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martedì, gennaio 10, 2006
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Avvertenza: il racconto che segue è gia apparso in maggio su questo rispettabile blog. La versione attuale, tuttavia, appare nettamente diversa dalla prima stesura, risentendo inevitabilmente degli echi delle mie ultime letture (cavie di Palanhiuck o come cazzo si scrive -Palacoso, direbbe Tulipani- e Lunar Park di Bret Easton Ellis). Oltre ad alcune modifiche, ho apportato delle aggiunte, soprattutto nell'aggettivazione e nelle descrizioni, rimpinguando un testo che, pur sembrandomi abbastanza accettabile per alcune intuizioni e per l'organizzazione complessiva, mi disgustava per l'eccessiva esilità.
L'autostoppista
-Senti, non è che mi daresti un passaggio?- disse lui di fronte alla serranda abbassata del pub in cui ci eravamo conosciuti, masticando qualche consonante, strascicando le vocali. Che cosa mi costava, alle quattro del mattino, essere gentile con una persona chiaramente più debole di me? Trenta euro all'autolavaggio? Il rischio maggiore, che comunque avrei anche potuto accettare di correre, era quello che mi vomitasse in macchina, sbronzo com'era. Avevo bisogno di riflettere, soppesare i pro e i contro, benché apparisse certo che di benefici, da quell'opera pia, non ne avrei ottenuti. Riflettei sulla parola 'Sbronzo', indugiai su quel suono. Sbronzo. Fosse stata una Sbronza a farfugliare la stessa innocua richiesta, le avrei detto -Ma certo, salta su!-, senza esitazioni, sfoderando un sorriso arrapato. Eppure, la mia ex beveva per disperazione e spesso sveniva. Quando non sveniva, vomitava. Vomitava anche dopo aver ripreso i sensi e, dato che le ero sempre accanto, devoto come un bastardino al padrone, a rimetterci erano i miei vestiti. Così mi toccava mentire a mia madre e degradarmi, rinfocolando i suoi timori che fossi alcolizzato, e confessarle che lo stomaco rivoltatosi come un guanto sui pantaloni era il mio. Perché il vomito non ha sesso. Mica potevo dire a mia madre che lei, Laura, la piccola Laura, Laura l'artista, Laura che forse è troppo magra, si sbronzava da schifo, peggio di un camionista di Amburgo. -Bella roba,- avrebbe sicuramente ribattuto mamma. -Se beve è per colpa tua. Come fai a non capire che non le piaci? Allenta la presa. Gira al largo. Taglia i ponti. Presto sarai tu a pagare per lei. La tua salute. Non ci pensi alla tua salute?- Invece, raccontandole che a vomitarmi sui jeans o sugli orribili US Navy, imitazione a basso costo delle brache che indossano i SEALS, ero stato io, mamma digrignava i denti perché potesse uscirle di bocca un -disgraziato!- sibilante, non in italiano, però, in dialetto bresciano, che se lo senti pronunciare da mia madre con i denti che stridono l'uno contro l'altro, quel sibilo ti gela il sangue sul serio, pure se non sei suo figlio. Va da sé che Laura la salute me la rovinò davvero.
-Aspetta che faccio manovra.- dissi, non appena il rimuginio si acquietò. -Bene,- fece lui, e con passo incerto, si avviò verso la provinciale che costeggiava il parcheggio sterrato e angusto della Bastiglia, delimitato da alberi grossi e bassi, forse gelsi. "Bel nome per un pub", pensai, rammaricandomi di ignorare i nomi delle piante. L'avrei sistemato sul sedile posteriore, facendogli trovare un finestrino aperto. Non c'erano altri passeggeri. Si trattava di buon senso: se sbocchi dal sedile del morto, perché si sa che chi muore negli incidenti è quasi sempre quello che sta di fianco al guidatore, il getto ti investe tutta la fiancata. Se sbocchi da dietro, la rosa si restringe, così come lo spazio esposto alla tempesta di fuoco. Andando abbastanza veloce, ci sono buone probabilità che resti solo qualche minuscola macchia oblunga da far ripulire all'autolavaggio, per trenta o quaranta euro, interni compresi. Così mi siedo in macchina e metto in moto. Accendo i fanali. Mi guardo la lingua nel retrovisore, che di sicuro è ricoperta da una patina biancastra, maleodorante, insalubre. In realtà, più che guardarmi la lingua, mi trastullo, facendo smorfie che mi stravolgono i lineamenti; mi derido bonariamente, indirizzandomi boccacce. Il gioco delle smorfie mi dispone ad un certo buon umore, rimpolpato dagli ultimi strascichi benevoli della sbornia. E' una forma idiota di narcisismo, almeno credo, perché alla fine del rito, mi sento perfino adorabile. Un attore che scalda i muscoli della faccia e si immagina già divo. Magari non è un cazzo di nessuno e recita bene solo davanti allo specchio.
