apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesi

lunedì, gennaio 24, 2005
IL CAMPOSANTO
Del paese di Ponte Quarantasei sono rimaste in piedi, pur traballando, le sei case dalla complessione rassegnata che vigilano intorno alla chiesa, in quella che a stento riconosceresti come la larva di una piazza; un palazzotto basso che fu osteria e, un po' defilate, due cascine dai portici rossi, le aie gibbose infestate da cespi di erbacce, i tetti che sembrano rappezzati dal fieno e dal guano che, quasi per misericordia, depositano i passeri e, dulcis in fundo, il cimitero. E' lì che la gente di Ponte Quarantasei, salvo qualche eccezione, ha trovato dimora fissa senza rischio alcuno di sfratto. Se non fosse infatti per il Camposanto e per tre vecchietti che passano ogni morte di chierico a omaggiare gli estinti d'un mazzo di fiori farlocchi, quelli che potrebbero durare in eterno, del paese nulla e nessuno conserverebbe memoria. 
 
Il corpo imponente di Marino Frizzi ospita diabete e ipertensione, due mezzi infarti o, per meglio dire, due ischemie intere già ne minarono l'integrità all'altezza del cuore, ma bisogna ammettere che l'elegante bastone con cui continua a trascinarsi degnamente e che il viso rubizzo come il vino che tre volte al dì gargarizza (ché è impossibile veder serrata quella bocca dal ciarlìo inestinguibile) alla Trattoria del Ruspante di Poggio Reale (via N. Sauro numero sette), gli conferiscono un aspetto ricco di decenza, salubre perfino.
 
Se di ospedale si trattasse, la metafora dell' orario di visite, anche se banale, non suonerebbe inopportuna, ma il Camposanto è diverso, ha come orologio il calendario, e uno solo dei 365 minuti che compitano il suo giorno pare aprirlo a chi non vi risiede, quello che i vivi dedicano a santi e morti insieme. E' in tale occasione, giorno su giorno (anno dopo anno per chi viene da fuori), che Marino Frizzi celebra l'incontro con i due ex compaesani scampati all'estinzione. La gioia che promana dai tre amici, tramutatisi in cerimonieri, sebbene invecchiata e un tantino frustra, garantiamo, non manca di trasmettersi alle lapidi, di diffondersi oltre le mura finanche ai cipressi, le cui punte, il primo novembre, trepidano come facelle. Garantiamo.
 
Una fotografia stinta ed un epitaffio ancor più stinto dai cui caratteri le spine affioranti dovrebbero evocare la corona del Cristo, addobba la lapide di Maria Crescini, nata Mantovani, che certo siederebbe alla destra del padre se quel posto non fosse di già occupato e che s'accontenta, 'prematuramente accolta nel regno dei cieli' di baciare 'i piedi di Dio cogli altri beati.' Con un fazzoletto candido e quella delicatezza un po'rude, un po'impacciata da contadino che ancora ricorda come si aggiogavano i bovi, Mauro Crescini rispolvera il viso della moglie e aspetta.
Reca con sé un mazzolino di plastica che scimmiotta gigli e peonie.
 
-Ho saputo che al Leoni han tolto la patente: è orbo come una topina e beve forte come se ci avesse vent'anni;-
dice Frizzi tra il divertito e il malinconico: ha appena varcato il cancello in ferro battuto e strascica i passi sul pietrisco
avvicinandosi a Crescini.
-Rimane tutto il giorno al bar e alla sera tardi, quando lo accompagnano a casa a forza di braccia, che 'l tira né cope né bastòn, viene giù quella matta della moglie che prende l'umbrel e 'l ghe la da in su la testa a Leoni e ai poveretti che l'han riportato dalla befana per farci un piasèr!-
Una scossa agita il petto di Frizzi mentre la risata guadagna potenza per poi discendere in un raschio, risalire con fracasso confusa nei colpi grassi di tosse, languire finalmente in un sostenuto, lamentoso -eh, poveri vecchi.-
 
