggio di dire al nostro avvocato che, secondo mio zio, allievo del Devoto e autorità indiscussa in materia, corroborato dalle scoperte di un suo collaboratore specializzato nel ricupero e analisi dei DNA di popolazioni primitive e protostoriche, la cultura padana, pur avendo caratteristiche che sembrerebbero porla tra i pagu (tribù) liguri, mostra invece straordinarie affinità con gli antichi Illiri, che, nelle loro scorribande di pirati, non si sarebbero limitati a insediarsi al di là del mare nelle puglie, ma, come postulato dallo stesso Devoto, sarebbero venuti a contatto con Veneti, Camuni, Liguri, Euganei e Reti, stanziati nel nord della penisola dalla notte dei tempi e qui avrebbero fondato villaggi e comunità come quella ritrovata nei recenti scavi di cui vi ho detto. Domani parteciperò alle preselezioni di miss Padania; la giuria mi interrogherà sicuramente in storia e antropologia fisico- culturale del popolo padano. Mi sento abbastanza preparata e, se non altro, so per certo che non mi fregheranno più con domande trabocchetto come quella dell'anno scorso sui Nuraghi della Val Trompia. L'avvocato B., che fa parte della giuria, come pattuito mi chiederà qualcosa del nuovo sito archeologico: non so se riuscirò a trattenermi. Ho una gran voglia di scoppiare a ridergli in faccia e dirgli che i nostri veri antenati sono albanesi. scritto da Climacus | 06/05/2008 14:44 | commenti (21) |