Una notte, prima che la mia salute se ne andasse a puttane, Laura vomitò per circa sei ore, emettendo rumori indescrivibili. Secondo me aveva già sbattuto fuori il tossicume, mix di alcolici e psicofarmaci, durante i primi tre o quattro conati, che erano stati impetuosi, torrenziali, per cui sono quasi certo che passò le restanti 5 ore e cinquanta minuti a rigettare saliva e "tuonare". Tuonare, già: era come se quell'affarino di 40 chili fosse completamente vuoto e un mestolo, rigirato al suo interno, sbattesse reboante contro pareti sottili di latta. Ero seduto di fianco a lei, in macchina, la stessa macchina di adesso, parcheggiata in un campo, e la tipa se ne stava raggomitolata, con la testa che, suppongo, penzolava senza vita dalla portiera aperta. Riuscivo a vederle la schiena, nuda fin quasi al reggiseno, e un pezzetto di culo che si affacciava dai jeans strettissimi, da fighetta. Non per vantarmi delle mie conquiste, rare per quantità e qualità, ma aveva un culo strepitoso, da attacco di panico. Perciò me ne stavo lì a sghignazzare in silenzio, immaginando che prima o poi, da quel trancio di schiena magrissima con la lisca centrale in rilievo, seghettata, sarebbe spuntata fuori la testa di un Alien. Dai rumori inenarrabili che udivo, infatti, era palese che una creatura viscida e nera, un verme di due, forse tre chili venuto dallo spazio, con la coda di drago e i tentacoli, le stesse raschiando le viscere, tuffando le molteplici teste nei succhi gastrici, strappando con le molteplici bocche brandelli di tessuti. La cosa mi sembrò straordinariamente buffa. Andò a finire che apersi la portiera dal mio lato e vomitai anch'io. Sghignazzando. Poi, dimostrandomi gratitudine per non averle fatto mancare il mio sostegno, mi fece un pompino. Ma ricordo che non ci baciammo, neppure quando la riaccompagnai a casa.
Mentre smanetto per abbassare il finestrino, ancorandomi con il braccio sinistro al poggiatesta del sedile del morto, mi viene in mente, vuoi per lo sforzo, vuoi per la difficoltà di mantenere il corpo in torsione, vuoi perché il sangue mi va alla testa e il freno a mano o forse il cambio mi urtano il bacino, vuoi per lo squittio della manovella; mi viene in mente che il tipo che mi aspetta è uno stronzo. E' una rivelazione fulminea e inspiegabile, quasi soprannaturale. Sicché faccio manovra, mi immetto sulla provinciale e, a passo d'uomo, vado verso di lui. Mi convinco di essere cattivo, un vero bastardo. Farei qualsiasi cosa perché lo stronzo, rinfrancandosi dallo stordimento, percepisse me e la mia macchina come una severa minaccia. E' lì che barcolla in mezzo alla strada a cento metri di distanza, come fosse sul ponte di una nave, mare forza duecento. Poi i tre specchietti retrovisori, di concerto, mi rimandano una luce accecante. Lo spostamento d'aria fa danzare la mia golf sulle sospensioni. Una jeep sparata almeno ai trecento orari si è materializzata alle mie spalle (wow!), mi ha superato, schivandomi di un pelo e fracassandomi i timpani, quasi avesse frantumato la barriera del suono, infine si è avventata sull'ubriaco. Lo stronzo viene colpito in pieno e catapultato in aria. Impiega almeno tre minuti per atterrare sull'asfalto. La jeep, impazzita, va a spiattellarsi contro un albero e si incendia all'istante. Wooom. Che figata, porca puttana!
Ad ogni modo, se avessi potuto raggiungere il tipo prima che finisse maciullato, gli avrei sicuramente detto che io, sulla mia golf, non carico gli stronzi.
scritto da Climacus | 10/01/2006 10:42 | commenti (20)
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