La moglie di Frizzi, una bella donna di cinquattaquattro anni, dal viso placido, opulenta, una capigliatura d'un argento quasi turchino, così fluente e vaporosa da far invidia alle giovani, un mattino disse d'aver mal di testa. Il colpo apoplettico la stroncò prima del tramonto. Marino pianse più per il rimorso dei continui tradimenti, quando andava a Mantova dalla donnina che scricchiolava sotto il peso della sua mole, che per un autentico dolore che pure esisteva, forse preesisteva addirittura al senso di colpa, ma
poi si scansava per andargli a rosicare un pezzetto inconsistente di cuore. Begonie e Crisantemi di carta nascondono la data di morte e la parte dell'epitaffio che recita "...il pastore del gregge..." e, nella riga sottostante "...vita eterna."
 
Il rumore del pulmino non viene udito dai due amici, troppo impegnati in una discussione riguardante un lotto di terreno che Frizzi avrebbe dovuto cedere a un geometra di Poggio Reale e che ora fa gola a Crescini, per far caso all'inconsueto, fragoroso interrompersi del silenzio nella cittadella dei morti di un paese fantasma. Dal mezzo, parcheggiato di fronte al cancello, ecco scendere un gruppo di persone: rasenti gl' impermeabili e i cappotti pressoché uguali che ognuno di loro indossa, penzolano macchine fotografiche portate a tracolla.
-Turisti giapponesi?- esita Crescini quando s'avvede dell'arrivo degli ospiti, e subito si volge a guardare Frizzi, che, per lo stupore, se ne sta a bocca aperta, il labbro superiore sollevato a scoprirgli i denti.
 
Giorgia Fumaioli, che in vita aveva fatto la sarta confezionando abiti più per sé che per i clienti, come affacciandosi alla finesta, come sporgendosi dal balcone, il ventre appoggiato alla cornice della fotografia che pare farle da ringhiera, non fa in tempo a inclinare un poco la testa per sprimacciarsi i capelli colla mano, sorridendo civettuola, che subito l'inseguono i barbagli delle fotocamere, un coro di flash che abbacina.
Simone Pecorari, vestito della divisa dell'esercito, la stessa che dovette impregnarsi del suo sangue quand'egli fu investito da una granata, solleva il mento e s'impettisce attendendo che la comitiva dei giapponesi lo inquadri e i rullini scattino in sequenza facendo il taratatatà di un mitragliatore giocattolo, poi sospira e si sgonfia, le gote dipinte del rossore di chi ha dovuto trattenere il fiato per rimanere in posa.
Ognuno, dal più vanitoso al più ritroso, dalla ragazza timida all'anziano latifondista, rianimandosi nella teca che custodisce la sua immagine, si sforza di mostrare il profilo migliore, si ravvia la chioma, gli occhi stropiccia per renderli più vivaci e brillanti, raddrizza la schiena; c'è addirittura chi solleva le maniche della camicia per mostrare baldanza o chi arriccia con cura i baffi. Non uno tra i morti si sottrae al rito della foto: tanta animazione a Ponte Quarantasei non s'era mai vista.
 
Il sole indugia e pare che la sera non voglia calare: Umberto Leoni, poggiata la bicicletta contro il muro del camposanto, già s'avvia malcerto alla tomba del figlio. Quale meraviglia! Fiori sparsi ovunque, un serico tappeto di mille colori, come se i ragni dei suoi deliri d'alcolista si fossero mutati in teneri boccioli d'ogni specie e
due voci familiari, flebili e cristalline, che altalenano e s'intersecano in un'incorporea danza, lo invitano a dormire.
-Oggi abbiamo trovato pace accanto ai nostri cari: è tempo che anche tu lo faccia;- intonano ora quelle che furon le voci di Marino Frizzi e Mauro Crescini, i quali  non avevano retto allo spavento o resistito al desiderio di ricongiungersi all'anima di Ponte Quarantasei. E Umberto Leoni, che fu mio padre fino a che rimasi in vita, l'ultimo respiro esalando, è nuovamente mio padre. 

 
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