apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesi

martedì, marzo 29, 2005

UN DRAMMA DEL CAZZO (nuova versione, completamente riscritta)

Climaco e Anticlimaco sorseggiano un caffè nel soggiorno della villetta di quest'ultimo, arredata in stile Max Ernst. Anticlimaco strimpella una chitarra di Braque. Climaco è pallido e si passa continuamente una mano sulla fronte incandescente.
 
C: -Deggio revelarti un secreto che tu terrai per te. Sei pronto ad auscultare?
A: -Lestissimo!
C: -Prometti che sarai custode acqua in bocca taciturnito?
A: -Zitto e mosca!
C: -Neppure la signora colendissima tua dovrà sapere quel che t'isvelo ora e quivi.
A: -Neppure!
C: -Bene. Che si proceda, adunque.
 
Climaco si cala i pantaloni. La chitarra di Braque chioccia un accordo di La settima nona poi bercia una quinta aumentata. D'ora in avanti, per tutto l'atto primo, un chitarrista, seduto in disparte su uno scranno ma ben visibile, suonerà ad libitum le Variazioni sul Tema della Follia di Spagna di Mauro Giuliani.
 
A: -Oh my Godde! Non est passibile de dimostrazione ciò che me mostri. I miei occhi se ribellano: osserva. Vedi com'essi sbalengano?
C: -Riderei a tanto sfruscicolìo di palpebre e pupille se 'l riso mio non me sgamasse de dietro per significarme "ohibò, quale animalo si è così scalcinato da sganassarsi del malo suo? Tiè! Che te vegna un singhiozzo al culo, cialtrone!"
A: -Minchia che fetore!
C: -Turati le froge!
A: -Ci ho il freddore. Ma codesto lezzo carcassoso mi divarica i sensi tutti.
C: -Como te capisco. Prevarica i miei pure...
A: -Ma dimmi, se non ti affanna il dire: quale immondo sortilegume te ridusse il casso a un suffumigio de putriditia? Che è che te strozza il bestio sì como a impiccato il gozzo, però che 'l sangue non irrobora...
C: -Irrora? Corrobora?
A: -Azzittiscite! Che è ch'et cetera ceterisque, però che il sangue non vermiglia né più ne la capocchia?
C: -Ah, se solo 'l sospettassi, non crederesti che 'l cerusico avria edotto?
A: -Spiegate: qual si fu la diagnosi del cerusico?
C: -"Cancarena. Ignoramus causam, agnoscamus remedium. Hic haec hoc: non potendo salvare la parte, si è statuito de sacrificare al tutto la parte, affinché 'l tutto, senza la parte, se conservi per lo meno in parte. "
A: -Vale a dicere?
C: -O se espunge o se defunge.
A: -Tagliare 'l casso? Ma... Ma... Es una muy grande bastardata, per la cotenna de Belzebobo! Grande, immensa iniquitate!
C: -Concordo.
A: -Puoto tastare?
C: -Prego?
A: -Gratia.
 
Anticlimaco tocca la zona ammorbata.
 
C: -Prego gli era una dimanda, como a dire 'repetita giovano', non 'prego s'accomoda, me piase quando che me lo tocano!'
A: -Chiedo sorry. Ma la tentazione de l'incognito me guidò la mano como un Ulisse che plebìscita li barcaroli compari sua: 'Fatti no foste...
C: -Ok, no veggio la bisogna de giustificarse posteriormente.
A: -A-ehm, meo signore, habemus le sgraffe appiccicatonzole...
C: -Va', vatti a lavare, che 'l cerusico non seppe pronunziarsi su la contaminosità del morbo. Sii lesto.
A: -Lestissimo!
C: -Posso revestirme o v'è qualche altra curiosità che te baluccica in groppa?
A: -Me reputo soddisfacto quanto basta: il sapore lo serberò tra i soporosi desii del cassettone.
C: -Sa di piscem di cloaca, se proprio vuoi esser conto.
 
Anticlimaco corre a forbirsi le mani. Climaco si aggiusta i pantaloni e claudica girando in tondo la stanza.
 
C (tra sé e colà): -Misuro el soggiorno a passi tardi e lenti... Un piede devanti a l'altro io marcio e 'ntanto marciscemi 'l batacchio. Ma 'l dolor che me costrigne l'augello in un serraglio troppo stretto è poca cosa, pochissima cosa a cospetto de la colpa che me macera dal di dentro le ossa. Qual fia ristoro confessar l'inaudito travaglio a chi accostò l'origlio ammoroso al primogenito esizial effetto che la mia esecrabil condotta accudì in fasce poscia che 'l misfatto di già s'era compiuto di sotto 'l naso del confessore? Ah, mai potrò saperlo, imperocché il senso de le mie stesse parole m'è oscuro.
 
