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martedì, febbraio 03, 2004
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La vita romanzata di un feuilleton prestatosi di mala voglia al book crossing (quarta puntata)
Proprio mentre un pacchetto di Multifilter mi ammonisce che fumare in gravidanza fa male al bambino e a chi gli sta intorno, i freni della littorina proveniente da Suzzara delle ore 8 e 12, con un latrato da spaventapasseri -ogni notte sogno spaventapasseri che rincorrono cinghiali oppure fagiani bersagliati dalle gragnuole di palline di carta insalivate che le nutrie soffiano dalle loro cerbottane al poligono di tiro oppure cavalli a dondolo che percorrono le piste ciclabili di una megalopoli che poi si rivela essere l'interno di una forma di gruviera oppure, e finisco, pseudocortometraggi talmente morbosi che... Gli spaventapasseri non latrano, voi dite, e avreste ragione se, anziché rivolgerla a me, indirizzaste l'obiezione a una persona di vostra conoscenza, una persona che non si è ritrovata, come me, a dover elaborare un codice linguistico assolutamente nuovo per eludere la sorveglianza di pensieri delatori, ineluttabilmente allertati al fine di prevenire devianze dell'intelletto, intendendo per devianza l'infrazione di un codice deontologico compattatosi ben al di sotto delle stratificazioni operate dalla logica. E' altresì certo che, se non mi interrompeste di continuo, la lettura scorrerebbe fluida e vivace e voi non avreste di che lamentarvi né io dovrei arrabattarmi con condizionali (qui la giurisprudenza non c'entra nulla) e congiuntivi di non facile coniugazione e una consecutio che mi fa tribolare più di un pitone indigesto. Tra l'altro, il funzionario travestito da solerte capostazione (evidentemente ha seguito uno stage di trasformismo all'UCLA), ha trovato il modo di mandarmi a cagare una seconda volta, adducendo come motivazione il fatto che gli spaventapasseri non latrano ma, come è più plausibile, ragliano. Avendo ormai perso il filo rosso del discorso, ripartirò dall'inizio e precisamente dal raglio dei freni della littorina, apponendo un trattino a chiusura di questa digressione, per rimarcare che un professionista del mio calibro (ventidue) non si scoraggia neppure di fronte all'incontrollata proluvie di un inciso.-
Proprio mentre il pacchetto di Multifilter mi ammonisce che il fumo ostruisce le arterie, macchiando i denti e la pelle, Valeria Blini posa un piedino cenerentolino sul cemento picchiettato di efelidi color ardesia (gomme da masticare passate di suola in suola per poi cementificare prospere sulla banchina). Mi faccio avanti contegnoso e, senza abbandonare un sorriso rassicurante al profumo di malva e timo, le porgo la mano che, cavalleresca, le facilita la missione di sollevare l'altro piedino dalla predella e adagiarlo sbarazzino sul selciato. Valeria Blini è la più delicata tra le leggiadre creature che una fantasia beneducata possa dipingersi supina a gambe divaricate sul lettino di un'autoambulanza a sirene spiegate posteggiata nell'orticello di un convento di monaci trappisti. -Che ha fatto ai capelli, avvocato Fusilli?- cinguetta Valeria, portandosi una mano (anch'essa delicatissima) alla bocca. -Oh, oh, oh,- faccio io, con i testicoli che accennano a salirmi in gola, simulando un'ilarità che, nel suo incedere ballonzolante, subito mi si rivela come lesiva della mia umana dignità. Maledette zaffate anti-riporto. Sto ancora riflettendo sul modo in cui riparare all'infortunio, che una voce proveniente (sarei pronto a giurarlo) dal fondo di una grotta carsica -si faccia i cazzi suoi, lurida puttana- vanifica ogni progetto sul nascere, rimbalzando contro le pareti del sottopassaggio per scaricarsi oscenamente in faccia alla Blini. O almeno, così mi è sembrato, anche se il volto terreo di Valeria pare non avallare questa opinione. Quegli occhioni strabuzzati mi dicono esattamente quel che mi dice il funzionario-controllore: -te ci hai il sistema nervoso che va a putàne.- Fatto sta che mi sottraggo allo spiacevole imbarazzo con un secondo e decisivo -oh, oh, oh- che ha un effetto distensivo-lassativo sui nervi di entrambi. Attraversiamo quasi di corsa il sottopassaggio, inseguiti da un cane lupo con poliziotto al guinzaglio. La signorina Blini si aggrappa al ciuffo di capelli sfuggiti al riporto (che mi raggiunge le caviglie), mentre io accelero il passo, superando d'un sol balzo i trenta gradini che conducono all'uscita. Siamo fuori. Il poliziotto si ferma a orinare contro la fiancata di un taxi e al cane non resta che guardarci mentre svicoliamo a sinistra in direzione corso Garibaldi, ormai irraggiungibili, io al galoppo con la Blini appesa alla mia coda che striscia, procurandosi orrende abrasioni, sull'alfalto, raggiunta di tanto in tanto da una tallonata nei denti. Voglio che tutto sia perfetto. Voglio passare l'intera mattinata e, se necessario, il pomeriggio, nella suite imperiale dell'Hotel Apollinaire, in culo alla pratica De Santi, dove io e Valeria saremo liberi di coronare il nostro sogno d'amor.
-George, si rende conto di quello che è successo? George, per tutti i demoni dell'abisso, mi dica che sto sognando... George! - Quale indicibile abominio si era consumato tra le mura di quella casa? Quali orribili sciagure dovevano mettere ancora alla prova tanto la rettitudine morale quanto la sanità mentale di Antonio Calvatone? Il destino è dunque una tempesta che si abbatte dove gli alberi verdeggian più forti?
scritto da Climacus | 03/02/2004 16:36 | commenti (14)
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