apologie e apostasie di un trepido

"The inflated style is itself a kind of euphemism."
George Orwell


se credi che i post siano troppo lunghi, qui trovi il mio pensiero in sintesi

domenica, aprile 10, 2005

Storia vera di un ubriaco servizievole e seviziabile

Premissione (times new roman et vocabolario aperto su prequalcosa)

La farfugliata indecorosa che non mi perito di ammannirvi una volta archiviata codesta rottura di balle latinismo-preminente, ebbi di già a pubblicarla in qualche dove, non ricordo se su questo bloggo o sul bloggo che gli premorì, tutto nero incazzoso, cervelli più cerebella sparsi e piorree di malanimo esposte. Epperò -che non è un verbo dal passato incerto di certo remoto- dopo aver riletto sul blog di Binario Zeta la sapida novella che fu alla prementovata cacata fonte battesimale e riflettuto come mai prima d'ora capitommi la catastrofe, che non è una figura retorica, di riflettere -virgola e sollievo-  giunto sono alla conclusione di non potermi giammai col cazzo esimere dal riesumare me medesimo e presentarmi a voi putrescente e cadaveroso ma simpatico come un pel di bruco urticolante. A me (detto tra parentesi) i bruchi son simpatici, fate vobis.


Compromissione

Ai bei (si fa per dire) tempi in cui (si fa per dire) suonavo in una band metalloprogressive-aerobicotrash, la domenica pomeriggio si facevan le prove e poi, tutti unanimi, ci si andava a ubriacare un po' qui e un po' là dove ti porta il cuore.

Alle sette, con gli orecchi che ancora pulsavano, si sprangava con tanto di triplo lucchetto e catenaccio rudimentale il portone catafascio dello studio -non l'archetipico garage, bensì una stalla dismessa, da noi ripulita e disinfestata spalando letame e spandendo cateratte di soda caustica- e alle dieci, puntuale come un'erezione mattutina, entravo in quello stato di leggera euforia alcolica che prelude supperJù al coma etilico.
Una di quelle domeniche, io e Marcolino, metalmeccanico convertito al tastierismo, già piuttosto brilli, abbandonammo il resto della compagnia ai suoi ciangottii paramusicali -è un cinqueottavi, coglione, non un settequarti!- per fare approdo in un Jazz Club, l'unico nel raggio di cinquanta chilometri dove facessero musica dal vivo. Arrivammo a concertucolo inoltrato e ci sedemmo ad un tavolo a pochi passi dal palco, defilato ma sempre meglio di un calcio nelle palle, via.
Bravi quei musicisti, cazzarola, mica teppistelli cacasotto come noialtri, ma il BATTERISTA, Marcolino mi è testimone, stava due gradini sopra gli altri: ce l'hai presente quando uno ci ha il mucchietto di trucioli sotto il crash e tu lo guardi - non il mucchietto, proprio lui- e pensi "Oh, questo qui fra un po' si alza e mi mena. Tieni gli occhi bassi, non lo sfidare, fingi disinvoltura ma non fischiettare." Insomma, era una drum machine programmata da uno psicopatico: indemoniato, furioso, travolgente, bizzarro, originale, sporco, autolesionista, sadico, cazzuto.
E io non opponevo resistenza, lasciavo che il suo ritmo mi scomponesse, soltanto lui esisteva, gli altri suoni erano un ronzio di fondo... e più lui si scatenava in evoluzioni pirotecniche più mi esaltavo ed esaltandomi bevevo e bevendo rincoglionivo.

Grancassa e rullante: TUM-PA', TUTUTUTUTUM-TUM-PA'...

Piattone ride: tz-tztztzz-tztztzz-tztztzz...

Piattello crashCRESH!

Piattino splash: SPLESH! 

(il charleston si sentiva a malapena) (ch-ch-CHH-ch...)

La testa, com'era prevedibile, mi si ingolfò. Cominciò a farmi male lo stomaco. Litri di urina premevano contro le pareti di un'esausta, implorante vescica. Riportato dai capricci del mio corpo alla prosaica realtà, dovetti dire addio al trance estatico. Mi convinsi tuttavia a resistere e restarmene quieto fino al termine del concerto: al baluginìo d'un istante di lucidità avevo infatti concepito il proposito di complimentarmi con Lui, stringergli la mano (tenendo gli occhi bassi), elogiarlo senza però dargli l'impressione d'essere un baciaculo.
Dovevo trovare assolutamente le parole giuste ma -cazzo!- in quelle condizioni riuscivo a formulare mentalmente soltanto due frasi: "sei un grande!" e "Mi piaci un sacco." Optai per una delle due alternative e continuai a ripetermela a voce bassa (per paura di dimenticarla) fino al momento in cui i musicisti deposero gli strumenti e Lui si alzò dalla batteria modificata. Ti giuro, feci in tempo a vedere e realizzare, eppure avevo il colpo in canna e non potevo fare a meno di spararlo: quando mi passò vicino gli diedi una pacca sulla spalla e gli dissi, come da copione, "sceiii ugn ggrandeeeee!".

Era un nano.

Mi sono sentito una merda e Marcolino tuttora mi rimprovera quella che, a suo dire, fu una battutaccia da stronzo. Ho esagerato un po' ma è tutto vero.

[Ecco a voi BE BOP di Binario Zeta]



 
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Giovanni Pisano; Giudizio Universale

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