Entra Anticlimaco
 
A: -A giudicar dal tuo aggrondato sembiante, una silloge de pensamenti ti sberlotta in grembo. V'è qualcossa ch'i' non sospetto che suggerir sapresti se sol non fosse che di seguirti scelsi sì d'appresso che, come scorgi, solidale sòppico io anco?
C: -Nulla che io possa dichiarare sine imbarasso. E smetti di zoppicare, che 'l casso tuo non t'impedisce l'inceder retto.
A (continuando a claudicare e girare in tondo dietro Climaco): -frena, cagnolino, frena! Sembra che tu abbia in animo di sannarti  'l codazzo.
Sollazziamoce insieme come ai bei tempi che fuoro (rammenti?), allor che giovinezza ce attissava le bragie ai sederi, imperoché (rimembri)?, con beffe maiale e scherzacci putàni, fasèndo svoltolar ne la cacàglia megere e messeri, di poi ce toccava correr a crapòn basso per schivar li forconi (ti sovvien la crapula che festeggiar soléa le nostre gesta?)! 
C: -E come?
A: -Eccome se ti sovviene! Non ne dubitavo, per lo splenio di Satanasso!
C: -No, per la pappagorgia di Belfagòrre, tu scambi fulva per vulva! Chiedevoti il come: in che modo rinverdir i fasti del moccio... Squadriamoci: non lo vedi che se' scrofàgnuolo? E non t'accorge che io so' pendulo?
A: -Ritengomi offeso.
C: -Pe' lo scrofagnuolo?
A: -None. Tu dài abbastanza peso a la mia ventresca, su questo non diluvia e te ne do atto; d'altro canto, ho l'impressione asperrima che la mia argutia tu l'abbia gittata nella pattona insieme a le garze del pennacchio.    
C: -Dimmi, se 'l merito, como posso fàcere per spilluzzicarti l'ego te absolvo...
A: -Sei compunto?
C: -Compuntissimo!
A: -Sussiegoso?
C: -Giammai!
A: -Bene! Allora ascolta e pruovati a tàcere.
 
Anticlimaco bisboccia... bisbiglia qualche cosa all'orecchio di Climaco. Climaco è così felice che non riesce a trattenersi.
 
-Oh, tripudio! Oh paradosso del gaudente spacciato: beato sono a un dipresso dal cipresso per concession gentil del fato! 
 
Escono di casa.
 
C: -Dimmi che non dormo!
A: -Perché?
C: -Perché sogno. Sogno l'allegro cazzeggiar di femmine aulenti como ciligie, leggiadre como cigni, eteree como cipria e tuttavia di aspetto egro.
A: -Non dormi né sogni, amico mio.
C: -Allor la muerte non avea impegni, non un filo d'erba da falciare, sicché solerte portasi avante col laboro e, anticipando i tempi, già me rintruona de delirii per poi venimmi a prenne, quanno sarò sì citrùlo d'abbandonarme a la roncola sua sine rinculo?
A: -Nay, non stai delirando. Ma smetti de torturarti e observa 'l paisaggio: quelle che avanzan fasendo ballottolar el bacino como gallinellule e quelle che se adunan in capannelli como paperottule, son le Ninfe.
C: -E quelle laggiù in fondo, che scapano che sembran forsennate?
A: -Sempre Ninfe sono, inseguite dal dio Pan.
C: -Hanno tema de lo sùfolo?
A: -Lo capirai tu istesso. Le tre che se vicinano, sarà meglio schivarle. Hanno sghemba l'indole siccome l'ossatura: chiamansi Cifosi, Lordosi, Scoliosi; caratteracci d'alfabeto cirillico.
C: -Vade retro!
A: -Quella sì che me lusinga: è Sifilide. Tu preparati a la sopresa intanto che l'arringo.
Oh Ninfa da l'incarnato lattiginoso e le gote purpurescenti, tu che svendi le tue bocche ai poeti che acquistan rubri luminamenti, non affretta il passo e costì per un poco sosta: l'amico mio non ha talleri né talenti, ma un dono egli ha che non guasta...
C (tra sé e sibi sibilando): -Che concione striminzata, che oratione bassifondara, che metrica bacata, che retorica  caciara!
A: (sibilando al compare)- Orsù, è il tuo turno!
 
Climaco si cala le brache
 
C: - Codesto botulum incancrenito te gusta, Ninfa Sifilide? Soppesarlo con il guardo es insufficiente: non sarìa più conveniente il saggiare con mano?
Ninfa Sifilide: -Tu se' matto! Io mi fuggo dal gran vermo. Tu non puoi, se non isbaglio. O forse sbaglio e, come un caco maturo poi che ha mollato 'l ramo se spiaccica per terra, così el casso tuo si spalmerà sul marciapiede: all'occorrer di simil evenienza, non ti scordare la paletta.
A: -Paletta?
C: -Paletta?
Ninfa Stomatite: -Gli è quella pe' raccattare escrementa.
C: -Mi caschino gli zibaldoni se Sifilide non ci ha la lingua forcaiola! Io a questo giuoco ci rinuncio.
A: -Suvvia, quella ne ha visti di cotti e malcotti, di conci e disacconci, di grami e sublimi, nani e asinini: non se puote pescar due volte 'l luccio colla stessa esca.
C: -Che significa?
A: -Non lo so. Ma visto che l'esca non si cambia a meno de immolar la vecchia per una nuova...
C: -Ah, taci scellerabile!
A: -... noi si va a pescar un altro piscem. Fortunati siamo: la Ninfetta che cammina tutta solinga co li occhi che fissan el sentiero de sua timidessa, è Vaginite. Vuoi che l'adeschi?
C: -Hai cuore e fegato bastantiter grandi per cotanta impresa?  
A: -A bene cogitare, cederotti l'avanguardia...
C: -Ninfa Vaginite, gratiosa puledra!
A: (sibilando) -Stai andando benissimo!
C: -L'etate tua risponde a la primmavera de lo spirto: i fiori tutti se schiudono e l'animali sen vanno pe' i calli colla coda dritta. Non pensi che 'l momento sia propitio per farse impallinare?
A: (sibilando) -Che hai detto?
C: -...per farse impollinare? Solleva dunque il guardo verecondo inverso questa pertica!
A: (sibilando) -Che bel idillio bucolico...
Ninfa Vaginite: -Per il carretto di Febo, il primo gli è che vedo e già priego che sia l'ultimo!
 
Vaginite scappa coprendosi gli occhi con una mano. Climaco e Anticlimaco ridono saporosamente e si congratulano l'un l'altro.
 
A: -qua la mano, brother!
C: -eccoti 'l cinque, compare!
 
Scema la musica.
 
ATTO SECONDO ET CONCLUSIVO
 
L'Autore balza sul proscenio per spiegare all'auditorio tutto come 'l finale da lui previsto non si regga in piedi.
Il pubblico, che per tutta la messinscena avea taciuto scettico, ora borbotta sconcezze, finché el portavoce dell'utenza non si alza in piedi, ottiene el silenzio et chiede cosa renda l'atto secondo sì imbelle da inciampare.
L'Autore se confida e, tra un atto de contrizione e un gesto de iscusa, afferma che, 'sendo l'ingegno suo lasso, non poteva che concepire un dramma più lasso ancora. El colpo di scena che cala el sipario, a suo giudizio, non se giustifica e non coglie niuno impreparato. Climaco, secondo 'l suo piano, dovea raccontare all'Anticlimaco che fu la moglie de quest'ultimo a tacargli el canchero al pistacchio con un sortilegio, poi che se l'era strombata e di ritrombarsela non volea saperne. Ma Anticlimaco non è in niente sorpreso e, svestendo i calzoni, mostra un casso quasi del tutto decomposto all'amico: la megera gli avea mandato lo stesso canchero giacché se strombava un'altra. -Perché,- chiede Climaco, -hai voluto che ci divertissimo insieme a spaventare le ninfe con euforia goliarda?- -Perché desideravo umiliarti in punto di morte, come tu svergognasti me col tradimento.- risponde Anticlimaco. E aggiunge: -ma in nome dell'amicizia che ci unisce e del morbo che ci affratella, mia moglie, ti ho perdonato e ora voglio morir con te facendo bagordi per l'ultima volta.- Sicché i due se slanciano tra le braccia de Meningite, Cirrosi, Poliomelite, Orchite, Colera, Leucemia, Leptospirosi e muoiono orgiasticamente. L'Autore scoppia in lacrime e maledice la sua Musa. Il sipario cala.
Il pubblico non si trattiene, è indignato e chiede la testa dell'Autore. Qualcuno, salendo sul palco per farsi giustizia, urta un riflettore che cadendo incedia il sipario. Tutto il teatro brucia. Il sipario cala. Il pubblico è sempre più indignato, vuole la testa dell'Autore. Qualcuno, salendo sul palco per farsi giustizia, urta un riflettore che, cadendo, incendia il sipario. Tutto il teatro brucia. Cala il sipario.
Il pubblico non si trattiene, è sempre più indignato, vuole la testa de l'Autore. Qualcuno, salendo sul palco per farse giustizia, urta un riflettore che, cadendo, incendia il sipario. Tutto il teatro brucia. Cala il sipario.
Il pubblico non se trattiene

 
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